Cosa scrivono di “Come una famiglia” (september edition)

Tre mesi dall’uscita, finisce l’estate, è tempo di bilanci: ecco quanto apparso su stampa e web riguardo a Come una famiglia:

Fulvio Paloscia su Repubblica Firenze.

TuttoLibri della Stampa: la recensione di Raffaella Silipo.

Qui Cristina Bulgheri e Claudio Vecoli mi intervistano per Il Tirreno.

Qua invece un estratto del libro, uscito in anteprima per IL Magazine del IlSole24Ore.

Fabio Galati per Robinson de La Repubblica

Roberto Sturm lo recensisce su Pulp Libri.

Tiziana Pasetti ne scrive su Confidenze.

E poi Erika Pucci su VersiliaToday.

La Libreria Volante di Lecco ne parla così.

Federica Politi su Contorni di Noir.

Questo invece ne pensa Elvezio Sciallis per ThrillerCafe.

Chiara Giacomi per Il Baco da Seta.

Si definiscono due lettrici quasi perfette, ma la loro recensione sembra perfetta e basta.

Ravenna&Dintorni lo definisce addirittura ipnotico.

Mauro Molinaroli ne scrive su MilanoNera, Paola Torretta sul suo blog. Qui le recensioni de Il baco da seta e de La Bottega del Giallo. La disamina approfondita di Sabrina De Bastiani è invece apparsa su Thrillernord. Il blog Labiondachelegge la pensa così.

E poi c’è questo blog che pochi giorni fa ha scritto di Cosa Resta di Noi, però lo segnalo lo stesso. A voi scoprire di chi si tratta.

Mi par giusto però riportare anche l’unica recensione negativa, apparsa su Il Messaggero a firma di Marco Ciriello. Dice che il libro non si fa gnommero. La potete leggere qua.

Last but not least diverse interessanti recensioni sui diversi quotidiani. Le vedete qui sotto (cliccate per ingrandirle e leggerle).

 

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Scrivono di “Come una famiglia” (update agostana)

A un mese e mezzo dall’uscita, bisogna davvero aggiornare le rassegna stampa e web su Come una famiglia:

Fulvio Paloscia su Repubblica Firenze.

TuttoLibri della Stampa: la recensione di Raffaella Silipo.

Qui Cristina Bulgheri e Claudio Vecoli mi intervistano per Il Tirreno.

Qua invece un estratto del libro, uscito in anteprima per IL Magazine del IlSole24Ore.

Roberto Sturm lo recensisce su Pulp Libri.

Tiziana Pasetti ne scrive su Confidenze.

E poi Erika Pucci su VersiliaToday.

La Libreria Volante di Lecco ne parla così.

Federica Politi su Contorni di Noir.

Qua invece le pillole della Bottega del Giallo.

Questo invece ne pensa Elvezio Sciallis per ThrillerCafe.

Chiara Giacomi per Il Baco da Seta.

Si definiscono due lettrici quasi perfette, ma la loro recensione sembra perfetta e basta.

Ravenna&Dintorni lo definisce addirittura ipnotico.

Amici, io ri-sprofondo in catalessi in attesa che passi il grande caldo. A presto.

Le date di agosto

Ecco dove mi troverete durante il mese più caldo dell’anno. In attesa di un settembre più fresco. E denso di grandi e belle novità.

9 agosto, ore 21 – ALA (TN)

Incontro con i lettori presso il Palazzo Pizzini. A cura della Biblioteca Comunale.

10 agosto, ore 18 – TORRI DEL BENACO (TN)

All’Hotel Gardesana, aperitivo con l’autore a cura della Libreria Terradimezzo.

11 agosto, ore 19 MONSELICE  (PD) 

A Villa Pisani, Incontro nell’ambito della rassegna Libri a Buffet.

17 agosto, ore 19 – LIDO DI CAMAIORE

Al Bagno Bragozzo, per Rassegna La strada per Itaca. Incontro a cura di Andrea Geloni.

24 Agosto, ore 21 – ALGHERO

Largo Lo Quarter, Festival Dall’Altra Parte del Mare. Incontro con i lettori.

