Italia, 1969-2019

Esattamente sei mesi fa mi è stato chiesto di scrivere sull’assassinio del giovanissimo Ermanno Lavorini, a cinquanta anni da un delitto che sconvolse l’Italia e dal linciaggio mediatico che distrusse vite, reputazioni e carriere di persone innocenti. Ben prima di qualsiasi verità processuale, in quei freddi giorni d’inverno la stampa conservatrice, l’estrema destra cattolica e i neofascisti elessero un’intera città governata dalla sinistra a simbolo di qualsiasi male, al grido di “non si toccano i ragazzini”.

Erano altri i committenti e non esistevano i social. Ma gli obiettivi erano tutti e solo politici, e non erano tanto dissimili da quelli che la destra italiana persegue oggi:  far uscire l’Italia dal novero delle democrazie liberali occidentali per rinchiuderla di nuovo nel gorgo di un regime dittatoriale, isolazionista e patriarcale.

La propaganda per slogan elementari e ossessivi, il rifiuto di qualsiasi ragionamento e la violenza discriminatoria verso “la sinistra” e qualsiasi diversità sono esattamente gli stessi.

Ma chi aveva ucciso Ermanno Lavorini? Lo trovate scritto alla fine dell’articolo.

Quel laboratorio di fake news sulla spiaggia di Viareggio

Il 2 febbraio del 1969 sfila sul lungomare di Viareggio un carro di Carnevale con grandi figure minacciose, simili ai puritani che nella Lettera Scarlatta di Nathaniel Hawthorne marchiano con la A le donne accusate di adulterio. Il titolo è ” Caccia alle streghe” e quegli inquisitori sono le forze oscure della reazione che si oppongono al progresso. Non ricorderemmo quella costruzione fra le migliori di Silvano Avanzini, uno dei più importanti maestri che il Carnevale abbia avuto, se non raffigurasse perfettamente la tempesta che stava per abbattersi su Viareggio. Se consideriamo che un artista del Carnevale progetta la sua opera quasi un anno prima, quelle figure tetre sono una coincidenza profetica del tutto romanzesca.

Soltanto quarantotto ore prima, appena dopo pranzo, un ragazzo di tredici anni è uscito di casa sulla sua bicicletta rossa. Si chiama Ermanno Lavorini ed è figlio di un commerciante piuttosto noto, ma non certo da annoverare fra i benestanti della città. Da quel momento nessuno lo ha più visto. Nel pomeriggio la famiglia ha ricevuto una telefonata lapidaria destinata a imprimersi nella memoria collettiva, anche perché rimarrà l’unica comunicazione dei rapitori: « Ermanno non torna a casa per cena. Preparate quindici milioni e non chiamate la polizia » .

Quella del 1969 non è ancora l’Italia dei sequestri di persona quasi quotidiani e la risposta degli inquirenti è sulle prime inadeguata. Fa sorridere che si invitino pubblicamente i cittadini a segnalare se qualcuno acquista più cibo del solito, dato che l’ostaggio dovrà pure mangiare, no? Insomma, la polizia ti faceva irruzione in casa nel cuore della notte e poi ti chiedeva spiegazioni su due etti di mortadella.

In questa storia però non c’è nessun ostaggio, perché Ermanno Lavorini è stato ucciso quel pomeriggio stesso. Lo si capirà solo quaranta giorni dopo, quando da Viareggio sono già transitati medium, geni dell’investigazione, sensitivi e ciarlatani in cerca di pubblicità. Il suo corpo sepolto sotto uno strato di sabbia viene rinvenuto sulla spiaggia di Vecchiano, a sud di Viareggio. È a quel punto che la caccia alle streghe ha inizio, perché è il momento in cui entra in scena ciò che oggi definiamo la pancia del Paese. La pancia, definizione che riunisce grossolanamente stomaco e intestino, è la parte del nostro organismo perennemente schiava della paura. E nell’Italia del 1969 molta gente ha paura. Ha paura che il boom economico sia agli sgoccioli, ed è una percezione oggettiva.

