1. Dove si parte, una sera, dalle Fiandre

Foto di Willy Horsch (CC Creative Commons)

Quando mi chiamano a parlare di scrittura non amo lanciarmi in stucchevoli piroette del tipo “a un certo punto i personaggi decidono da soli cosa fare”. Mi pare di sentire Michelangelo che dichiara di aver dipinto la Cappella Sistina in una notte sola, svolazzando con il pennello in mano, coadiuvato da uno stormo di cherubini. Spacciare patacche simili a chi in quel momento ti chiede di entrare in un’officina di storie significa avere un concetto al tempo stesso elitario e miserevole del proprio status di narratore. In una comunità umana degna di questo nome, i narratori hanno, oltre al talento, anche un ruolo e delle competenze, come gli urbanisti o i biologi. Non sono privilegiati che si dedicano a vezzi ornamentali in virtù di doti pseudo-sciamaniche.

Allora mi rimbocco le maniche e comincio a leggere un libro, senza rivelarne titolo e autore. Ne leggo i primi due capitoli, a ogni paragrafo mi fermo e chiedo: e ora cosa secondo voi che succede? Lo faccio per tenere desta l’attenzione, ma il più delle volte non servirebbe neanche.

Il libro racconta la storia di Terlinck, il Baas, il boss, di un paese delle Fiandre. Tutto gli appartiene, dalla poltrona di primo cittadino alla manifattura di sigari. È un uomo calvinisticamente integerrimo, impone regole in cui crede per primo.

La sua consolidata routine viene sconvolta dal suicidio di un suo giovane dipendente. Solo poche ore prima Terlinck gli aveva rifiutato un anticipo di mille franchi. Messo alle strette, il ragazzo gli aveva confessato di aver messo incinta Lina, la figlia del suo principale avversario politico, e di doverla far abortire.

Ma è successo di più. Il giovane ha sparato anche a Lina: lei però si salverà. Terlinck precipita così in una spirale di paranoia. La ragazza avrà saputo del suo colloquio con il dipendente? Sua moglie e la governante hanno origliato qualcosa?

Il monolitico Baas, che nasconde in mansarda una figlia psicolabile che accetta di essere accudita solo da lui, ripercorre la propria vita in cerca di episodi che possano metterlo in difficoltà. Anni prima ha circuito una ricca vedova per assicurarsi, del tutto legalmente, il possesso della manifattura, ma sua moglie è sempre stata al corrente di tutto. Poi Terlinck ha messo incinta la governante e, pur non avendo mai riconosciuto quel figlio, lo ha mantenuto e gli ha pagato una buona istruzione.

Il secondo capitolo finisce con il Baas indeciso se entrare o meno nella stanza d’ospedale dove la ragazza è ricoverata. Subito dopo, rompe la sua ferrea routine per andare a trovare l’anziana madre che pesca ancora gamberetti in un paesino sulla costa. E lì la donna lo inchioda: “sei preoccupato”.

In trenta pagine scarse la storia si è messa in moto in maniera naturale e inesorabile. Terlinck è una specie di diga, e noi siamo stati chiamati in causa al momento giusto, cioè all’aprirsi della prima, minuscola crepa. Le pagine sono popolate di azioni quotidiane, manie, oggetti, dialoghi così semplici da avere la sonorità credibile del reale. Le parti che riassumono antefatti sono ridotte al minimo. Il tema portante della storia non è certo stato enunciato esplicitamente come in una conferenza. Il tema portante è una partitura sotterranea di cui avvertiamo il risultato sinfonico mentre ogni personaggio ne interpreta una parte o una variante.

Una suggestiva rete di simboli avvolge la vicenda come la nebbia che avvolge i tetti spioventi, la piazza, l’orologio del municipio, i lampioni.

Certo, moriamo dalla voglia di sapere come va avanti. Ma il vero miracolo di queste pagine è un altro: non abbiamo più nessuna voglia di andarcene da quel borgo fiammingo.

Io muoio dalla voglia di sapere se avete indovinato il libro o almeno l’autore. Penso di sì. Inserite chiavi di ricerca come “sigari” e “nebbia” nella vostra memoria di lettori. Altrimenti googlate, ok. O aspettate fino a dopodomani.

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