Primavera 2018, tutti gli incontri

2 marzo, ore 20,30 – CANTU’

Cena letteraria presso l’Agriturismo “La Cascina di Mattia” di Cantù a cura di AreaLibri

9 marzo, ore 21 – VINCI (FI), Biblioteca Leonardiana

Incontro con i lettori, presenta Matteo Bensi

10 marzo, ore 17.30 – CASTAGNETO CARDUCCI (LI), Teatro Roma

Incontro nell’ambito di Sere Nere, a cura di Giampaolo Boetti

11 marzo, ore 11 – FIRENZE, Libreria Todo Modo

Incontro con i lettori della Colonna Vasco Pratolini del gruppo Leggo Letteratura Contemporanea

24 marzo, ore 17, GAIOLE IN CHIANTI (FI), Sede della Società Filarmonica

Presentazione de “La Ragazza Sbagliata”, finalista al Premio Chianti.+

24 aprile, ore 20.30, Puegnago del Garda (BS)

incontro nell’ambito di  FESTIVAL GIALLO GARDA alla Libreria Bacco-Cantina Marsadri

7 maggio – Terranuova Bracciolini (AR)

Ospite del Festival Moby Dick, assieme a Fabio Genovesi

16 maggio, 18.30 – Massagno (Lugano), Cinema Lux

Presentazione nell’ambito di Giallo Massagno.

23 maggio, 18.30 – Lucca, Biblioteca della Scuola Carlo del Prete

Incontro nell’ambito del Progetto Legalità. Intervista a cura di Anna Benedetto.

26 maggio, ore 17 Fattoria Castello di Verrazzano (FI)

Finale del Premio Chianti assieme agli altri autori finalisti: Silvia Bencivelli, Alberto Rollo, Raul Montanari, Matteo Melchiorre, Emiliano Gucci.

27 maggio, ore 19.00 – Moie di Maiolati Spontini (AN)

Biblioteca La Fornace, incontro con i lettori a cura della Colonna Leopardi di Leggo Letteratura Contemporanea

27 luglio – Cesenatico

Ospite del festival CesenaticoNoir

Annunci

L’india, giusto un anno fa

L’anno appena trascorso è stato anche quello che mi ha portato per la prima volta in India. Ora, esiste uno scrittore, dico uno, che non abbia scritto qualcosa di ritorno dall’India? E perché dovrei essere io il primo?

In ginocchio davanti alla dea, l’India mi vuole colonizzare

Originariamente apparso sulle pagine de Il Fatto Quotidiano dell’11 agosto 2017.

Ho sempre mal sopportato chi sognava l’India, poi un giorno partiva in autostop (almeno così diceva), tornava dopo quattro mesi e per i seguenti quattro anni parlava solo dell’India. Persino la sbandata indiana dei Beatles mi ha sempre lasciato tiepido. L’unico libro che ho letto sull’India (sì, potete abbandonarvi a espressioni di disgusto) è Il canto di Kali di Dan Simmons, un thrilleraccio cupo e truculento che descriveva Calcutta come un tenebroso girone degli inferi.

Ecco perché, quando lo scorso anno l’Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi mi invita a parlare di giallo italiano, infilo in valigia qualche maglia di troppo ma nessun pregiudizio, nessuna aspettativa. Non vado a incontrare nessun guru e nessuna dea sanguinaria. E invece.

Invece arrivo all’aeroporto di Nuova Delhi in piena notte e l’aria ha il sapore amaro dei copertoni bruciati, la caligine è così densa che vedo le luci sfocate come se avessi di colpo bisogno di un intervento alla cataratta. È gennaio, siamo sopra i venti gradi ed è la stagione secca, quando cioè il tasso di umidità scende al 98%. C’è un autista che mi aspetta: ossuto, sui sessanta, non dice una parola, tiene un cappuccio sulla testa e non si fa vedere in faccia. Attraversiamo la stazione dei taxi, molti sono neri come i cab londinesi, ma la contrattazione per la corsa è affidata a una deregulation che persino Margaret Thatcher avrebbe giudicato eccessiva. Per prenderne uno devi prima dribblare gli altri clienti e poi, al rifiuto del tassista che cerca una corsa più redditizia o più comoda, devi lanciarti sul cofano urlando “ora lei mi fa salire, sennò chiamo la polizia”.

