Il primo weekend con la ragazza

Da La Repubblica Firenze di venerdì, una bella intervista di Fulvio Paloscia su La ragazza sbagliata.

VirusLibro 2017. Foto di Sanzio Fusconi.

A Empoli, in quella splendida iniziativa che è VirusLibro è andata benone. Era la prima ed era importante.

Intanto ci sono lettori che sottolineano.

E ci sono librai generosi con librerie chic (Nina, Pietrasanta) che fanno pazzie come quella nella foto di apertura.

 

Quando il nostro passato spariva nel buio

 

Su “il Tirreno” di ieri Cristina Bulgheri mi ha fatto qualche domanda riguardo a La ragazza sbagliata. So che state morendo dalla voglia di sapere le risposte, e allora le trovate qua.

Nella stessa pagina c’erano anche alcune mie considerazioni su questo romanzo. Eccole:

Prima di scrivere “La ragazza sbagliata”, ho lavorato per quasi due anni a una serie tv poliziesca. A ogni riunione di sceneggiatura sapevo che, prima o poi, quel terribile momento sarebbe arrivato. Mi riferisco al momento del “ma il cellulare non ce l’aveva dietro? E i tabulati? E qua ci sarà una telecamera, no? E il suo profilo social? E sul suo pc non trovano niente?”. Voi non potete immaginare cosa ci siamo dovuti inventare ogni volta perché il nostro assassino o la nostra vittima sparissero almeno per un quarto d’ora dall’onnipresente radar che monitora le nostre esistenze.

Finita la serie, mi sono dedicato al romanzo. Sapevo di dover tornare per una parte della trama al 1993 e, con una certa sorpresa, ho ricominciato a respirare normalmente. Perché una volta c’erano delle zone d’ombra. Sparire nel nulla, per mezza giornata o per un anno, era più facile. E, appunto, non sto parlando del Medioevo, sto parlando degli anni ’90. Una volta non firmavamo duemila fogli sulla privacy semplicemente perché la privacy era una condizione prevalente e naturale. Camminavi per strada e non c’erano venti telecamere a ogni isolato. Potevi telefonare da una cabina. I computer non erano ancora personal e nessun server ospitava le tue comunicazioni, da quelle di lavoro a quelle più intime. Il passato si allontanava da noi giorno per giorno, sparendo in un corridoio buio in cui rimanevano solo i lampi di luce della memoria o di qualche documento oggettivo. Le foto, per esempio. Quante ce ne scattavamo, in un anno? Cinque? Sei? Di sicuro le facevamo solo nelle occasioni importanti. Un matrimonio, la fine della scuola, un viaggio. Se al ristorante avessimo visto un tizio intento a fotografare da ogni angolazione il suo piatto di pappardelle lo avremmo probabilmente commiserato come un mezzo demente.

Ecco perché, quando il 7 luglio 1993 Irene Calamai scompare dalla sua casa delle vacanze in Versilia, viene risucchiata in un improvviso cono d’ombra. Non c’è una rete social su cui indagare, non c’è un cellulare da tracciare. C’è già “Chi l’ha visto?”, questo va ricordato, ma purtroppo Irene non l’ha vista nessuno. E non è un buon segno.

L’indagine e la suspense hanno a che fare con il buio. E quel buio là, il buio della preistoria senza social appena rischiarato dall’alba di internet, visto da qui, cioè da oggi, sembra davvero fitto e angoscioso. È come se i nostri occhi e il nostro cervello si dovessero riabituare a lavorare in un modo più antico. È quello che deve fare il giornalista Dario Corbo a ventitré anni di distanza, dopo aver seguito la vicenda nel 1993 come giovane praticante in redazione. Scopre così che tutte le sue grandi certezze sul caso erano in realtà molto fragili, e che quella sentenza solidissima era in realtà il risultato di un’indagine nata male e proseguita peggio. Scopre di non aver mai saputo davvero molto né della vittima, né della ragazza riconosciuta colpevole al tempo. Scopre che proprio nell’estate in cui Irene scomparve, nel buio dell’era pre-internet si allungarono sulla Versilia le ombre più inquietanti di un pezzo tragico di storia italiana.