25 Agosto, ore 22,30 – ALGHERO

Largo Lo Quarter, Festival Dall’Altra Parte del Mare. Incontro collettivo su storie di libri, librai e librerie.

28 Agosto, ore 19 – FIRENZE

Piazzale Michelangelo, incontro nell’ambito della rassegna “Flower”. Partecipa Valerio Aiolli.

Scrivono di “Come una famiglia”

A un mese dall’uscita, un po’ di rassegna stampa e web su Come una famiglia:

Fulvio Paloscia su Repubblica Firenze.

Qui Cristina Bulgheri e Claudio Vecoli mi intervistano per Il Tirreno.

Qua invece un estratto del libro, uscito in anteprima per IL Magazine del IlSole24Ore.

Tiziana Pasetti ne scrive su Confidenze.

E poi Erika Pucci su VersiliaToday.

La Libreria Volante di Lecco ne parla così.

Ravenna&Dintorni lo definisce addirittura ipnotico.

Amici, io sprofondo in catalessi. A presto.

“Come una famiglia”, le prime date del tour

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Come una famiglia esce il 14 giugno per La Memoria di Sellerio. Qua trovate la scheda sul sito dell’editore. Qua sotto invece è dove troverete me, nelle prossime settimane.

14 giugno, ore 21 – LECCO

Presentazione alla Libreria Volante.

15 giugno, ore 21 – VIMERCATE

Nell’ambito della Festa degli autori, Libreria Il Gabbiano.

16 giugno, ore 11 – VIGEVANO

Presentazione alla Libreria Le Notti Bianche.

17 GIUGNO, ore 18,30 – PIETRASANTA

NINA la Libreria, intervista a cura di Andrea Geloni.

18 giugno, ore 19 – PISA

Libreria Ghibellina, con Maria Caterina Magnani e Sergio Costanzo.

29 giugno, ore 19.00 – LAVAIANO (PI)

Cena con l’autore nel Parco del Ristorante Castero di Casciana Terme/Lari. A cura della Libreria il Quadrato Magico. Intervista di Francesca Vitarelli.

4 luglio, ore 21 – CASTEL GOFFREDO (MN)

Incontro con i lettori alla Biblioteca Comunale.

5 luglio, ore 18.30 – LA SPEZIA

Ristorante Barrabordo. Porto del Mirabello. Intervista di Gabriella Tartarini.

6 luglio – VIAREGGIO

Libreria Caffè LETTERA 22. Intervista di Cristina Bulgheri e Claudio Vecoli.

10 luglio, ore 21 – TORINO

Libreria L’Ibrida Bottega. Con Margherita Oggero.

11 luglio – GIORIO VAL DI SUSA (TO)

Festival Borgate dal Vivo. Con Enrico Pandiani.

19 luglio, ore 21 – MARINA DI CARRARA

Bagno Le Palme, a cura della Libreria Nuova Avventura.

20 luglio, ore 21 – VELLETRI

Chiostro Casa delle Culture e della Musica, per Velletri Libris. Con Francesco Recami.

27 luglio, ore 21 – FIUMARETTA (SP)

Incontro con i lettori al Bagno Arcobaleno.

28 luglio, ore 21 – ABANO TERME (PD)

Rassegna Abanolibri. Piazza dell’Hotel Orologio.

29 LUGLIO, ore 18 – CESENATICO

Festival CesenaticoNoir. Con Luca Crovi e Federica Fantozzi.

14 giugno

Scrivere un romanzo implica lunghe ore di solitudine. Penso però che le più lunghe non siano quelle che passo a scrivere. Talvolta mi sento molto solo quando vorrei parlare a qualcuno dei personaggi immaginari con cui condivido il caffè della mattina e l’ultimo pensiero prima del sonno, i tre isolati per andare a comprare la frutta e la verdura o i trecento chilometri per raggiungere una libreria. Vorrei, ma per mesi non lo posso fare. L’esperienza insegna che quei personaggi, le loro parole e i loro gesti, sono ancora fragili. Hanno bisogno di ulteriori cure prima di affrontare il mare aperto, non necessariamente placido e benevolo, della lettura altrui.