Contemporaneamente osserva emergere fenomeni nuovi che non sa interpretare: giovani che contestano l’autorità, inneggiano alla pace e usano droghe, donne che vogliono emanciparsi e rivendicano più libertà, anche sessuale. La pancia non sa attendere i tempi di un’analisi, procede dritto per dritto: prima le cose andavano bene e non c’erano hippy, femministe, contestatori, la gente non divorziava e di droghe non si sentiva parlare. Se ora le cose vanno male, la colpa non può essere che di tutti costoro e delle novità assurde che propugnano. Non è un ragionamento, è una reazione irriflessa, quasi uno spasmo, e come tale del tutto impermeabile alle obiezioni della logica.

È in questo scenario che l’omicidio di un ragazzino trasforma Viareggio nella Sodoma e Gomorra d’Italia e Lavorini nella vittima di giochi sessuali proibiti.

Viareggio è una città famosa, a cui il turismo di massa non ha tolto un’aura chic. Ma Viareggio è anche radical, perché accanto alla tradizione operaia dei maestri d’ascia e dei calafati, alle darsene raccontate da Viani, Micheli e Tobino, c’è la radice laica e libertaria degli anarchici, dei massoni, dei socialisti, di coloro cioè che alla fine dell’ 800 hanno ottenuto che si intitolasse una piazza a Percy Bisshe Shelley, poeta inglese ateo, fuggito dall’Inghilterra con amante minorenne al seguito. E soprattutto, Viareggio ha una giunta di sinistra.

Il caso Lavorini soddisfa una domanda che tutta Italia si deve essere fatta almeno una volta: ma cosa faranno a Viareggio, tutto l’inverno, quando bagni e alberghi sono chiusi? La risposta è: sesso a pagamento con ragazzini e orge con uso e abuso di droghe. Le pinete deserte e i villini liberty, lontani dai riflettori dell’estate, sono uno scenario congruo, narrativamente perfetto.

Perché di questo stiamo parlando: di narrazione. E precisamente di un’enorme bugia narrata come verità indiscutibile. O, se preferite, di una fake news che si impone in virtù di uno storytelling elementare.

Il “Secolo d’Italia”, organo del Movimento Sociale Italiano, si immette nella più limpida traduzione giuridica del «prima impicchiamolo, poi facciamo il processo»: «Strappiamo la maschera agli infami corruttori della gioventù. I responsabili della morte di Ermanno Lavorini appartengono alla banda socialcomunista che governa la città». Ma nemmeno “L’Espresso”, “Il Borghese” o

“Epoca” si tirano indietro di fronte alla schedatura e al linciaggio di “pederasti” e “invertiti”, alla disperazione che porta due innocenti alla morte, alla distruzione di carriere politiche. La caccia alle streghe, si sa, non nasce per essere uno strumento raffinato.

A nessuno in quel momento interessava che Ermanno Lavorini fosse estraneo a qualsiasi giro di prostituzione e che dall’autopsia non risultassero segni di violenze – ma nemmeno di rapporti – sessuali.

Neanche alla sinistra extraparlamentare o al Pci, che decisero di non spendersi in difesa di chi coltivava in modo clandestino e con dei minorenni inclinazioni giudicate comunque contronatura. Peccato che così facendo lasciarono campo libero alla prova generale di quello che sarebbe diventato il triste canovaccio della strategia della tensione: disinformazione tambureggiante, demonizzazione di falsi colpevoli, depistaggi e connivenze con la destra golpista.

Otto anni dopo, nel 1977, quando la notte della Repubblica era profonda, non interessò più a nessuno che per il rapimento e l’omicidio di Ermanno Lavorini venissero definitivamente condannati tre giovani esponenti del Fronte Monarchico Viareggino. A questa formazione politica, ospitata in un garage di periferia e svanita nel nulla, con i suoi archivi, poco dopo la scomparsa del ragazzo, dovevano infatti finire i soldi del riscatto.

Ma a pochi interessa la verità, quando c’è un racconto semplice che ci risparmia la fatica di capire. Sono passati cinquant’anni dal Carnevale più triste e surreale che Viareggio abbia vissuto, ma quella lezione, forse, non l’abbiamo mai davvero imparata.

 

Pubblicato su “La Repubblica” del 31 gennaio 2019

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I prossimi appuntamenti

Una finale del Premio Bancarella.

 

Dal Premio Rieti alla Puglia, dalla Festa del Racconto di Carpi alle serate del Premio Bancarella. Ecco dove sarò nelle prossime settimane.