da “Il Tirreno” del 22 giugno 2017 ©

“La ragazza sbagliata” in libreria da giovedì

 «Giro pagina e scrivo il suo nome. Nora Beckford. E subito sotto “Sensi di colpa: nessuno”. Lo sottolineo due volte, e buco quasi la carta. Nessuno». Ma il tarlo del dubbio si insinua in Dario Corbo, giornalista di successo caduto in disgrazia, e lo spinge a ripercorrere una vecchia storia. Ventitré anni prima c’è stato un omicidio brutale: una diciottenne, uccisa seviziata e abbandonata in un dirupo sulle colline della Versilia. Irene ha appena terminato l’esame di maturità, è una studentessa modello, un esempio per i compagni e una sicurezza per i genitori. A essere incolpata di un orrore che ha fatto rabbrividire un’intera comunità sarà, dopo una lunga vicenda giudiziaria, Nora Beckford. Ventenne figlia di un famoso scultore inglese trapiantato in quella striscia di lusso in Toscana, di lei si era indagato ogni tratto. Il carattere, l’uso di droghe, la passione, la gelosia. Sulla condanna successiva erano stati determinanti non solo le prove ma gli articoli infiammati di un giovane giornalista, Dario Corbo. Proprio lui che oggi, a vent’anni di distanza, è incaricato di un libro a sensazione su quel delitto. È indeciso, ma il lavoro è ben pagato e poi lo incoraggia ambiguamente a dedicarvisi un magistrato d’assalto, che gli facilita l’accesso a incartamenti e perfino a indizi tralasciati. Ma è soprattutto l’incontro fortuito con Nora Beckford, l’assassina da poco uscita di galera, che lo porta a inoltrarsi in una selva di piste trascurate e inattesi ritrovamenti su uno sfondo che si staglia inquietante. Chi è Nora? Come può dirsi incapace di ricordare perfino una singola istantanea di quella ferocia? Cosa si è insinuato in lei, cosa è successo intorno a lei? Quali oscuri segreti della storia criminale italiana l’hanno avvinghiata?

Ben più del mistero di un delitto, è l’enigma di una donna a incombere su Dario Corbo. A imprigionarlo tra la ricerca della verità e la forza della passione.

Sul sito di Sellerio la scheda completa.

Amo i Beatles, però vorrei essere Keith Richards

È sempre presuntuoso definire se stessi. Ma se le nostre contraddizioni raccontano di noi meglio di qualsiasi altro aspetto, io vivo da sempre questa: reputo i Beatles i più grandi di sempre ma, se potessi rinascere, non avrei un solo attimo di esitazione: vorrei essere Keith Richards.

Diciamoci la verità: chi ci avrebbe mai creduto?

Sollecitato dall’annuncio del concerto degli Stones a Lucca il prossimo 23 settembre, mi sono chiesto cosa ci possa essere dietro questa mia persistente forma dissociativa (ditelo che non state nella pelle, eh?).

Dunque. Al Liceo non fumavo, ero sempre quello che infilava la chiave nella porta di casa agli amici ubriachi e il mio motorino non raggiungeva i quaranta all’ora. L’organetto dei Doors mi suscitava pulsioni omicide, mentre un po’ in segreto adoravo Simon & Garfunkel. Tutto questo mi rendeva abbastanza popolare fra le mamme – ma poco ambito dalle figlie, ovvio. Inutile quindi che la andassi a raccontare, io ero il Beatlesiano. Sono italiano, probabilmente non riesco a resistere alle sirene di una sapiente composizione melodica. Ma più di tutto ero stregato dalla perfezione scientifica della pop song, quella cosa che non sembra scritta da qualcuno, ma semplicemente scoperta come un tesoro nascosto e riportata alla luce in una forma che riconosciamo immediatamente come evidente e naturale. È così, né un secondo di più, né un accordo di meno.

