4. Dove si indugia ancora fra i fiordi

ImageLo sappiamo, oggi sembra quasi obbligatorio leggere qualcosa di cui tutti parlano, giusto per non essere esclusi dalla conversazione in pizzeria. Nonostante questo, i lettori di Larsson non saranno stati privati del loro libero arbitrio. E se hanno scelto di continuare a leggere, significa che la scarsa predilezione per il drama e il fatto di non alzare eccessivamente la posta non hanno costituito un problema.

Magari sono stati addirittura una spinta a proseguire.

Ci hanno letto qualcosa che li riguarda.

Ci hanno riconosciuto qualcosa di profondamente diverso dai thriller americani, dove il dran, l’agire, si è trasformato in realtà in action: pistole puntate, bombe a orologeria, fughe e inseguimenti, ultimatum e queste cose qua.

Riassunto delle puntate precedenti: il drama non ha a che fare con la tragicità dei fatti raccontati. Ha a che vedere con come li si racconta e con personaggi che agiscono e prendono decisioni. Non sempre comodamente seduti nella loro trattoria preferita, ma neppure con la solita pistola puntata alla tempia.

I personaggi di Larsson sembrano, piuttosto, prendere atto. Il che non è certo inerzia, perché implica indagare, riflettere e comprendere. Ma la sensazione di poter cambiare le cose non sembra mai attraversarli davvero.

A me pare che nelle pagine di Larsson l’unico a fare davvero qualcosa di concreto sia lo scrittore che scrive. La sua prosa è un diaframma ben percepibile fra noi e i personaggi, e dunque è assai poco mimetica. I suoi dialoghi non tentano mai di riprodurre il ritmo della lingua corrente, il fraseggio spezzato di una reale conversazione. Ancor prima di parlare fra di loro, i suoi personaggi parlano per mettere al corrente noi.

Vi dico la mia, ovviamente: questa distanza di sicurezza contribuisce a togliermi qualsiasi ansia. Ma mi fa anche arrivare in maniera impietosa la stanca, ovattata consapevolezza che è meglio schermarci che emozionarci, perché tanto le cose non cambieranno.

Non ci vedo, insomma, una vera partita da giocare. A questa conclusione erano giunti anche i noiristi francesi più arrabbiati e nichilisti, alcuni nel dopoguerra, come Léo Malet, altri dopo il maggio del ’68, come Jean Patrick Manchette. In una società non ancora sfiancata dal benessere, scelsero però di raccontare quella che Manchette stesso definiva “la gelida rabbia dei vinti” in romanzi brevi, nervosi e travolgenti.

Troppo facile quindi liquidare la saga di Millennium come semplice letteratura consolatoria. Anche perché per avere una consolazione ci vuole prima un dolore, per ricucire un tessuto serve uno strappo. I thriller più consolatori si riconoscono proprio dal voler subito alzare la posta in maniera iperbolica e sensazionalistica. Sono quelli in cui si ritrovano trentuno fegati umani appesi come decorazioni natalizie alla quercia dove venne inchiodata, viva, una psicolabile accusata di aver ucciso dozzine di neonati albini, e solo per poi imbalsamarli e vestirli da soldati nordisti. Naturalmente l’orribile scoperta viene fatta di notte, d’inverno, con la pioggia battente. Questo non impedirà al protagonista di addormentarsi, all’ultima riga, “senza fare brutti sogni”. Se è una donna, si comprerà qualcosa di molto elegante o rimarrà incinta.

Tutto questo Millennium non lo fa. Con Lisbeth Salander Larsson non cerca facili scorciatoie. Sa che è il vero tesoro della sua serie e lo amministra con cura, non lo banalizza mai. È casomai singolare che un thriller rinunci alla suspense che deriva dal conflitto, e lo faccia in maniera così sottile ma radicale.

È vero, alcuni paesi sono più civili di altri soprattutto perché hanno stabilito che la sofferenza e il conflitto non sono sempre e comunque valori e non sono inevitabili. Ma nel momento in cui dolore e conflitto si sbiadiscono anche dal racconto, c’è una perdita significativa. Perché il racconto è il luogo dove anche gli eventi peggiori possono diventare patrimonio di una comunità.

Per il resto, Millennium è una storia con protagonista un giornalista, scritta da uno che il giornalista l’ha fatto per diverso tempo. Bene, è ora di tornare a casa e stravaccarci sul divano, aprire un giornale o accendere la tv. Non è che si può stare sempre in giro.

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4 pensieri su “4. Dove si indugia ancora fra i fiordi

  1. Un’analisi bellissima. Spesso veniamo attratti o respinti dalle cose senza riflettere realmente sul perché e questa è un’ottima occasione per bypassare il semplice mi piace/non mi piace spostando la riflessione su un altro livello. Direi che non posso che concordare con le conclusioni. Lo stile di Stieg Larsson, riflettendoci a posteriori, è piuttosto “filtrato” e la vera forza della trilogia è proprio il personaggio di Lisbeth Salander, guarda caso colei a cui vengono affidate le scene d’azione più belle (l’aggressione ai due motociclisti, ma soprattutto l’incursione nella casa del padre).

    Io posso aggiungere in termini meno raffinati dei tuoi i motivi per cui la Millennum Trilogy mi ha catturato. Premetto di essere abbastanza impermeabile alle mode. Arrivo sempre tardi e i ‘fenomeni del momento’ mi infastidiscono. Non ho mai letto né visto un Harry Potter anche se so che magari mi piacerebbero pure, ma in genere mi dà fastidio quando tutti fanno la stessa cosa. A convincermi a leggere Millennium è stata l’ambientazione e, vista la mia passione per i paese nordici, non sono rimasta affatto delusa. Mi piace l’approccio così poco sanguigno e mi attraggono questi personaggi dotati di aplomb che tendono a non scomporsi più di tanto nemmeno nelle situazioni più estreme. Mi è piaciuto lo stile narrativo di Stieg Larsson (vero, è l’esatto opposto di Simenon, ma mi piacciono entrambi proprio perché sono agli antipodi, anche se sono la prima a sottolineare come Il borgomastro di Furnes abbia tutt’altro valore letterario rispetto a Millennium), ho apprezzato molto la carica di impegno civile e il tentativo di svelare il marcio che si nasconde “in Danimarca” (anzi, in Svezia) – il comportamento delle istituzioni nei confronti di Lisbeth, la corruzione nella Vanger Family. La cosa che mi ha attratto di più, però, sono proprio i personaggi, non solo Lisbeth, ma anche molti comprimari che appaiono nei libri. L’unico che ho trovato un po’ naif è il protagonista che in più di un passaggio mi è parso una proiezione fantasiosa e un tantino ingenua di come avrebbe desiderato essere lo scrittore. La Millennium Trilogy nasconde ambizioni giornastico/romanzesche, non mi sembra un progetto nato per diventare ‘grande letteratura’, io la catalogo volentieri sotto la voce ‘intrattenimento intelligente’.

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