Gli ultimi mesi in giro per l’Italia li ho trascorsi a presentare La ragazza sbagliata. Per fortuna però si stanno moltiplicando le situazioni in cui uno scrittore non è chiamato a un (più o meno) brillante monologo, ma ad ascoltare le opinioni dei propri lettori, e quindi gli incontri in cui il dialogo è il presupposto di partenza, non una formula di cortesia relegata agli ultimi cinque minuti – “se c’è qualcuno che vuol fare una domanda…” (segue silenzio tombale, specie se è previsto un promettente aperitivo).

Un anno in cui mi è successo di ritrovarmi a scrivere ovunque, in stazione in attesa di un treno o in albergo in attesa del sonno. Magari con ancora davanti i volti di chi avevo appena incontrato e il loro sguardo sulle mie parole.

Mi rendo conto oggi che è stato un buon modo di mitigare l’inevitabile solitudine di chi scrive un romanzo. Ma non solo.

È stata soprattutto l’occasione per incontrare di persona e guardare negli occhi coloro che non si meritano di essere delusi. E per non dimenticarmi mai, riga dopo riga, che in fin dei conti i miei veri datori di lavoro sono loro.

Come una famiglia esce il 14 giugno. E sì, c’è ancora Dario Corbo.

Ma non aspettatevi un sequel.

Primavera 2018, tutti gli incontri

 

9 marzo, ore 21 – VINCI (FI), Biblioteca Leonardiana

Incontro con i lettori, presenta Matteo Bensi

10 marzo, ore 17.30 – CASTAGNETO CARDUCCI (LI), Teatro Roma

Incontro nell’ambito di Sere Nere, a cura di Giampaolo Boetti

11 marzo, ore 11 – FIRENZE, Libreria Todo Modo

Incontro con i lettori della Colonna Vasco Pratolini del gruppo Leggo Letteratura Contemporanea

24 marzo, ore 17, GAIOLE IN CHIANTI (FI), Sede della Società Filarmonica

Presentazione de “La Ragazza Sbagliata”, finalista al Premio Chianti.

6 aprile, ore 20,30 – CANTU’

Cena letteraria presso l’Agriturismo “La Cascina di Mattia” di Cantù a cura di AreaLibri

24 aprile, ore 20.30, Puegnago del Garda (BS)

incontro nell’ambito di  FESTIVAL GIALLO GARDA alla Libreria Bacco-Cantina Marsadri

7 maggio – Terranuova Bracciolini (AR)

Ospite del Festival Moby Dick, assieme a Fabio Genovesi

16 maggio, 18.30 – Massagno (Lugano), Cinema Lux

Presentazione nell’ambito di Giallo Massagno.

23 maggio, 18.30 – Lucca, Biblioteca della Scuola Carlo del Prete

Incontro nell’ambito del Progetto Legalità. Intervista a cura di Anna Benedetto.

26 maggio, ore 17 Fattoria Castello di Verrazzano (FI)

Finale del Premio Chianti assieme agli altri autori finalisti: Silvia Bencivelli, Alberto Rollo, Raul Montanari, Matteo Melchiorre, Emiliano Gucci.

27 maggio, ore 19.00 – Moie di Maiolati Spontini (AN)

Biblioteca La Fornace, incontro con i lettori a cura della Colonna Leopardi di Leggo Letteratura Contemporanea

27 luglio – Cesenatico

Ospite del festival CesenaticoNoir

L’india, giusto un anno fa

L’anno appena trascorso è stato anche quello che mi ha portato per la prima volta in India. Ora, esiste uno scrittore, dico uno, che non abbia scritto qualcosa di ritorno dall’India? E perché dovrei essere io il primo?

In ginocchio davanti alla dea, l’India mi vuole colonizzare

Originariamente apparso sulle pagine de Il Fatto Quotidiano dell’11 agosto 2017.

Ho sempre mal sopportato chi sognava l’India, poi un giorno partiva in autostop (almeno così diceva), tornava dopo quattro mesi e per i seguenti quattro anni parlava solo dell’India. Persino la sbandata indiana dei Beatles mi ha sempre lasciato tiepido. L’unico libro che ho letto sull’India (sì, potete abbandonarvi a espressioni di disgusto) è Il canto di Kali di Dan Simmons, un thrilleraccio cupo e truculento che descriveva Calcutta come un tenebroso girone degli inferi.