Eccola, la fondamentale differenza fra Stones e Beatles. Compri la prima chitarra, provi a mettere su il gruppetto con i compagni di scuola e te ne accorgi subito. Un pezzo dei Beatles è quello, punto. Perché qui non ci fai un assolo? E se ripetessimo il ritornello? Che ne pensate di un’introduzione? Inventiamo un finale diverso? Niente. Non funziona mai niente. Cambi qualcosa ed è come svelare il trucco dietro un gioco di prestigio, scrostare la vernice da un trompe-l’oeil perfetto. Nella pop song i tempi sono tutto. Lennon & McCartney sono Einstein della melodia che afferrano il nucleo essenziale di un’intuizione e la fanno risplendere come una verità archetipale, perché conoscono le leggi fisiche che la governano. Grazie alla loro scienza in quei tre minuti credi alla magia

I Beatles sono apollinei. Con i pezzi degli Stones si entra nel regno di Dioniso (e il Liceo era Classico, l’avrete capito). Negli Stones c’è solo una parte obbligata, il riff di Keith Richards: lui è l’uomo della medicina, lui conosce la formula magica necessaria a evocare la divinità. Due accordi e si materializzano le Honky Tonk Women e Brown Sugar (a.k.a. Baccanti), quando non il diavolo in persona nelle vesti di un man of wealth and taste. Dopodiché inizia il rito che prevede sì delle parti concordate, ma che lascia spazio all’improvvisazione individuale, alla reiterazione, all’assolo interminabile, al mantra necessario a perdere il controllo. Per questo le canzoni degli Stones sono elastiche e aperte, le puoi far durare cinque, sei o sette minuti (è meglio avere un compagno di scuola che sa svisare sulla scala pentatonica ma, insomma, ci siamo capiti).

Chi ironizza su dei settantenni che infiammano gli stadi non ha capito nulla. Gli Stones sono stati giovani, certo, ma non sono mai stati nuovi, come i Beatles. Anzi, hanno sempre rivendicato il contrario. Basta ascoltare Keith Richards parlare di Robert Johnson per capirlo. Basta vederlo imbracciare la chitarra e spiegarci che Satisfaction? Well, it’s just a blues, you know.

Lui e Jagger stati anche capaci di andare a sfidare i Beatles in trasferta sul campo ostico della pop song (e con robe tipo Lady Jane, Ruby Tuesday o Angie l’hanno portata a casa egregiamente), ma il loro spirito guida rimane il blues. E il blues non è né vecchio né giovane, perché è una forza naturale e primigenia, è liberazione e tradizione al tempo stesso. Esisteva prima di loro e sopravviverà a loro. I Beatles sono folli scienziati innovatori, gli Stones sono sciamani di un culto ancestrale travestiti da rocker. Era inevitabile che i primi si dovessero consumare in un tempo relativamente breve, è del tutto naturale che i secondi siano in giro da cinquant’anni. E forse anche la mia forma di schizofrenia, alla fine, well, I can deal with it.

La folle Guerra dei Due Saloni

Ieri l’altro ho scritto su Il Tirreno della Guerra dei Due Saloni fra Milano e Torino.

Qui trovate l’articolo:

http://iltirreno.gelocal.it/regione/2017/04/26/news/io-a-milano-salone-fotocopia-pure-la-moquette-e-la-stessa-1.15253123

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Foto: profilo twitter di BluTrasparente @erykaluna

A mente fredda, mi pare giusto aggiungere solo qualche impressione catturata al volo fra gli stand dei piccoli  e piccolissimi editori. Sono loro che, in relazione alle dimensioni, sopportano lo sforzo più ingente per partecipare a questi eventi. Sono loro che fanno numeri utili agli uffici stampa. Senza di loro una fiera del libro si risolverebbe in una ventina di grandi stand.