Il mio autista mi fa cenno di seguirlo lontano da quella bolgia, alla volta di un parcheggio semideserto ricavato sotto un cavalcavia. La Vauxhall è un modello molto antecedente al momento indiano dei Beatles, e fra gli amuleti sul cruscotto spicca proprio lei, la dèa dalle quattro braccia. Nel buio, si materializza l’ologramma di Dan Simmons che mi ammonisce “pensavi che io fossi il solito yankee rozzo e reazionario, vero? Be’, welcome to India…” In un thriller che si rispetti, a questo punto l’autista estrae una lama di trenta centimetri e chiude lo sventurato protagonista nel bagagliaio. Apprenderemo di lì a poco che proprio quella sera gli adoratori di Kali hanno programmato il sacrificio rituale di uno scrittore occidentale, eccetera. Io invece vengo accompagnato in un albergo bellissimo, il giorno dopo passo una splendida giornata in una libreria favolosa chiamata Oxford Bookshop in compagnia di altri scrittori di mezzo mondo. Vinco addirittura una gara a quiz sulla storia del noir assieme a due giovanissimi studenti di Delhi. Parliamo di Chandler, Hammett, Sergio Leone e Dario Fo, Ellroy e Simenon. Ritrovo un amico dell’università di Pisa che è docente di italiano lì. Poi tengo due mini-seminari alla Jamla University, la grande università islamica della capitale. Mangio benissimo, visito le tombe degli ultimi sultani di Delhi.

Certo, la circolazione intorno alla immensa rotatoria di Connacht Place fa sembrare il traffico romano un impeccabile carosello di cavalli lipizzani. E le enormi pubblicità dell’iPhone 7 rischiarano gli spartitraffico dove famiglie intere passano la notte al riparo di qualche cartone. E neppure dormire negli spartitraffico è gratis. Il traffico incessante tiene lontane zanzare e insetti, quindi sono posti ambìti e bisogna pagare un tanto a notte al racket. Insomma, la sindrome cuore-di-tenebra è sempre lì, dietro l’angolo, ma tutto va splendidamente.

Fino a quando, alcuni giorni dopo, non mi lascio convincere. Sono in Assam, uno dei sette stati nordorientali incastrati fra la Cina, il Bangladesh e la Birmania. Tutti parlano di questo famoso tempio di Kamakhya e c’è giusto una mattinata libera prima di rientrare a Delhi.

Difficile dimenticare quella mattinata. Al terzo sorpasso folle dell’autista chiudo gli occhi e probabilmente li riapro in un universo parallelo in cui, nell’ordine: 1) accetto di vagare a piedi nudi in un’area in cui deiezioni umane e animali si mischiano senza soluzione di continuità; 2) constato con i miei occhi che la dea Kamakhya predilige il sacrificio di giovani capretti; 3) per accedere al tempio mi infilo in un corridoio largo mezzo metro e costituito da robuste inferriate che in caso di incendio assicurerà alle nostre carni una perfetta cottura alla gratella; 4) procedo in un antro buio e angusto, in fila assieme a centinaia di sconosciuti che premono alle mie spalle esortandomi a ripetere il mantra in omaggio a Kamakhya; 5) scendo scalini accidentati per arrivare a una piccola grotta con una sorgente coperta da petali rossi e dall’inequivocabile forma di vulva, giacché il tempio sorge dove è caduta la vagina della dèa ridotta in mille pezzi da Vishnu a seguito di alcuni dissapori familiari; 6) ricordo a me stesso che in genere evito gli ascensori perché soffro di claustrofobia e, quindi, 7) mi segno la fronte di una polvere rosso sangue, ripeto a pappagallo frasi in hindi che potrebbero anche essere la confessione di innominabili crimini, mi inginocchio davanti alla sacra vulva e lascio pure un’offerta perché è il modo più rapido per riacquistare la libertà e tornare all’aria aperta.

Sano e salvo, ma in evidente stato confusionale (una prece per i capretti in alto a destra).

Ma, a ripensarci, la cosa davvero folle avviene dopo. Sono seduto sugli scalini del tempio e osservo con una certa mestizia le famigliole in attesa del loro turno al ceppo sacrificale. In genere a tenere al guinzaglio il capretto è il figlio più piccolo. Mi chiedo come mai la dea della creatività sia assetata di sangue. Mi rispondo che anch’io, per poter creare una delle mie storie, ho bisogno che si versi del sangue.