Ecco perché, quando lo scorso anno l’Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi mi invita a parlare di giallo italiano, infilo in valigia qualche maglia di troppo ma nessun pregiudizio, nessuna aspettativa. Non vado a incontrare nessun guru e nessuna dea sanguinaria. E invece.

Invece arrivo all’aeroporto di Nuova Delhi in piena notte e l’aria ha il sapore amaro dei copertoni bruciati, la caligine è così densa che vedo le luci sfocate come se avessi di colpo bisogno di un intervento alla cataratta. È gennaio, siamo sopra i venti gradi ed è la stagione secca, quando cioè il tasso di umidità scende al 98%. C’è un autista che mi aspetta: ossuto, sui sessanta, non dice una parola, tiene un cappuccio sulla testa e non si fa vedere in faccia. Attraversiamo la stazione dei taxi, molti sono neri come i cab londinesi, ma la contrattazione per la corsa è affidata a una deregulation che persino Margaret Thatcher avrebbe giudicato eccessiva. Per prenderne uno devi prima dribblare gli altri clienti e poi, al rifiuto del tassista che cerca una corsa più redditizia o più comoda, devi lanciarti sul cofano urlando “ora lei mi fa salire, sennò chiamo la polizia”.

Il mio autista mi fa cenno di seguirlo lontano da quella bolgia, alla volta di un parcheggio semideserto ricavato sotto un cavalcavia. La Vauxhall è un modello molto antecedente al momento indiano dei Beatles, e fra gli amuleti sul cruscotto spicca proprio lei, la dèa dalle quattro braccia. Nel buio, si materializza l’ologramma di Dan Simmons che mi ammonisce “pensavi che io fossi il solito yankee rozzo e reazionario, vero? Be’, welcome to India…” In un thriller che si rispetti, a questo punto l’autista estrae una lama di trenta centimetri e chiude lo sventurato protagonista nel bagagliaio. Apprenderemo di lì a poco che proprio quella sera gli adoratori di Kali hanno programmato il sacrificio rituale di uno scrittore occidentale, eccetera. Io invece vengo accompagnato in un albergo bellissimo, il giorno dopo passo una splendida giornata in una libreria favolosa chiamata Oxford Bookshop in compagnia di altri scrittori di mezzo mondo. Vinco addirittura una gara a quiz sulla storia del noir assieme a due giovanissimi studenti di Delhi. Parliamo di Chandler, Hammett, Sergio Leone e Dario Fo, Ellroy e Simenon. Ritrovo un amico dell’università di Pisa che è docente di italiano lì. Poi tengo due mini-seminari alla Jamla University, la grande università islamica della capitale. Mangio benissimo, visito le tombe degli ultimi sultani di Delhi.

Certo, la circolazione intorno alla immensa rotatoria di Connacht Place fa sembrare il traffico romano un impeccabile carosello di cavalli lipizzani. E le enormi pubblicità dell’iPhone 7 rischiarano gli spartitraffico dove famiglie intere passano la notte al riparo di qualche cartone. E neppure dormire negli spartitraffico è gratis. Il traffico incessante tiene lontane zanzare e insetti, quindi sono posti ambìti e bisogna pagare un tanto a notte al racket. Insomma, la sindrome cuore-di-tenebra è sempre lì, dietro l’angolo, ma tutto va splendidamente.

Fino a quando, alcuni giorni dopo, non mi lascio convincere. Sono in Assam, uno dei sette stati nordorientali incastrati fra la Cina, il Bangladesh e la Birmania. Tutti parlano di questo famoso tempio di Kamakhya e c’è giusto una mattinata libera prima di rientrare a Delhi.