La sensazione diffusa è che ci sarebbe bisogno di un momento in cui scrittori, editori, librai, distributori, bibliotecari, scout e agenti potessero confrontarsi, capirsi, guardare a un futuro sempre più incerto e imprevedibile. Quante previsioni approssimative sono state smentite? Il libro cartaceo doveva avere i giorni contati, invece da noi è l’e-book ad aver quasi rischiato di morire nella culla. Ci hanno ripetuto ossessivamente che per competere bisogna unire, accorpare e ottimizzare. Per carità, magari la grande concentrazione Rizzoli/Mondadori darà presto grandi frutti, ma intanto la logica sembra essere stata quella di creare un supergruppo semplicemente too big to fail. Tirando due somme, alla crisi della lettura hanno saputo rispondere molto meglio i marchi indipendenti, forse perché hanno cercato di ottimizzare innanzitutto la qualità dei testi proposti: pochi titoli all’anno, ben scelti e ben curati, al posto di cedole ipertrofiche studiate solo per occupare militarmente gli scaffali. Se la richiesta cala, è assurdo moltiplicare l’offerta, è molto meglio migliorare il prodotto.

Ci sarebbe bisogno di un momento in cui parlare anche del precariato selvaggio a cui sono sottoposti i lavoratori dell’editoria (in primis gli scrittori, ovvio, ma quello è anche naturale, se vogliamo), un settore investito dal liberismo più spietato. Editor, traduttori, addetti stampa hanno la pessima abitudine di non scendere in strada. Nessuno ha mai chiesto il loro parere con un referendum. Ricevono una mail (quando va bene), mettono la loro roba in una scatolone, lasciano la scrivania e ciao.

Ci sarebbe bisogno di un momento in cui parlare della drammatica situazione della lettura in Italia, certo, ma anche di come l’Italia sia un serbatoio unico e immenso di storie che possono essere raccontate al mondo intero. E invece, di fronte a Istituti Italiani di Cultura all’estero che fanno miracoli con risorse assai inferiori agli analoghi tedeschi o francesi, di fronte a scrittori italiani che affrontano il mercato estero senza uno straccio di incentivi alla traduzione (mica crederete che a generare il boom dell’Irlanda o degli scandinavi sia stato qualche folletto, vero?) buttiamo tempo, energie, intelligenze, risorse (private e anche pubbliche) nel fare a chi coopta più scolaresche, a chi stende più moquette, a chi si prende prima Saviano o Mauro Corona.

Avanti così.

Ma a che servono le stroncature?

Direte: questo sta mettendo le mani avanti in vista della prossima uscita. No, non sono così furbo. E anch’io ho scritto recensioni, alcune (se proprio state morendo dalla curiosità) le trovate qua.

http://www.giudiziouniversale.it/category/firme/giampaolo-simi

Non sono tutte positive. Una critica persino un libro scritto a quattro mani da Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli, due mostri sacri del genere di narrativa di cui mi occupo. Carlo è anche fra coloro che anni fa mi ha incoraggiato concretamente a fare questo mestiere. Rileggendomi, sottoscrivo ancora quelle critiche una per una, ma oggi non lo rifarei. Perché?

Prima di tutto perché sono cambiati i tempi e siamo cambiati noi. Ci siamo incarogniti tutti quanti, e per me già il termine “stroncatura” fa oggi parte di quest’atmosfera torva da curva domenicale, da ingorgo al semaforo, da coda alle poste il giorno che pagano le pensioni. Sta là dove stanno le ruspe, i rottamatori e quelli che asfaltano gli avversari. La stroncatura può essere anche fatta con grazia e intelligenza, non ne dubito, ma allora perché non usare la grazia e l’intelligenza per parlare di libri che ci sono piaciuti? Perché impiegare del tempo a stroncare? A che serve? Ecco, la seconda, ma la più importante, ragione è che stento a capire a cosa servano nel contesto odierno le stroncature.