Allora penso al romanzo che devo consegnare di lì a qualche settimana. Un improvviso rigurgito d’ansia mi fa sperare che la forza creatrice della dèa abbia toccato la mia mente attraverso la polvere rossa che mi macchia la fronte. È solo un istante ma capisco che, ecco fatto, è andata. Sono qui da una settimana e ho appena ragionato esattamente come i fricchettoni che ho sempre disdegnato. L’India s’è appena colonizzata una parte, forse remota, di me.

Piccola nota finale: la mia settimana in India è stata resa possibile da Alessandra Bertini Malgarini e dall’Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi da lei diretto.

 

Bang bang (Carmen shot him down)

– Bella la Carmen, bell’allestimento. Ottimo cast..
– Sì, tutto ben fatto, però…
– Però cosa?
– Ci vorrebbe un’idea.
– …
– Qualcosa per far parlare davvero la gente. Qualcosa che scateni i social, che magari stuzzichi i Gramellini, che faccia inviperire quelli che sanno tutto loro, i leoncini da tastiera, capisci?
– No.
– Non so, bisognerebbe… Carmen non muore, ecco.
– No, dai.
– Sì, invece. Cambiamo il finale.
– Ma perché?
– Perché noi siamo contro il femminicidio.
– Ma… scusa, è chiaro che lo siamo. Ma, voglio dire… se sei contro il nazismo, che fai, racconti che nei lager c’erano le piscine e il cinema? Se vuoi denunciare lo sterminio dei nativi americani… li fai vedere che invadono l’Europa con due milioni di piroghe?
– Ma no, è il messaggio che conta, capisci?
– Ma che cazzata! Il messaggio è già nella storia. Se cambi quella, va tutto a puttane! Pensa se Madama Butterfly infilza Pinkerton.. ma che roba diventa, scusa? Si perde tutto!
– Lascia perdere la storia… chi frega della storia, ormai. Ma chi la sa, la storia di Carmen? Chi vuoi che perda tempo a documentarsi, andiamo. Noi dobbiamo pensare a tutti quelli che non gliene frega niente, dell’Opera. Non vogliamo urlare un deciso, eclatante “basta” alla violenza contro le donne. E noi lo facciamo salvando la nostra eroina!
– Grandioso! Allora, da domani però cambiamo anche il testo di Hey, Joe, d’accordo? Perché Carmen deve sopravvivere e la ragazza di Joe no? “Ho rimproverato aspramente la mia donna, perché intrallazzava con un altro uomo”. Senti come suona bene… Ah, e smettiamola anche con Lady Marmalade… quello è adescamento puro. E l’auto di Thelma e Louise? Facciamo che dalla bauliera si apre un grande paracadute? Rosa eh, rosa, mi raccomando.
– Vabbè, ora però me la stai prendendo troppo sul serio. Stiamo solo tentando di fare hype, buzz marketing. Prendi LiberieUguali, per esempio.
– Ora che c’entrano?
– C’entrano. Pensa se se ne fossero usciti con “la nostra priorità è riaprire l’accesso all’istruzione universitaria a tutti, indipendentemente dalle possibilità economiche, riducendo i costi dello studio perché prima di tutto bisogna investire nei giovani, nella conoscenza e parapà e perepè…”
– Ma quello è giusto, è sacrosanto. Hai visto cosa succede dove per andare all’Università devi fare un mutuo, guarda! Hai visto cosa succede quando essere progressisti diventa un lusso per pochi? Che prima o poi tutti gli altri smettono di votare o eleggono Trump. È scientifico.
– Ma sì, okay, certo che è giusto, ma i lettori mi si addormentano prima di aver finito di leggere il titolo. E invece, badaboom!, “università gratis per tutti”.
– Ma detta così è una cazzata! Siamo al livello del milione di posti di lavoro o del muro al confine del Messico.
– Esatto! Come Fabio Volo che dice di voler vincere lo Strega o Berlusconi che vuole togliere una tassa che non c’è più! O Salvini che vuole la flat tax e neanche si rende conto che è incostituzionale? Sono tonitruanti, roboanti cazzate. Niente di difficile, niente di tecnico, niente di troppo vicino alla realtà. La realtà è deprimente. È meglio perdersi in deliranti corbellerie irrealizzabili. Servono titoli, titoli perfetti, già bell’e pronti. E infatti ancora te le ricordi.
– Ma allora vale tutto.
– Ma certo che vale tutto. Te ne accorgi ora? Allora è deciso, Carmen gli prende la pistola e gli spara lei.
– No, ti prego. Facciamo che almeno si spara  da solo, in un accesso di rimorso.
– No, è più bello gli spara lei, la ragazza con la pistola, bang bang! È già  nell’immaginario collettivo. Nancy Sinatra…
– Veramente la versione originale era di Cher.
– Si vabbè, vedi come sei inutilmente puntiglioso? Vedrai, domani siamo su tutti i giornali. E magari qualche coglione di scrittore ci scrive pure un pezzo sul suo blog.