Difficile dimenticare quella mattinata. Al terzo sorpasso folle dell’autista chiudo gli occhi e probabilmente li riapro in un universo parallelo in cui, nell’ordine: 1) accetto di vagare a piedi nudi in un’area in cui deiezioni umane e animali si mischiano senza soluzione di continuità; 2) constato con i miei occhi che la dea Kamakhya predilige il sacrificio di giovani capretti; 3) per accedere al tempio mi infilo in un corridoio largo mezzo metro e costituito da robuste inferriate che in caso di incendio assicurerà alle nostre carni una perfetta cottura alla gratella; 4) procedo in un antro buio e angusto, in fila assieme a centinaia di sconosciuti che premono alle mie spalle esortandomi a ripetere il mantra in omaggio a Kamakhya; 5) scendo scalini accidentati per arrivare a una piccola grotta con una sorgente coperta da petali rossi e dall’inequivocabile forma di vulva, giacché il tempio sorge dove è caduta la vagina della dèa ridotta in mille pezzi da Vishnu a seguito di alcuni dissapori familiari; 6) ricordo a me stesso che in genere evito gli ascensori perché soffro di claustrofobia e, quindi, 7) mi segno la fronte di una polvere rosso sangue, ripeto a pappagallo frasi in hindi che potrebbero anche essere la confessione di innominabili crimini, mi inginocchio davanti alla sacra vulva e lascio pure un’offerta perché è il modo più rapido per riacquistare la libertà e tornare all’aria aperta.

Sano e salvo, ma in evidente stato confusionale (una prece per i capretti in alto a destra).

Ma, a ripensarci, la cosa davvero folle avviene dopo. Sono seduto sugli scalini del tempio e osservo con una certa mestizia le famigliole in attesa del loro turno al ceppo sacrificale. In genere a tenere al guinzaglio il capretto è il figlio più piccolo. Mi chiedo come mai la dea della creatività sia assetata di sangue. Mi rispondo che anch’io, per poter creare una delle mie storie, ho bisogno che si versi del sangue.

Allora penso al romanzo che devo consegnare di lì a qualche settimana. Un improvviso rigurgito d’ansia mi fa sperare che la forza creatrice della dèa abbia toccato la mia mente attraverso la polvere rossa che mi macchia la fronte. È solo un istante ma capisco che, ecco fatto, è andata. Sono qui da una settimana e ho appena ragionato esattamente come i fricchettoni che ho sempre disdegnato. L’India s’è appena colonizzata una parte, forse remota, di me.

Piccola nota finale: la mia settimana in India è stata resa possibile da Alessandra Bertini Malgarini e dall’Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi da lei diretto.

 

Bang bang (Carmen shot him down)