Photo leeroy – Montreal Web Agency – via http://www.lifeofpix.com/

Stroncare gli sconosciuti

Stroncare un libro o un autore semisconosciuto è audace quanto bombardare un convoglio della Croce Rossa. E rischia casomai di ottenere l’effetto contrario, perché ogni scrittore lo sa: qualsiasi stroncatura sarà sempre meglio del silenzio.

Stroncare i famosi

Anche solo criticare in modo civile un libro o un autore di successo espone invece a un ludibrio da stadio (“Ma quanto stai a rosica’!”). Il coro da stadio sale di volume se fai lo scrittore. Una volta mi sono permesso di scrivere in una discussione che trovavo lo stile di Stieg Larsson lento e noioso. Qualcuno mi ha risposto “Ti piacerebbe essere lui, vero?” Sì, mi piacerebbe proprio essere uno che è morto d’infarto salendo le scale quindici giorni prima di diventare straricco e famosissimo. Un’altra volta un genio mi ha chiesto quanti libri avevo venduto per permettermi di esprimere opinioni (per altro non negative) su Giorgio Faletti. Io ho risposto: “Molti meno di Faletti. Ma lei quanti romanzi ha scritto, per permettersi di parlare con me?” (Ci sono delle volte che, ecco.) Oggi chi ha successo ha ragione, punto, e tu te ne devi stare muto e asfaltato. È il riflesso della mentalità dilagante che ha sostituito la gente al popolo. Se il popolo poteva crescere, evolversi, assumere un’identità, essere educato, plasmato o addirittura plagiato, la gente no. La gente è la massa gassosa e inafferrabile dei cittadini trasformati in elettori svogliati, dei lettori trasformati in consumatori da blandire. Quando il pubblico diventa “la gente” non ci puoi discutere, non puoi controbattere perché non capisci più chi sia il tuo interlocutore. Stroncare un libro di successo regala inoltre ai conformisti il brivido di sentirsi guerriglieri della libertà contro la nota, potentissima Casta Intellettuale, donando loro l’illusione di aver ragionato con la propria testa.

Stroncare i “libroidi”

Se invece si stronca un libro definendolo “libroide”, trattandolo come il prodotto derivato e tossico di un brand (come quelli targati Fabio Volo o Luciana Littizzetto), si può avere sicuramente ragione, ma occuparsi di libroidi in spazi (pochi e preziosi) dedicati alla narrativa mi pare una contraddizione insanabile. Capisco che le bottiglie si assomiglino e gli scaffali siano gli stessi, ma è come se un enologo sprecasse una pagina intera per spiegarci che l’aranciata non è vino rosso.

Ma stroncare è critica?

La stroncatura non ha molto a che fare con la critica letteraria. La pensava così anche Giovanni Papini, che pure praticava il genere. Non potendo davvero parlare di un libro con cui non è entrato in sintonia, lo stroncatore finisce per scrivere essenzialmente di se stesso. Nella peggiore delle ipotesi, la stroncatura può diventare solo l’opposto speculare della recensione entusiastica telecomandata dall’ufficio stampa (quelle che ogni settimana decretano “il romanzo dell’anno, che dico, del decennio, ma che dico, il romanzo definitivo”). Può essere insomma una mossa del recensore (o della sua testata) nello scacchiere di relazioni fra addetti ai lavori. Relazioni che, lungi dall’influire sulle sorti commerciali del libro, dispensano ancora prestigio e gratificazioni, determinando chi partecipa a festival, rassegne e premi.

La critica è un’altra cosa. Non dovrebbe né ingaggiare un duello rusticano con il testo, né lasciarsi andare a forme di heavy petting con un autore. I libri più interessanti di cui parlare sono spesso libri imperfetti, in cui si nota un potenziale inespresso, sono i romanzi che a un certo punto hanno preso una direzione inaspettata, quelli che sarebbero okay ma con cento pagine in meno, quelli che lasciano un finale troppo aperto, quelli che tentano strade nuove e magari inciampano o si perdono nel tentativo. Libri capaci di infastidirci, di tormentarci con qualche buona domanda, di farci capire a che punto siamo di un certo percorso, per esempio.