24 maggio, ore 17 – RIETI

Incontro nell’ambito del Premio Letterario Rieti presso la Biblioteca Paroniana.

 

30 maggio, ore 9,30 – RAVENNA

Presentazione dei finalisti Premi Selezione Bancarella al Palazzo dei Congressi di Ravenna

 

31 maggio, ore 17,30 – VIAREGGIO

“Il rosso e il noir”, un excursus fra le letture che mi legavano a Milziade. Incontro a Villa Argentina per i venerdì della Fondazione Caprili.

 

2 giugno, ore 19 – CARPI (MO)

Al Chiostro San Rocco (in caso di pioggia auditorium Loria), incontro su Come ammazzare il tempo assieme a Margherita Oggero. Conduce Chiara Moscardelli.

 

10 giugno, ore 21,00 – SESTO SAN GIOVANNI (MI)

Presentazione dei finalisti Premi Selezione Bancarella alla Biblioteca Civica presso la Villa Visconti d’ Aragona.

 

12 giugno, ore 18,00 – LIVORNO

Incontro con i lettori a Villa Fabbricotti nell’ambito della rassegna LeggerMente. Intervista di Carlo Neri.

 

14 giugno, ore 16 – CESENA

Consegna Premio Seleziona Bancarella presso la biblioteca Malatestiana

 

4 luglio, ore 18 – BARI

Incontro alla Libreria Laterza a cura dell’Associazione Donne in Corriera. Con Gabriele Protomastro.

5 luglio, MODUGNO

(Dettagli a breve)

6 luglio, ore 18.30 – MARTINA FRANCA (TA)

Presentazione presso il Chiostro Agostiniane del Villaggio Sant’Agostino assieme a Cinzia Cofano.
Reading di Mauro Di Michele.

 

21 luglio, ore 21  – PONTREMOLI

Premiazione del libro vincitore  del 67° Premio Bancarella. Assieme agli altri finalisti Alessia Gazzola, Tony Laudadio, Elisabetta Cametti, Marco Scardigli, Marino Magliani.

 

30 luglio, ore 18 – LOANO

Incontro con i lettori per la rassegna “I martedì della Cultura” nel ridotto dell’Area Estiva Giardino del Principe, Palazzo Doria.

 

20 agosto, ore 19.15 – SENIGALLIA

Incontro con i lettori nell’ambito di Ventimilaleghesottimari… in giallo.

Con parole mie

“Si diventa grandi quando, di fronte alla fine di una relazione, si continua a soffrire ma si accetta la scelta dell’altro e si accetta quell’irreversibilità della fine che è, in fondo, accettazione del ciclo di vita e morte.”

Tre anni fa, all’Università di Cork, ho fatto una bellissima chiacchierata con Nicoletta Mandolini del Dipartimento di Italianistica. Saranno state le sue domande, sarà stata l’aria d’Irlanda (vedi foto esplicativa), ma rileggendola ora mi pare di aver detto una certa quantità di cose interessanti sul dietro le quinte dei miei romanzi. La potete leggere nella sua versione integrale qui.

Sempre il Dipartimento di Italianistica dell’University College Cork, ha  recentemente pubblicato questa raccolta di saggi, in cui si parla anche di come noi scrittori rappresentiamo la violenza di genere. E dato che, come ricorda Stephen King, raccontare un mostro e dargli tutti i nomi è il primo passo per sconfiggerlo, è argomento su cui vale la pena riflettere.

Molto più recentemente, Enrico Caroti Ghelli  mi ha intervistato per il sito della Writers’ Guild Italia, di cui sono socio. Qua si parla, of course, molto più di “Nero a metà ” e di serie tv, di cinema e del lavoro degli sceneggiatori.

“La commedia italiana aveva buon gioconel dissacrare il potere, i vincenti o i furbi di ogni strato sociale perché quei potenti, quei vincenti, quei furbi tenevano a dare di sé un’immagine rispettabile, onesta e positiva. Quindi erano vulnerabili nella loro ipocrisia. Oggi no, non solo il re è nudo, ma è decisamente sovrappeso e non ci chiede neppure di far finta che abbia il fisico di un bronzo di Riace.”