Come sopravvivere a un tour promozionale


9.120 chilometri. Sono quelli che, Google Maps alla mano, ho percorso dal 22 giugno a oggi per incontrare i lettori in tutta Italia. Per parlare loro de La ragazza sbagliata ma anche per ascoltare quello che loro avevano da dirmi e rispondere alle loro curiosità.

Fra un Frecciabianca e un Regionale Veloce ho allora scritto un piccolo prontuario per sopravvivere a un tour promozionale, magari evitando le buche più dure, come cantava qualcuno anni fa.

È stato pubblicato originariamente su “Origami” del 15 agosto 2017.

L’idea di diventare uno scrittore (e intendo con questo diventare conosciuto a sufficienza da poter campare della propria scrittura) mi ha sempre attratto, fin da piccolo. Nel mio immaginario infatti lo scrittore, a differenza delle rockstar o degli attori, lavorava a casa sua, indossando comode pantofole, magari circondato da un certo numero di animali domestici che (essendo gli scrittori notoriamente eccentrici) potevano comprendere gatti, conigli, pavoni e iguana. Si godeva il successo in santa pace e, quando usciva per andare al cinema o a fare la spesa, nessuno lo riconosceva.

Negli anni che ho impiegato a diventare uno che campa della propria scrittura è cambiato tutto. Ora gli scrittori si fanno i chilometri, altro che. E sono chiamati a mettere la loro faccia ovunque, a essere intrattenitori istrionici capaci di stregare platee. Niente di nuovo, lo erano grandi scrittori come Oscar Wilde, Gabriele D’Annunzio o Truman Capote. Ma un criterio del genere, preso come prevalente discrimine fra chi accede al circuito che conta e chi no, oggi condannerebbe alla clandestinità letteraria autori come Emily Bronte, Flannery O’Connor o Beppe Fenoglio.

Comunque: piaccia o no, oggi va così. Prendi il trolley, sali in treno e approfitti del viaggio per scrivere. A proposito, è giunto il momento di saldare il mio debito con Trenitalia: alcune mie pagine non avrebbero quella limatura rotonda senza le mezz’ore di ritardo di certi Intercity.

Ogni tanto però pensi alla presentazione che ti aspetta, sperando di essere più brillante e asciutto dell’ultima volta. Nella tua mente si susseguono senza un ordine preciso lontane reminiscenze di retorica ciceroniana e quel talento inarrivabile, da musicista, che ha Baricco per le pause. Entro breve ti ritrovi a desiderare persino di avere, come ultima spiaggia, il paraculismo chirurgico di uno come Fabio Volo.

Ma, mentre il treno si avvicina alla tua destinazione, controlli su Facebook quanti sono stati invitati e quanti hanno cliccato “parteciperò”. Alcuni si sono limitati a un “mi interessa”, mentre ultimamente è diventato di moda commentare con un “mi piace” il fatto che tu, l’autore, partecipi alla presentazione del tuo libro. Va bene, ma in soldoni cosa significa: venite o no?

In realtà non puoi mai sapere come andrà. Ogni volta è una scommessa. Per fortuna l’esperienza qualcosina te la insegna. Ti insegna infatti a distinguere varie tipologie di presentazioni, alcune delle quali non scevre da rischi potenzialmente catastrofici.

  1. Non è tutto oro quel che è festival

Dopo il grande successo della kermesse mantovana, per molti anni “festival” è stata la parola magica in grado di schiodare dalla poltrona anche gli intellettuali più ritrosi. Ci sono stati anni in cui persino il “Festival del cilicio e dell’automortificazione” avrebbe riempito i B&B di qualche sperduta comunità montana. La sola parola è in grado di evocare un’atmosfera frizzante e lontana dalle liturgie accademiche: piazze gremite, lettori in trepida attesa di una dedica, addetti ai lavori che si aggirano con il pass a tracolla, giovani volontari con magliette cool.