Il libro scritto a quattro mani di Lucarelli e di Camilleri era un’operazione editoriale (d’altronde un libro può essere anche questo) che segnalava il rischio della deriva autocelebrativa del giallo italiano. La sua analisi faceva sorgere domande importanti.  E i due autori in questione non sono e non saranno mai persone capaci di toglierti il saluto o aizzarti contro la canea del loro successo se solo osi criticare una loro opera.

Per questo accettai di parlarne, qualche anno fa, e sottoscrivo ancora oggi quella recensione. Oggi, in questo brutto clima e con personaggi assai differenti in circolazione, non lo rifarei.

 

Ho intitolato questo volume Stroncature per ragioni, soprattutto, commerciali perché quella parola attira più facilmente la malignità e curiosità degli uomini i quali, per il gusto di sentir strapazzare qualcuno, arrivano fino al punto di vincere l’infame avarizia e di spendere qualche lira per un libro. (Giovanni Papini)

Una settimana in India, tutti gli appuntamenti

E dunque si parte. Grazie all’invito dell’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi si va piuttosto lontano. A parlare del giallo del Bel Paese, di letteratura e anche  un po’ di televisione. A conoscere scrittori di mezzo mondo, a farsi una piccola idea di un grande continente. Vi racconterò, promesso.

NEW DELHI NOIR LITERATURE FEST

January 27, 2017 – 5:00 pm: Qrious Qrimes Quiz at Oxford Bookstore, Connaught Place.

January 28, 2017 – 12:30 pm – 1:05 pm Oxford Bookstore, Connaught Place. Session: Chinks in the Armour Speakers: Giampaolo Simi in conversation with Abheek Barua.

 

BRAHMAPUTRA LITERARY FESTIVAL GUWAHATI

January 29,  2017 – 3.30 pm. Giampaolo Simi in conversation with Amitabh Pandey and Sohail Mathur.

January 30, 2017 – 10 a.m. : Poetry, Art and Theatre: Search for Common Grounds. Kanaka Ha Ma, Baharul Islam, Rabijita Gogoi, Vivek Menezes (Mod.), Diptiranjan Pattnaik, Giampaolo Simi, Tulasi Venugopal.

 

JAMIA MILLA ISLAMIA, NEW DELHI

February 2nd, 2017. Workshop at Mass Communication Research Centre of Jamia Milla Islamia, New Delhi. Focus on the “Crimini” series for italian public broadcast RAI,  a bridge between noir literature and tv drama.

Giù le mani dagli anni ’80

Okay, quelle falde ossigenate e vaporose oggi ci fanno molto sorridere. Ma attendo con calma il giorno in cui i millennials si rivedranno ostentare in modo social le loro cotenne odierne a metà fra la pelliccia di un castoro infoiato e una spazzola da scarpe. E sì, attendo con calma il giorno che lo dovranno spiegare ai loro figli. Ah, ah.

E poi l’ovatta, certo. Se si è amministrato oculatamente, chi la produceva negli anni ’80 sarà sopravvissuto a qualsiasi bolla speculativa. Buon per lui e chiudiamola lì.

I coccodrilli improvvisati e le prose d’occasione in morte di George Michael hanno reso evidente un’emergenza ormai ineludibile. Bisogna strappare gli anni ’80 dalle grinfie di registi con il film in uscita e di gente che, a suon di menare il torrone dell’autofiction, identifica la propria autobiografia con quello che stava realmente succedendo nel mondo trent’anni fa. Neanche la fatica di rinfrescarsi la memoria una mezz’oretta su Wikipedia o Youtube, santo cielo.