La trovate a questo link.

 

In nome del pop sovrano

Fa sorridere l’impeto patriottico della mail in cui il presidente della SIAE Giulio Rapetti, in arte Mogol, invita a sostenere una legge che riservi alla musica italiana almeno il 33% della programmazione radiofonica.

Fa sorridere quando parla di “artisti e autori nostrani”, utilizzando un aggettivo che più si addice a polli e carciofi. Da uno che di mestiere fa il paroliere, era lecito aspettarsi di meglio.

Fa sorridere perché interviene con grande tempismo sulla diffusione della musica tramite apparecchiature radiofoniche quando da anni la vera partita fra chi emerge e chi no viene decisa da una cosa chiamata internet – non so se ne avete sentito già parlare. Le radio, in definitiva, registrano e amplificano quello che viene scaricato o scelto in playlist dal numero maggiore di utenti. Non a caso nella mail si richiama una legge francese del 1994, epoca in cui (al di là del giudizio di merito) un provvedimento del genere un qualche effetto reale l’avrebbe avuto. In quegli anni la Francia fece lo stesso anche per il cinema e la tv, creando le premesse per conservare una solida industria nazionale dall’invasione incontrollata delle produzioni d’oltreoceano. Non so se il modello protezionistico a lungo termine abbia funzionato anche in termini di qualità. Non mi pare che in epoca di serie tv globali siano molte le proposte francesi che si fanno notare oltre i propri confini. Scandinavi, spagnoli, tedeschi e israeliani, per dire, stanno facendo decisamente meglio. Noi comunque siamo stati gli unici folli a esagerare in senso opposto: anni prima la Democrazia Cristiana aveva assestato un colpo ferale al cinema italiano (e cioè il cinema da cui tutti hanno imparato a fare cinema nella seconda metà del ‘900) con un accordo che imponeva di importare quote fisse di produzioni statunitensi, senza alcun accordo di reciprocità. È come se nella patria del Brunello e del Barbera si fossero obbligati gli italiani a trangugiarsi una lattina di Coca Cola ogni bicchiere di vino. Quanto alla tv, nel 1994 un tale si era già preso da anni tutta l’emittenza privata e stava per diventare lui quello che fa le leggi. Fine dell’excursus.

La proposta fa sorridere perché nel gioco della percentuale flat imporrebbe una riserva protetta di musica italiana anche a radio, come quelle rock, per esempio, in cui il peso delle produzioni italiane è giocoforza minoritario. Perché poi dimentica che, non da ieri, la “musica italiana” di Pausini, Jovanotti o Bocelli può essere (forse) finanziata da un produttore italiano, ma registrata o post-prodotta a Londra o New York, oppure registrata in Italia ma da (e con) musicisti stranieri. In quel caso, come ci si regola? 

Singolare poi come non si faccia alcun accenno all’uso della lingua italiana. Se da domani tutti gli autori italiani si mettessero a scrivere in inglese o nei vari dialetti, per i sovranisti non sussisterebbe quindi problema alcuno. Prima gli italiani, ma non l’italiano, con cui del resto numerosi esponenti di questo governo ingaggiano ogni giorno della battaglie impari. Eppure, è notizia di questi giorni, la lingua italiana è la quarta più studiata al mondo, subito dopo quelle parlate da alcuni miliardi di persone (cinese, americano, spagnolo). Mentre si pretende di legiferare sulla musica, si dimentica insomma proprio quella che potrebbe essere la caratteristica principale di questa (per me fantomatica) italianità: il suono della nostra lingua, quella del bel canto. Di nuovo, da uno che ha usato l’italiano per scrivere grandi successi, ti saresti aspettato qualcosa di meglio.