Nel frattempo però i social network si sono diffusi in modo capillare. E quindi meglio controllare sempre, prima di accettare, se il suddetto festival non sia solo l’agglutinare in un weekend alcune presentazioni di libri, nella speranza di radunare una massa critica di almeno venti persone. Se del suddetto festival si trovano soltanto foto dei relatori, anche se il tavolo è ingentilito da un bouquet e da una quinta di scena decente, meglio andarci cauti. Se un evento riesce e coinvolge un bel po’ di gente, la prima cosa che si documenta sarà il pubblico. Ma, direte voi, non è un metodo a prova di bomba. Esistono i social, infatti, ma esiste anche Photoshop.

2. Quando il microfono non serve

In genere va così: tre mesi prima fissi la data della presentazione ma poi, contro ogni pronostico, l’Italia batte la Spagna, va avanti nell’Europeo e proprio quel giorno giocherà la semifinale contro la Germania. Oppure: in quella data lo splendido borgo ospiterà l’unica data italiana della reunion dei due Beatles superstiti con Sting, Bocelli e Mina come ospiti d’onore (ve lo dico da toscano: dopo i Rolling Stones a Lucca può succedere di tutto).

Tu telefoni e fai presente che, insomma, ubi maior… Ti rispondono un po’ piccati che loro hanno un pubblico affezionato, uno zoccolo duro, che bisogna reagire allo strapotere dei grandi eventi e che insomma la presentazione si farà lo stesso perché chi è interessato alla lettura se ne frega del calcio e della musica pop.

“Non è vero, io scrivo ma non mi perdo un Germania-Italia dal 1970,” vorresti confessare al telefono, ma sembra brutto. E allora parti. Ti fai duecento chilometri sentendoti come Fantozzi cooptato al cineclub. Lo zoccolo duro in effetti c’è. Si tratta della moglie, della sorella e del cognato dell’organizzatore, più un amico probabilmente ricattato a causa di qualche ingente debito. Special guest un paio di anziani che approfittano delle sedie vuote per riposare durante la passeggiata serale. Per prima cosa l’organizzatore dirà “se vi avvicinate tutti, evitiamo di usare il microfono”. Che, indizio rivelatore, i colori sgargianti qualificano impietosamente come rimasuglio di una vecchia confezione di “Canta Tu” difficilmente destinato a funzionare.

3. La presentazione dove “ci sarà sicuramente un sacco di gente”

Se non puoi combatterli, unisciti a loro. Quando ti contattano per la prima volta, di questi organizzatori ti colpisce il realismo. Non bisogna rinchiudersi nella torre d’avorio della Cultura, dicono. Bisogna andare tra la gente, saper essere popolari. Tu sei reduce da una presentazione testimoniale (vedi punto precedente) e quindi accetti con slancio.

Appena arrivi ti avvertono che “non sarà la classica presentazione”. Il luogo può essere una graziosa piazza occupata da una ventina di gazebo, un parco pubblico o un’area espositiva vera e propria. È un fatto però che l’evento è palesemente dedicato ad altro: filatelia, salumi e formaggi a chilometro zero, attrezzature da fitness, auto d’epoca. Passi che non ci sia un tavolo dei relatori e che non ci siano neppure sedie in file ordinate che fanno il tanto temuto “effetto conferenza”. Passi anche che il libro lo presenti in piedi, mentre una fumaraglia sapida di pollo allo spiedo ti investe a invitanti folate. E passi persino che nessuno vuol chiedere allo stand dei peruviani di abbassare il volume, anche se rivisitare con il flauto di Pan tutto il repertorio di Umberto Tozzi è stato espressamente inserito fra le fattispecie del nuovo reato di tortura. Con crescente inquietudine leggi che di lì a poco inizierà anche la lezione di merengue giusto di fronte allo spazio libri, mentre le poche sedie di fronte a te vengono requisite una a una dall’affollatissimo bar cubano. A quel punto, mentre cerchi di sintetizzare la trama del tuo libro urlando nel microfono come James Hatfield dei Metallica, non ti resta che un pensiero: “speriamo che facciano un mojito decente”.