Gli anni ’80 sono iniziati con i Duran e sono finiti con lo scioglimento degli Wham!? Ma per favore. Per pietà. Gli anni ’80 furono anni complessi, molto strani. Così strani che cominciarono prima degli anni ’80. Joe Strummer si dichiarò molto divertito dal fatto che London Calling fosse stato incluso da molti critici fra i dischi più importanti del decennio, dal momento che era uscito nel 1979. Lo stesso si potrebbe dire di Heroes di David Bowie, fondamentale nello stabilire canoni e atmosfere degli ’80, ma uscito addirittura nel 1977. Dai Talking Heads agli Ultravox, dai Japan ai Roxy Music, potremmo dire che entro il 1982 molti gruppi fondamentali per l’estetica (sonora e visiva) del decennio avevano già impresso la loro firma nella storia del pop e del rock. Senza contare una band come i  Joy Division, la cui breve parabola cambiò per sempre il suono degli anni a venire pur interrompendosi all’alba di un giorno di maggio del 1980.

Gli anni ’80 furono anni di sperimentazioni e novità tutt’altro che vacue. L’ambiguità sessuale entrò con gioioso orgoglio nell’immaginario mainstream – avete presente Boy George o l’androgina Annie Lennox?, ecco. Una come Madonna (che al tempo detestavo, lo ammetto) comunicò a tutte le ragazzine del pianeta che non servivano tacchi, minigonne e abiti di marca per essere desiderabili, e che essere desiderabili non doveva significare sentirsi succubi del desiderio altrui. Le Spice Girls insomma, avrebbero trovato la carreggiata già bella sgombra. La video arte irruppe nel pop, con risultati non facilmente superati in seguito. Ci furono esempi di osmosi interessante: la musica “nera” guadagnò sempre più spazio nel pop dopo aver dominato la discomusic, mentre il pop “bianco” si riprese il centro della pista da ballo. E quanto al suono “di plastica” o artificiale dei sintetizzatori elettronici, be’, chi utilizza certe espressioni non si rende neanche conto di quanto sia artificiale il pop che ascolta oggi.

Posto che anche il suono di un pianoforte o di un violino è frutto di calcoli scientifici, di tecnologia e di procedimenti meccanici (quelli del costruttore e quelli di chi suona), negli anni ’80 il suono elettronico era dichiarato e ostentato come tale. L’irrompere dell’elettronica e dell’informatica produsse una generazione di suoni che prima non esistevano. Era poi possibile generare loop, cioè sequenze ritmiche e/o melodiche fisse ripetibili all’infinito, ma i sequencer non furono usati per risparmiarsi la fatica di suonare. Erano una scelta estetica ben precisa che sovrapponeva la ripetitività della macchina alla mutevolezza continua dell’esecuzione umana. La riproducibilità estrema dell’espressione artistica e il confine fra umano e non-umano (Blade Runner  è del 1982) erano temi del momento.

In seguito la musica elaborata in forma di dati servì sempre più spesso a riprodurre, modificare e riutilizzare musica già suonata, a imitare perfettamente strumenti “veri”, a supportare cantanti di piano bar con orchestrazioni complete o a far diventare intonato chi non lo è – proprio come oggi Photoshop provvede a togliere rughe e giro vita dalle nostre immagini. Ma questo non ha niente a che fare con la musica degli anni ’80.

Quindi, di grazia, di cosa stiamo parlando? Anni di plastica, di ovatta e di lacca? Gli anni ’80 di cui in Italia si è riparlato in morte di George Michael sono un incubo generato dal sonno della memoria. Sembra di assistere a Sapore di Sale in stile Walking Dead. Sono una sedimentazione mentale, quella sì, del tutto artificiosa, superficiale e di un provincialismo desolante. Se guardavate solo Drive In e Superclassifica Show, il problema non erano gli anni ’80, eravate voi.

P.S.: i video sono  lì solo a ricordare che, fra le altre cose, negli anni ’80 c’era pieno di gente che sapeva scrivere canzoni.

Italia Noir

“Cosa resta di noi” è per tutta la settimana in edicola assieme a “La Repubblica” nella collana Italia Noir.

Qua sotto vedete la copertina e trovate l’intervista al vostro autore con tanto di improvvida camicia a quadretti che scatena un effetto psichedelico niente male. Lucy in the Sky with Diamonds a tutti.

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