Non appena dalle questioni di vil pecunia (chi paga chi, e dove) si va a quelle artistiche, le contraddizioni si moltiplicano ancora, la confusione di chi cerca ogni giorno un diversivo alla crisi italiana è evidente. Sembra di vedere degli umarell eccentrici piazzati sullo stretto di Gibilterra a discutere su quale sia l’acqua del Mediterraneo e quale quella dell’Atlantico. Quanto c’è della tradizione italiana in Fred Buscaglione, Renato Carosone, Adriano Celentano, Paolo Conte, Pino Daniele, Zucchero? Oggi potremmo dire che sono loro la tradizione, ma quando sono usciti suonavano tutt’altro che “italiani”. Fecero inorridire più d’un purista. Così come suonano stranieri alle orecchie dei promotori di questa assurdità gli italianissimi Ghali e Mahmood che importano sonorità e stilemi dai ghetti delle metropoli americane. Siamo insomma in un campo in cui un criterio quantitativo non esiste, anzi, soltanto introdurlo nel discorso significa non averci capito nulla. Dire musica è come dire aria e vento, era così anche prima dello streaming e non puoi fermare i venti con i decreti e le motovedette.

Non c’è poi una parola sulla qualità di questa fantomatica musica “opera di artisti italiani e prodotta in Italia”.  Non c’è un’idea di diffusione dell’educazione musicale, di spazi e di opportunità per l’affinarsi dell’orecchio (e di conseguenza del cervello). Non c’è una definizione di identità (parola tanto cara ai sovranisti), perché manca a monte una riflessione sul come mai la musica leggera italiana (e intendo quella che proviene più direttamente dalla grande tradizione melodica dei Modugno e dei Battisti) sia oggi così pesante, asfittica, verbosa e autoreferenziale. Manca solo che la chiudiamo in una bella riserva protetta e direi che la via verso l’estinzione è tutta in discesa. L’idea che per decreto le radio ci propinino qualche ora in più le meteore lanciate da qualche talent show è come voler difendere la cultura enologica italiana imponendo ai supermercati di tenere una certa quantità di vino, e non importa se è quello economico nel tetrapak. Ma di cosa stiamo parlando?

Un’ultima notazione polemica. Anzi, rancorosa. Le idee più o meno improvvisate su come salvaguardare l’italianità nell’audiovisivo o in ambito musicale mi interessano molto poco, specie se sono fatte a prescindere da un discorso di miglioramento della qualità, specie se poi arrivano da un governo il cui capo di fatto mette alla gogna gli scrittori definendoli “intellettualoni”.  E mi interessano poco anche perché l’italiano è la quarta lingua più studiata nel mondo, ma chi utilizza questa lingua per narrare non usufruisce di nessun aiuto, non merita mai nessuna attenzione, deve sopravvivere con le proprie forze e confrontarsi con Paesi che dispiegano mezzi imponenti per promuovere le proprie narrazioni verso l’estero. L’Italia invece batte in ritirata e si chiude al proprio interno, dentro tristi recinti pieni di buchi. Ma va bene così, non scambierei mai “a walk on part on a war for a lead role in a cage”, e chiedo scusa ai sovranisti se non mi è venuta una citazione da Al Bano e Romina.

Le prime date del 2019

Perché non si pensi che qui qualcuno batte la fiacca. Giammai. Altre date in arrivo, ancora da confermare. Se incrociate le mie stesse coordinate spazio-temporali e avete piacere, manifestatevi.

 

26 gennaio, ore 16 – TERRANUOVA BRACCIOLINI (AR)

Incontro con i lettori presso la Biblioteca Le Fornaci, intervista di Marco Santoni.

26 gennaio, dalle ore 18 – GREVE IN CHIANTI (FI)

Intervento alla presentazione dell’edizione 2019 del Premio Chianti alla Casa del Popolo.

1 febbraio, ore 22 – SUZZARA (MN)

Ospite del Festival Nebbia Gialla, con Gaetano Savatteri.

2 febbraio, ore 15 – BELLINZAGO NOVARESE (NO)

Incontro con i lettori per il ciclo B.A.N.T. nella sala comunale Don Vangioni. Intervista a cura di Massimo Delzoppo.

2 febbraio, ore 18 – ARONA (NO)

Incontro con i lettori presso la Libreria Feltrinelli Point. Intervista a cura di Massimo Delzoppo.

3 febbraio, ore 12 – VERCELLI

Incontro con i lettori presso la Libreria Mondadori in compagnia di Paolo Sollier.

16 Febbraio, ore 17 – FAUGLIA (PI)

Incontro per il ciclo i Tè letterari, a cura di Anna Bertini, al Teatro Comunale di Fauglia, Saletta Congressi.

21 febbraio, ore 18 – MANTOVA

Cena con l’autore presso il ristorante Giallo Zucca. A cura di Marco Piva.