– Bella la Carmen, bell’allestimento. Ottimo cast..
– Sì, tutto ben fatto, però…
– Però cosa?
– Ci vorrebbe un’idea.
– …
– Qualcosa per far parlare davvero la gente. Qualcosa che scateni i social, che magari stuzzichi i Gramellini, che faccia inviperire quelli che sanno tutto loro, i leoncini da tastiera, capisci?
– No.
– Non so, bisognerebbe… Carmen non muore, ecco.
– No, dai.
– Sì, invece. Cambiamo il finale.
– Ma perché?
– Perché noi siamo contro il femminicidio.
– Ma… scusa, è chiaro che lo siamo. Ma, voglio dire… se sei contro il nazismo, che fai, racconti che nei lager c’erano le piscine e il cinema? Se vuoi denunciare lo sterminio dei nativi americani… li fai vedere che invadono l’Europa con due milioni di piroghe?
– Ma no, è il messaggio che conta, capisci?
– Ma che cazzata! Il messaggio è già nella storia. Se cambi quella, va tutto a puttane! Pensa se Madama Butterfly infilza Pinkerton.. ma che roba diventa, scusa? Si perde tutto!
– Lascia perdere la storia… chi frega della storia, ormai. Ma chi la sa, la storia di Carmen? Chi vuoi che perda tempo a documentarsi, andiamo. Noi dobbiamo pensare a tutti quelli che non gliene frega niente, dell’Opera. Non vogliamo urlare un deciso, eclatante “basta” alla violenza contro le donne. E noi lo facciamo salvando la nostra eroina!
– Grandioso! Allora, da domani però cambiamo anche il testo di Hey, Joe, d’accordo? Perché Carmen deve sopravvivere e la ragazza di Joe no? “Ho rimproverato aspramente la mia donna, perché intrallazzava con un altro uomo”. Senti come suona bene… Ah, e smettiamola anche con Lady Marmalade… quello è adescamento puro. E l’auto di Thelma e Louise? Facciamo che dalla bauliera si apre un grande paracadute? Rosa eh, rosa, mi raccomando.
– Vabbè, ora però me la stai prendendo troppo sul serio. Stiamo solo tentando di fare hype, buzz marketing. Prendi LiberieUguali, per esempio.
– Ora che c’entrano?
– C’entrano. Pensa se se ne fossero usciti con “la nostra priorità è riaprire l’accesso all’istruzione universitaria a tutti, indipendentemente dalle possibilità economiche, riducendo i costi dello studio perché prima di tutto bisogna investire nei giovani, nella conoscenza e parapà e perepè…”
– Ma quello è giusto, è sacrosanto. Hai visto cosa succede dove per andare all’Università devi fare un mutuo, guarda! Hai visto cosa succede quando essere progressisti diventa un lusso per pochi? Che prima o poi tutti gli altri smettono di votare o eleggono Trump. È scientifico.
– Ma sì, okay, certo che è giusto, ma i lettori mi si addormentano prima di aver finito di leggere il titolo. E invece, badaboom!, “università gratis per tutti”.
– Ma detta così è una cazzata! Siamo al livello del milione di posti di lavoro o del muro al confine del Messico.
– Esatto! Come Fabio Volo che dice di voler vincere lo Strega o Berlusconi che vuole togliere una tassa che non c’è più! O Salvini che vuole la flat tax e neanche si rende conto che è incostituzionale? Sono tonitruanti, roboanti cazzate. Niente di difficile, niente di tecnico, niente di troppo vicino alla realtà. La realtà è deprimente. È meglio perdersi in deliranti corbellerie irrealizzabili. Servono titoli, titoli perfetti, già bell’e pronti. E infatti ancora te le ricordi.
– Ma allora vale tutto.
– Ma certo che vale tutto. Te ne accorgi ora? Allora è deciso, Carmen gli prende la pistola e gli spara lei.
– No, ti prego. Facciamo che almeno si spara  da solo, in un accesso di rimorso.
– No, è più bello gli spara lei, la ragazza con la pistola, bang bang! È già  nell’immaginario collettivo. Nancy Sinatra…
– Veramente la versione originale era di Cher.
– Si vabbè, vedi come sei inutilmente puntiglioso? Vedrai, domani siamo su tutti i giornali. E magari qualche coglione di scrittore ci scrive pure un pezzo sul suo blog.

Come sopravvivere a un tour promozionale


9.120 chilometri. Sono quelli che, Google Maps alla mano, ho percorso dal 22 giugno a oggi per incontrare i lettori in tutta Italia. Per parlare loro de La ragazza sbagliata ma anche per ascoltare quello che loro avevano da dirmi e rispondere alle loro curiosità.

Fra un Frecciabianca e un Regionale Veloce ho allora scritto un piccolo prontuario per sopravvivere a un tour promozionale, magari evitando le buche più dure, come cantava qualcuno anni fa.

È stato pubblicato originariamente su “Origami” del 15 agosto 2017.

L’idea di diventare uno scrittore (e intendo con questo diventare conosciuto a sufficienza da poter campare della propria scrittura) mi ha sempre attratto, fin da piccolo. Nel mio immaginario infatti lo scrittore, a differenza delle rockstar o degli attori, lavorava a casa sua, indossando comode pantofole, magari circondato da un certo numero di animali domestici che (essendo gli scrittori notoriamente eccentrici) potevano comprendere gatti, conigli, pavoni e iguana. Si godeva il successo in santa pace e, quando usciva per andare al cinema o a fare la spesa, nessuno lo riconosceva.

Negli anni che ho impiegato a diventare uno che campa della propria scrittura è cambiato tutto. Ora gli scrittori si fanno i chilometri, altro che. E sono chiamati a mettere la loro faccia ovunque, a essere intrattenitori istrionici capaci di stregare platee. Niente di nuovo, lo erano grandi scrittori come Oscar Wilde, Gabriele D’Annunzio o Truman Capote. Ma un criterio del genere, preso come prevalente discrimine fra chi accede al circuito che conta e chi no, oggi condannerebbe alla clandestinità letteraria autori come Emily Bronte, Flannery O’Connor o Beppe Fenoglio.

