5. Dove si torna in Italia e ci si tuffa sul divano

Vi siete mai sentiti dei veri gladiatori, ma solo sul divano?

Massimo Carlotto sostiene da anni che i romanzi noir sono in realtà le inchieste che i giornalisti non possono più fare, minacciati come sono di cause legali (quando non di morte) e scarsamente tutelati dalle loro testate. Curiosamente, è proprio il caso di Kalle Blomqvist, il direttore di Millennium condannato per un’inchiesta sul potente Wennerström. Nonché di Larsson stesso, minacciato dai gruppi neonazisti per le sue inchieste sul cuore nero della civilissima Svezia.

Questo processo di sostituzione non è quindi la conseguenza di una teoria letteraria, ma un ibrido nato dalle necessità che ha poi rivelato con il tempo qualche problema. Da una parte, l’inchiesta può imporre al romanzo parti esplicative che ne diluiscono la forza drammatica. Dall’altra, le licenze creative del romanzo possono rendere convincenti ricostruzioni lacunose semplicemente inventando passaggi belli e appassionanti.

Ma questa sostituzione è avvenuta anche in senso opposto. Il climax di tensione, l’effetto sorpresa e il depistaggio, il linguaggio iperbolico e le metafore prêt-à-porter si sono impadroniti degli spazi d’informazione. Non so voi, ma in questi anni ho smesso di contare quante volte la parola “ira” fa capolino nei titoli. Un’inchiesta, un fuorigioco, un decreto legge: qualsiasi notizia genera l’ira di qualcuno. Ma perché l’ira sia sempre una notizia, ecco, io vorrei che me lo spiegassero.

Si è smesso di parlare alla testa delle persone, per rivolgersi prima al cuore e infine alla pancia. Sparare sempre più forte, mirare sempre più in basso, come facevano i cronisti della nera più nera.

Aprendo il giornale vedo che la cronaca nera è passata dal sottoscala del giornalismo alla vetrina delle prime pagine, persino dei grandi quotidiani d’opinione e dei tg di prima serata. È successo per delitti in cui, fino a dieci anni fa, sguazzavano solo riviste popolari con titoli come “Chiede nel nome di Satana prestazioni vergognose a una vedova settantenne”; oppure con rivelazioni che nemmeno l’analisi del DNA potrebbe garantire: “È stato un calabrese!”.

A suo modo, un discreto esempio di climax narrativo.

Alcuni delitti (da Perugia e Garlasco, da Sara a Melania) hanno generato interminabili serpentoni romanzeschi, capaci di srotolarsi per mesi nei sonnolenti pomeriggi televisivi.

Il palinsesto di una tv ha bisogno di promettere ogni ora nuovi sviluppi. Ma dato che, durante l’indagine, i nuovi sviluppi possono non esserci o essere coperti dal segreto, finisce a rovistare nel cesto della biancheria sporca delle persone coinvolte e si nutre di qualsiasi avanzo.

Non è giornalismo giudiziario. Quello racconta i processi. Il palinsesto tv sovrappone in maniera pressante un vero e proprio romanzone d’appendice alla fase delle indagini. Talvolta, in poche ore, passa a una sorta di tele-dibattimento sommario, dove non conta già più cosa davvero sia successo (del resto gli elementi non ci sono o non si sanno). Conta chi sembri più o meno buono o cattivo. Si creano fazioni di innocentisti e colpevolisti sulla base di sensibilità personali suscitate dal timbro narrativo di giornata. E prima della sigla si fa un bel sondaggio fra i telespettatori per assolvere o condannare.

A differenza di un romanzo giallo, il palinsesto tv se ne fotte del whodunit, di chi è stato. Non smania affatto per arrivare alla verità e a un colpevole certo. Anzi, vive l’evenienza come un trauma, perché a quel punto dovrà trovare qualcos’altro per riempire la programmazione e reinvestire nell’avviamento di un nuovo caso. E quando si arriva a sentenza, preferisce dare più spazio allo sfogo del condannato che alle ragioni dei giudici, perché questo consente un teledibattimento extra con ospiti in studio.

A differenza di un buon giornalista, il palinsesto tv non butta via mai nulla, ci rovescia addosso in tempo reale tonnellate di dettagli irrilevanti e confusi, dipinge truci scenari che si rivelano infondati a distanza di poche ore.

Alcuni di questi programmi invitano anche scrittori di gialli. Sembrerebbe logico, e invece a me preoccupa. Non so, ma chi lavora bene con la fantasia dovrebbe starsene altrove, quando si parla di rinchiudere o meno un essere umano in una cella per venti o trent’anni. I peggiori errori giudiziari nascono quando un inquirente si innamora di una ricostruzione dei fatti perfetta e affascinante. Difficilmente la realtà si prende la briga di esserlo.

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