9 marzo, ore 18 – CASTAGNETO CARDUCCI (LI)

Incontro per il ciclo Sere Nere al Teatro Roma.

22 marzo, ore 17.30 – PERUGIA

Conversazione con Stefano Giovannuzzi e Alvaro Fiorucci nella Sala delle Adunanze della Facoltà di Lettere, nell’ambito del ciclo di incontri di Letteratura e Storia Contemporanea

23 marzo, ore 17 – CASTENASO (BO)

Incontro nell’ambito del festival C’est Noir alla Biblioteca Comunale Casa Bondi. Assieme a Luca Crovi, intervista a cura di Cesare Cioni.

13-14 aprile, PECCIOLI (PI)

Sarò scrittore ospite all’iniziativa Parole Guardate, a cura della Fondazione Peccioli Cultura.

24 maggio, RIETI

Incontro con la giuria del lettori del Premio Rieti alla Biblioteca Paroniana.

31 maggio, VIAREGGIO

“Il rosso e il noir”, incontro presso la Biblioteca Milziade Caprili

 

Italia ruspante, anno I

Un bel giorno tolsero le panchine dalla piazza della stazione, perché ci si sedevano troppi immigrati. Poi smontarono la fontanella d’acqua, giacché spesso anche gli immigrati ci bevevano. L’acqua del resto non mancava, bastava comprarla a un euro e mezzo la bottiglietta, dando così il proprio contributo alla produzione di plastica che soffoca il Pianeta. Alcuni immigrati però furono sorpresi a sedersi sul bordo delle aiuole o addirittura sull’erba. Ma le immagini che indignarono il web furono quelle in cui alcuni di loro appoggiavano persino le loro bottigliette d’acqua per terra, e fu a quel punto che la soluzione di eliminare le aiuole, ancorché dolorosa, si rese inevitabile. 

Gli immigrati allora se ne rimasero in piedi – specie nella bella stagione all’ombra degli alberi c’era un bel fresco – ragion per cui non si ebbe alternativa al taglio di tutta la vegetazione. Il giardino diventò così un grande parcheggio per i passeggeri della stazione. Siccome però c’erano degli immigrati che giravano fra le auto a vendere fazzoletti o calzini per 50 centesimi, fu deciso ecumenicamente di recintare il parcheggio e far pagare a tutti,  e prima di tutto agli italiani, una modica tariffa di 3 euro all’ora o frazione.

Ciononostante, un certo numero di immigrati si ostinò a stazionare intorno alla stazione, forse per questioni di subdola assonanza lessicale con cui i turbomanipolatori del linguaggio lavano il cervello dei popoli. Fu allora evidente a tutti che questi immigrati arrivavano qui solo per sfidare le nostre leggi. Non si ebbe altra scelta, quindi, che tirare dritto e demolire la stazione. Per azionare la ruspa a favore di telecamera si contesero il caschetto giallo un sindaco e un ministro. Naturalmente la stampa asservita ai poteri forti sottolineò che la mancanza della stazione provocava qualche disagio anche agli italiani di razza più pura che prendevano il treno ogni giorno. Ma ben presto il problema diventò il classico cavallo di battaglia passatista di certa sinistra-cachemire, giacché molte altre località vicine seguirono l’esempio e rusparono le proprie stazioni al suono gioioso della fanfara cittadina. Ora che i convogli viaggiavano completamente vuoti, qualche infame pennivendolo ebbe il coraggio di chiedere a cosa servissero i treni, dato che nessuno poteva più salirci sopra. Ovviamente la puttanella al soldo di Soros dimenticò di sottolineare che adesso i treni erano molto più veloci, sempre in orario e soprattutto nessun immigrato ci saliva sopra senza pagare il biglietto, come invece succedeva quando governava la sinistra.

Gli immigrati erano in prevalenza giovani, molti non potevano permettersi un’auto e quindi non ebbero altra possibilità che spostarsi in bicicletta. Così facendo però si riversarono in massa sulle piste ciclabili. Di fronte a questa palese, icastica dimostrazione che un’invasione era davvero in corso, il governo del cambiamento ordinò a furor di like che le piste ciclabili diventassero parcheggi per le auto. Prima infatti venivano gli italiani, quegli italiani che una volta prendevano il treno, ma che ora per fare tre chilometri e mezzo in auto dovevano dettare le ultime volontà e dotarsi di razioni K. D’altronde, se si erano ruspate le stazioni la colpa era pur sempre degli immigrati.