4. La presentazione “oddio, la cultura!”

È in effetti una variante della fattispecie precedente, ma con una significativa differenza. Nel caso 3 gli organizzatori hanno infatti tentato di inserire uno spazio “letterario” dentro un contesto estraneo (se non ostile) con le migliori intenzioni e in totale buona fede. Qua invece c’è una kermesse di partito o una festa patronale che ha assoluto bisogno, almeno nel programma, anche di un coté culturale. Una volta montate tutte le panche dello spazio tombola e affittato l’ultimo stand ai dimostratori di un nuovo, rivoluzionario affetta-verdure, si rendono conto di aver privilegiato i’rricreativo” dimenticandosi de “i’cculturale”. C’è un momento di panico, ma passa subito. Calcolando il numero di italiani che pubblicano a pagamento o accedono a servizi di print on demand e self publishing, è scientifico che nel raggio di venticinque chilometri ci siano almeno una decina di persone ben contente di presentarsi con uno scatolone di libri e una pattuglia di parenti e amici. Chi siete voi per escludere che fra loro possano esserci le future J. K, Rowlings e E. L. James (ma perché poi le autrici di best seller non devono averci un nome di battesimo come tutti gli altri?)

Poi c’è anche chi ti telefona scusandosi del disturbo. Ti dice subito “siamo una piccola libreria” o “siamo partiti come gruppo di lettura fra amici”. Però lo capisci già dal tono della voce: hanno letto il tuo libro e gli è piaciuto, e averti una sera, conoscerti e farti delle domande per loro sarebbe importante. E a quel punto non te ne frega se saranno dieci o quindici persone, non ti importa se dovrai sciropparti trecento chilometri. Non sono i numeri che contano, delle volte. Capisci solo che devi andare perché ha senso. E sei sicuro che, anche se una mancata coincidenza ti abbandonerà al tuo destino in qualche stazione ferroviaria dimenticata da Dio e dagli uomini, ne varrà la pena.

Torna in libreria La Notte Alle Mie Spalle

Io, a pallone, ho sempre giocato in difesa. Se non hai i piedi buoni, però un po’ di fisico sì e sei tendenzialmente tignoso, è solo in difesa che puoi giocare (nel calcio del ventunesimo secolo ci vogliono i piedi buoni per giocare ovunque, ma per carità, non divaghiamo).

Per un difensore la prima cosa è l’anticipo. Specie se sei un lungagnone macchinoso, diventa fondamentale prendere la palla prima, perché se poi la prende quello veloce succedono cose molto brutte. Quando ti ostini a giocare a calcio dopo i cinquant’anni, be’, allora capire prima dove andrà la palla diventa l’unica possibilità di beccarla, almeno ogni tanto.

Per fortuna ci sono insegnamenti che, anche se a calcio rimarrai una pippa, poi ti porti dietro e magari ti tornano utili fuori dal campo. L’anticipo è uno di questi.

Nel mio lavoro, che è quello di scrivere storie, l’anticipo me lo ha insegnato Luigi Bernardi. Dai fumetti alla narrativa, dai manga giapponesi al noir italiano, per trent’anni Luigi è arrivato prima di tutti dove stava per cadere la palla dell’editoria, creando spazi dove nessuno li aveva neppure intuiti. Più che a un difensore, lo paragonerei però a un Andrès Iniesta, un leader sobrio e saggio che in silenzio si fa sempre trovare al posto giusto, con giocate lineari ed essenziali.

Dovevo però imparare un’altra cosa: se abiti a New York o a Londra, arrivare in anticipo ti rende un innovatore. Se lavori nell’Italia del ventunesimo secolo vieni preso per uno stravagante presuntuoso. Perché l’Italia del ventunesimo secolo, val la pena ricordarlo, è un posto in cui qualcuno va in top ten ricicciando l’idea di un film capolavoro che ha sbancato i botteghini di mezza Europa quindici anni fa, e senza che nessuno faccia un plissé. Dovevo anche capire che, se sul campo da calcio prima prendi la palla meglio è, in editoria no: talvolta muoversi con troppo anticipo significa finire in fuorigioco. Forse chi a calcio gioca in attacco lo interiorizza meglio. Ma non si può capire tutto e io, l’ho detto, ho giocato sempre in difesa.

Nel 2012 è uscito per e/o La notte alle mie spalle. Oggi mi sento di riaffermare con orgoglio e un filo di immodestia che si tratta di un romanzo in anticipo sui tempi. E che perciò – nonostante ottime critiche anche all’estero – ha pagato un certo dazio, tanto è vero che in libreria era irreperibile da almeno un paio di anni.