Comunque: piaccia o no, oggi va così. Prendi il trolley, sali in treno e approfitti del viaggio per scrivere. A proposito, è giunto il momento di saldare il mio debito con Trenitalia: alcune mie pagine non avrebbero quella limatura rotonda senza le mezz’ore di ritardo di certi Intercity.

Ogni tanto però pensi alla presentazione che ti aspetta, sperando di essere più brillante e asciutto dell’ultima volta. Nella tua mente si susseguono senza un ordine preciso lontane reminiscenze di retorica ciceroniana e quel talento inarrivabile, da musicista, che ha Baricco per le pause. Entro breve ti ritrovi a desiderare persino di avere, come ultima spiaggia, il paraculismo chirurgico di uno come Fabio Volo.

Ma, mentre il treno si avvicina alla tua destinazione, controlli su Facebook quanti sono stati invitati e quanti hanno cliccato “parteciperò”. Alcuni si sono limitati a un “mi interessa”, mentre ultimamente è diventato di moda commentare con un “mi piace” il fatto che tu, l’autore, partecipi alla presentazione del tuo libro. Va bene, ma in soldoni cosa significa: venite o no?

In realtà non puoi mai sapere come andrà. Ogni volta è una scommessa. Per fortuna l’esperienza qualcosina te la insegna. Ti insegna infatti a distinguere varie tipologie di presentazioni, alcune delle quali non scevre da rischi potenzialmente catastrofici.

  1. Non è tutto oro quel che è festival

Dopo il grande successo della kermesse mantovana, per molti anni “festival” è stata la parola magica in grado di schiodare dalla poltrona anche gli intellettuali più ritrosi. Ci sono stati anni in cui persino il “Festival del cilicio e dell’automortificazione” avrebbe riempito i B&B di qualche sperduta comunità montana. La sola parola è in grado di evocare un’atmosfera frizzante e lontana dalle liturgie accademiche: piazze gremite, lettori in trepida attesa di una dedica, addetti ai lavori che si aggirano con il pass a tracolla, giovani volontari con magliette cool.

Nel frattempo però i social network si sono diffusi in modo capillare. E quindi meglio controllare sempre, prima di accettare, se il suddetto festival non sia solo l’agglutinare in un weekend alcune presentazioni di libri, nella speranza di radunare una massa critica di almeno venti persone. Se del suddetto festival si trovano soltanto foto dei relatori, anche se il tavolo è ingentilito da un bouquet e da una quinta di scena decente, meglio andarci cauti. Se un evento riesce e coinvolge un bel po’ di gente, la prima cosa che si documenta sarà il pubblico. Ma, direte voi, non è un metodo a prova di bomba. Esistono i social, infatti, ma esiste anche Photoshop.

2. Quando il microfono non serve

In genere va così: tre mesi prima fissi la data della presentazione ma poi, contro ogni pronostico, l’Italia batte la Spagna, va avanti nell’Europeo e proprio quel giorno giocherà la semifinale contro la Germania. Oppure: in quella data lo splendido borgo ospiterà l’unica data italiana della reunion dei due Beatles superstiti con Sting, Bocelli e Mina come ospiti d’onore (ve lo dico da toscano: dopo i Rolling Stones a Lucca può succedere di tutto).

Tu telefoni e fai presente che, insomma, ubi maior… Ti rispondono un po’ piccati che loro hanno un pubblico affezionato, uno zoccolo duro, che bisogna reagire allo strapotere dei grandi eventi e che insomma la presentazione si farà lo stesso perché chi è interessato alla lettura se ne frega del calcio e della musica pop.