Gli immigrati però provenivano da paesi dove per una tanica d’acqua sporca si poteva camminare anche venti chilometri. Quindi si adattarono e iniziarono a spostarsi a piedi. Fu allora che centinaia di post, tutti provenienti da un server di Murmansk, rilanciarono una provocazione infuocata: è giusto che così tanti immigrati consumino i marciapiedi pagati con i soldi del contribuente italiano? Che a un tiro di schioppo dal Polo Nord ci si preoccupasse tanto della manutenzione stradale di Forlimpopoli parve sospetto, ma solo a qualche rosicone da salotto. I soldi del contribuente italiano furono così dirottati in un’epocale opera di rimozione dei marciapiedi da tutta la penisola. In breve nessuno poté più uscire di casa senza un Suv, meglio se blindato, non si sa mai. Dall’alto dei loro attici newyorchesi i soliti radical chic protestarono, incapaci di capire i problemi della gente sempre più esasperata. Neppure questa volta i buonisti con il Rolex ebbero l’onestà di riconoscere gli obiettivi raggiunti dal governo del cambiamento con l’abolizione dei pedoni: ora che era impossibile uscire di casa a piedi, nessuno più rischiava di essere scippato o violentato da un immigrato.

La gente, sempre più impaurita ed esasperata, comprava su internet persino gli stuzzicadenti. Fra un corriere e l’altro però scriveva post di rabbioso rimpianto per l’amico negoziante strangolato dalle tasse, dai furti subiti ad opera degli immigrati e dalle politiche imposte dalla BCE. Nonostante questo, le strade erano state ripulite dalla feccia e il decoro regnava sovrano, o almeno, a giudicare da Google Street View sembrava tutto okay. Certo, non si poteva più uscire, ma del resto uscire per andare dove? L’ultimo bar era stato sgomberato con i reparti antisommossa dopo aver venduto un chinotto oltre l’orario consentito per la somministrazione di bevande aromatico-gassate nel primo mercoledì dispari di uno dei mesi il cui nome contiene almeno due volte la stessa vocale e in cui la temperatura registrata fra le 9 e le 17 non sia inferiore, nella media, a 20 gradi.

Reclusi nel loro comodo ergastolo ai domiciliari, gli italiani poterono comunque twittare che adesso, finalmente, gli immigrati se ne rimanevano a casa loro.

 

Questa lettura è stata il mio piccolo contributo al Capodanno di Riace,
il paese di Mimmo Lucano. La Storia, come cantava qualcuno, darà torti e darà ragioni.

Le date di novembre

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Prima della pausa natalizia, ancora qualche data in giro per il centro-nord a parlare di “Come una famiglia” e di altre cose. Fra librerie, biblioteche, festival e gallerie d’arte.

8 novembre, ore 18 – PIACENZA

Incontro con i lettori alla Galleria Biffi Arte. A cura di Mario Molinaroli.

9 novembre, ore 18 – TORTONA

Incontro con i lettori alla libreria Namastè,

11 novembre, ore 12 – PISA

Incontro con i lettori al Repubblica Caffè nell’ambito del Pisa Book Festival. A cura di Fabio Galati e Gianluca Monastra.

23 novembre, ore 18 – VIAREGGIO

Incontro alla Biblioteca Marconi di Viareggio, con la partecipazione del sindaco Giorgio Del Ghingaro. Intervista a cura di Remo Santini.

24 novembre, ore 18,30 – ROMA

All’Istituto Cervantes, in occasione di “Nero Giallo, incontri sulla letteratura noir”, dialogo con Vladimir Hernández e Ignacio Del Valle. Modera Michele De Mieri.

29 novembre, ore 21 – SPILIMBERGO (UD)

Incontro con i lettori presso la Biblioteca Comunale.

30 novembre, ore 18 – TRIESTE

Incontro presso la Libreria Minerva. Intervista a cura di Pietro Spirito.