Da oggi, complici le fortune di Cosa resta di noi e La ragazza sbagliata, La notte alle mie spalle torna finalmente in libreria in formato pocket. Ne sono felice. Anche Luigi Bernardi, credo, lo sarebbe. È l’ultimo mio libro che ha letto e, ancora oggi, nei momenti in cui la fatica si fa sentire, mi sembra inconcepibile scrivere romanzi se non c’è Luigi a leggerli per primo.

Di questa Ragazza si parla ancora molto

Anche in autunno La ragazza sbagliata ha continuato a suscitare attenzione sulla stampa e sulla rete. Qua sotto c’è la recensione di Gigi Riva su L’Espresso.



 

 

E poi…

La ragazza sbagliata è la storia di una gabbia. Quella che ci costruiamo intorno per raccontarci le nostre vite. Oppure quella che costruiscono stampa e mass media per confezionare storie con assassine bellissime e il massimo dell’appeal possibile. O quella fisica in cui finisci quando vieni riconosciuto colpevole di omicidio…

Licia Ambu su Associazione Culturale Luigi Bernardi, la recensione prosegue qui.

∞∞∞

Intensa, coinvolgente, commovente ricostruzione psicologica dei personaggi. Uno splendido e inatteso finale per un libro da leggere! Assolutamente.

Patrizia Debicke su The Blog Around The Corner, l’articolo completo è qui.

∞∞∞

Sistemerò “La ragazza sbagliata” di Giampaolo Simi (Sellerio Editore) su uno scaffale speciale della mia libreria. Quello che raccoglie i romanzi e i racconti – indipendentemente dal loro valore letterario – che sono stati capaci di agitarmi il cuore e parlare al mio vissuto interiore. Non capita spesso la fortuna di incontrare libri del genere. E meno ancora capita che la qualità della storia e della scrittura siano di gran livello come nel caso de “La ragazza sbagliata”.

Qui trovate impressioni e sensazioni di Luca Martinelli su ToscanaLibri.

∞∞∞

“La narrativa si serve di contrasti. Ambientare un giallo in dei posti dove l’atmosfera è già di per sé cupa sarebbe come dipingere nero sul nero. La Versilia ha una facciata luminosa e spensierata e un delitto acquisisce una risonanza più forte rispetto ad un ambiente degradato e lugubre dove avrebbe solamente l’effetto di un petardo in mezzo ad una guerra…

Gregorio Del Ghingaro mi ha intervistato su Luccaindiretta.

∞∞∞

Ci sono romanzi alchemici in cui gli elementi si combinano in modo unico. Il piacere della lettura veloce e godibile, tipica del giallo – soprattutto per me, ma so di essere in buona compagnia nell’amore per questo genere – si combina con la densità dei contenuti. Alla conclusione della storia, verso il finale disvelatore, si arriva mentre si legge altro, anche molto altro.

Così Alessandra Buccheri su The Blog Around The Corner. Il resto della recensione è qui.

∞∞∞

Questa è una lettura magnetica, incalzante e sorprendente, niente è come ce lo siamo immaginato, ogni cosa evolve, scardina certezze, rimette in gioco intere esistenze..

Questa ed altre cose sul romanzo scrive Giulia Dattilo su Mangialibri.

Lasciamo aperti i confini delle storie

La ragazza sbagliata è in libreria da poco più di due mesi e, fra le molte recensioni (positive, devo dire) ho incontrato spesso questa frase: La ragazza sbagliata va “oltre il noir” oppure “non è solo un noir”. Viene quindi usata per dare al testo la dignità di “romanzo tout court” e la cosa mi rende felice e orgoglioso. Soltanto la parola romanzo mi pare enorme e meravigliosa. Ma mi spinge anche a pormi qualche domanda su quello che sto facendo in questi ultimi anni, da La notte alle mie spalle in poi. Perché spesso quello che stai veramente facendo lo capisci meglio nelle parole degli altri.