“Non è vero, io scrivo ma non mi perdo un Germania-Italia dal 1970,” vorresti confessare al telefono, ma sembra brutto. E allora parti. Ti fai duecento chilometri sentendoti come Fantozzi cooptato al cineclub. Lo zoccolo duro in effetti c’è. Si tratta della moglie, della sorella e del cognato dell’organizzatore, più un amico probabilmente ricattato a causa di qualche ingente debito. Special guest un paio di anziani che approfittano delle sedie vuote per riposare durante la passeggiata serale. Per prima cosa l’organizzatore dirà “se vi avvicinate tutti, evitiamo di usare il microfono”. Che, indizio rivelatore, i colori sgargianti qualificano impietosamente come rimasuglio di una vecchia confezione di “Canta Tu” difficilmente destinato a funzionare.

3. La presentazione dove “ci sarà sicuramente un sacco di gente”

Se non puoi combatterli, unisciti a loro. Quando ti contattano per la prima volta, di questi organizzatori ti colpisce il realismo. Non bisogna rinchiudersi nella torre d’avorio della Cultura, dicono. Bisogna andare tra la gente, saper essere popolari. Tu sei reduce da una presentazione testimoniale (vedi punto precedente) e quindi accetti con slancio.

Appena arrivi ti avvertono che “non sarà la classica presentazione”. Il luogo può essere una graziosa piazza occupata da una ventina di gazebo, un parco pubblico o un’area espositiva vera e propria. È un fatto però che l’evento è palesemente dedicato ad altro: filatelia, salumi e formaggi a chilometro zero, attrezzature da fitness, auto d’epoca. Passi che non ci sia un tavolo dei relatori e che non ci siano neppure sedie in file ordinate che fanno il tanto temuto “effetto conferenza”. Passi anche che il libro lo presenti in piedi, mentre una fumaraglia sapida di pollo allo spiedo ti investe a invitanti folate. E passi persino che nessuno vuol chiedere allo stand dei peruviani di abbassare il volume, anche se rivisitare con il flauto di Pan tutto il repertorio di Umberto Tozzi è stato espressamente inserito fra le fattispecie del nuovo reato di tortura. Con crescente inquietudine leggi che di lì a poco inizierà anche la lezione di merengue giusto di fronte allo spazio libri, mentre le poche sedie di fronte a te vengono requisite una a una dall’affollatissimo bar cubano. A quel punto, mentre cerchi di sintetizzare la trama del tuo libro urlando nel microfono come James Hatfield dei Metallica, non ti resta che un pensiero: “speriamo che facciano un mojito decente”.

4. La presentazione “oddio, la cultura!”

È in effetti una variante della fattispecie precedente, ma con una significativa differenza. Nel caso 3 gli organizzatori hanno infatti tentato di inserire uno spazio “letterario” dentro un contesto estraneo (se non ostile) con le migliori intenzioni e in totale buona fede. Qua invece c’è una kermesse di partito o una festa patronale che ha assoluto bisogno, almeno nel programma, anche di un coté culturale. Una volta montate tutte le panche dello spazio tombola e affittato l’ultimo stand ai dimostratori di un nuovo, rivoluzionario affetta-verdure, si rendono conto di aver privilegiato i’rricreativo” dimenticandosi de “i’cculturale”. C’è un momento di panico, ma passa subito. Calcolando il numero di italiani che pubblicano a pagamento o accedono a servizi di print on demand e self publishing, è scientifico che nel raggio di venticinque chilometri ci siano almeno una decina di persone ben contente di presentarsi con uno scatolone di libri e una pattuglia di parenti e amici. Chi siete voi per escludere che fra loro possano esserci le future J. K, Rowlings e E. L. James (ma perché poi le autrici di best seller non devono averci un nome di battesimo come tutti gli altri?)

Poi c’è anche chi ti telefona scusandosi del disturbo. Ti dice subito “siamo una piccola libreria” o “siamo partiti come gruppo di lettura fra amici”. Però lo capisci già dal tono della voce: hanno letto il tuo libro e gli è piaciuto, e averti una sera, conoscerti e farti delle domande per loro sarebbe importante. E a quel punto non te ne frega se saranno dieci o quindici persone, non ti importa se dovrai sciropparti trecento chilometri. Non sono i numeri che contano, delle volte. Capisci solo che devi andare perché ha senso. E sei sicuro che, anche se una mancata coincidenza ti abbandonerà al tuo destino in qualche stazione ferroviaria dimenticata da Dio e dagli uomini, ne varrà la pena.