Ottobre

“October/and the trees are stripped bare/of all they wear/what do I care…” diceva la canzone. Al momento sul Tirreno ottobre sembra ancora un bellissimo settembre. Ecco dove sarò da qui alla fine del mese.

5 ottobre, ore 17.30  – PERUGIA

Incontro con i lettori nell’ambito di UmbriaLibri. Intervista di Alessandra Buccheri.

13 ottobre, ore 18 – MASSA

Incontro con i lettori alla Libreria Libri in Armonia. Intervista di Patrizia Fiaschi.

19 ottobre, ore 21 – PONTEDERA (PI)

Incontro con i lettori presso il Museo Piaggio. A cura della Libreria Roma.

20 ottobre, ore 18 – ORBETELLO (GR)

Incontro con i lettori presso la Fattoria La Parrina. Conduce Riccardo Bruni. A cura della Libreria Bastogi.

27 ottobre, ore 15 – PISTOIA

Tavola rotonda all Biblioteca San Giorgio: “Dove va il noir. Fortuna e prospettive di un genere”. Con Luca Briasco, Francesco Colombo, Piergiorgio Pulixi, Michele Rossi.

Cosa scrivono di “Come una famiglia” (september edition)

Tre mesi dall’uscita, finisce l’estate, è tempo di bilanci: ecco quanto apparso su stampa e web riguardo a Come una famiglia:

Fulvio Paloscia su Repubblica Firenze.

TuttoLibri della Stampa: la recensione di Raffaella Silipo.

Qui Cristina Bulgheri e Claudio Vecoli mi intervistano per Il Tirreno.

Qua invece un estratto del libro, uscito in anteprima per IL Magazine del IlSole24Ore.

Fabio Galati per Robinson de La Repubblica

Roberto Sturm lo recensisce su Pulp Libri.

Tiziana Pasetti ne scrive su Confidenze.

E poi Erika Pucci su VersiliaToday.

La Libreria Volante di Lecco ne parla così.

Federica Politi su Contorni di Noir.

Questo invece ne pensa Elvezio Sciallis per ThrillerCafe.

Chiara Giacomi per Il Baco da Seta.

Si definiscono due lettrici quasi perfette, ma la loro recensione sembra perfetta e basta.

Ravenna&Dintorni lo definisce addirittura ipnotico.

Mauro Molinaroli ne scrive su MilanoNera, Paola Torretta sul suo blog. Qui le recensioni de Il baco da seta e de La Bottega del Giallo. La disamina approfondita di Sabrina De Bastiani è invece apparsa su Thrillernord. Il blog Labiondachelegge la pensa così.

E poi c’è questo blog che pochi giorni fa ha scritto di Cosa Resta di Noi, però lo segnalo lo stesso. A voi scoprire di chi si tratta.

Mi par giusto però riportare anche l’unica recensione negativa, apparsa su Il Messaggero a firma di Marco Ciriello. Dice che il libro non si fa gnommero. La potete leggere qua.

Last but not least diverse interessanti recensioni sui diversi quotidiani. Le vedete qui sotto (cliccate per ingrandirle e leggerle).

 

Scrivono di “Come una famiglia” (update agostana)

A un mese e mezzo dall’uscita, bisogna davvero aggiornare le rassegna stampa e web su Come una famiglia:

Fulvio Paloscia su Repubblica Firenze.

TuttoLibri della Stampa: la recensione di Raffaella Silipo.

Qui Cristina Bulgheri e Claudio Vecoli mi intervistano per Il Tirreno.

Qua invece un estratto del libro, uscito in anteprima per IL Magazine del IlSole24Ore.

Roberto Sturm lo recensisce su Pulp Libri.

Tiziana Pasetti ne scrive su Confidenze.

E poi Erika Pucci su VersiliaToday.

La Libreria Volante di Lecco ne parla così.

Federica Politi su Contorni di Noir.

Qua invece le pillole della Bottega del Giallo.

Questo invece ne pensa Elvezio Sciallis per ThrillerCafe.

Chiara Giacomi per Il Baco da Seta.

Si definiscono due lettrici quasi perfette, ma la loro recensione sembra perfetta e basta.

Ravenna&Dintorni lo definisce addirittura ipnotico.

Amici, io ri-sprofondo in catalessi in attesa che passi il grande caldo. A presto.