In quella affermazione è insita l’idea che il “noir” abbia delle regole, e questo è vero. Anzi, è naturale. Un genere letterario definisce se stesso attraverso una serie di elementi ricorrenti, talvolta stilistici, altre volte simili ad autentiche ossessioni indispensabili alla propria drammaturgia. Nel noir incontriamo spesso il triangolo amoroso maledetto, la dark lady, il senso di colpa, l’eroe disincantato, un’atmosfera di decadenza e una corruzione pervasiva. In quella affermazione (in quella parola, oltre) è insita anche l’idea che le regole generino dei confini e stabiliscano dei limiti. La prima cosa è vera, la seconda meno. Il triangolo amoroso è al centro tanto di noir leggendari come La fiamma del peccato quanto di centinaia di storie romantiche o brillanti. I generi letterari possono (anzi, devono) lavorare fra di loro per osmosi e mantenere sempre aperti i loro confini, perché lungo questi confini spesso avvengono cose meravigliose. Chi avrebbe mai detto, per esempio, che rileggere in chiave hard-boiled un romanzo di fantascienza di Philip Dick avrebbe generato uno dei film più importanti della fine del ‘900?

 

Infine, mi pare piuttosto che che in Italia il successo commerciale delle storie legate al crimine e all’indagine (che però, l’ho già detto altre volte, sono solo in minima parte definibili come “noir”) abbia generato dei limiti di altro tipo. Limiti al tempo che deve trascorrere fra un’uscita e l’altra, limiti alle aspettative dei lettori e ai rischi che uno scrittore decide di prendersi. Formula che funziona non si cambia e il ferro va battuto finché è caldo. Ecco, ho appena scritto due frasi fatte. Da una storia di crimine e di indagine ormai ci si aspetta anche questo: se la trama funziona, non è uno scandalo se lo scrittore si adagia comodamente su cliché stilistici anche consunti o sull’italiano standard dei traduttori di thriller americani. Si salta sulla sedia, casomai, se non succede.

Insomma i limiti sono insiti nell’idea stessa di “genere” o si sono sclerotizzati di recente nel nostro modo di scrivere, di leggere e d’interpretare un testo? Non ho una risposta blindata e mi limito a un paio di considerazioni.

La prima: il noir per me non è un pretesto per narrare altro. È uno strumento indispensabile per narrare quello che mi interessa. È la mia strada verso quella cosa enorme e meravigliosa chiamata “romanzo”. Senza, mi perdo.

La seconda: per raccontare bene certe storie bisogna imparare una tecnica, proprio come per suonare uno strumento musicale. Bisogna interiorizzare un approccio, anche. E bisognerebbe farlo per passione e con umiltà, non per dimostrare la propria superiorità rispetto a un sottogenere minore di quella cosa chiamata “letteratura”. Come succede nella musica, avere un diploma di pianoforte non significa  prendere in mano una chitarra elettrica e cavarci fuori qualcosa di buono dopo venti secondi. Ogni musicista lo sa bene. Impariamo da loro.

“La ragazza sbagliata“, i misteri della Versilia, i fantasmi del cronista

Da Robinson a TTL, dal Corriere della Sera a Il Venerdì, quattro bellissimi articoli apparsi quest’estate su La ragazza sbagliata (cliccate le immagini per ingrandire la pagina e leggere).

Ranieri Polese su “La Lettura” del Corriere della Sera.

Fabio Galati su “Robinson” de La Repubblica.

Bruno Gambarotta su TTL de La Stampa.

Brunella Schisa su “Il Venerdì” de La Repubblica.

Lo confesso, ultimamente ho rilasciato QUALCHE intervista

Video, audio o pagina scritta. A voi la scelta.

Se cliccate qui, potete leggere cosa ci siamo raccontati con Fulvio Paloscia su Repubblica Firenze.

Qua sono da IBS, a Milano, e racconto un po’ di cose. Su La ragazza sbagliata e non solo.

 

Qua invece c’è il podcast della bella intervista che Loredana Lipperini mi ha fatto durante la puntata di Fahrenheit del 17 luglio.

E, se proprio non ne avete ancora abbastanza, qui troverete le dieci domande che Alessandro Campaiola mi ha posto dopo essersi aggiudicato il concorso lanciato da Sellerio in occasione dell’uscita del libro (e anche le mie risposte, certo).

Baci e abbracci.

Ci siamo.

 

 

 

 

 

Un’ottima prima settimana in libreria per La ragazza sbagliata. Entra direttamente nella top ten della narrativa italiana. Ottime anche le prime recensioni, come quella di Fabio Galati su Robinson, inserto culturale de La Repubblica.