7. Dove nella vampa di Vigàta non fa poi tutto ‘sto caldo

Il fenomeno nel fenomeno del giallo italiano è stato senza dubbio Andrea Camilleri. La sua popolarità nel nostro Paese regge il confronto con il successo di Stieg Larsson. I due hanno timbri narrativi lontanissimi, eppure fra la livida Scandinavia di Larsson e i solleoni siciliani qualche analogia la vedo.

Innanzitutto il loro successo è fondato su una precisa distanza dai modelli e dai ritmi del thriller americano. Nonostante Larsson in italiano (non potrò mai giudicare l’originale) abbia qualche assonanza con le traduzioni un po’ standard di molta narrativa anglosassone, nessun Michael Connelly, nessun Dennis Lehane lascerebbe passare le prime cento pagine del proprio libro senza aver avviato qualche timer, senza averci detto chiaramente di che morte rischiamo di morire.

Da parte sua, Camilleri è l’opposto programmatico del thriller cartonato scala-classifiche già pensato per lo schermo. Ne combina certe da mandare Syd Field in ricovero coatto per crisi nervosa. Ne Il cane di terracotta si inizia con dei camion scomparsi e poi ci si interessa di due cadaveri dentro una collina. Ne La vampa d’agosto Montalbano scopre un catafero in un baule, ma per un giorno intero fa finta di niente per non turbare le vacanze di Livia e dei suoi parenti. Non il massimo della tensione narrativa e del coinvolgimento umano, insomma.

Già chiamare un morto catafero lo sposta foneticamente nel regno delle catacombe, dei catafalchi e delle mummie. Qualcosa di così morto che è difficile ricordarsi sia stata una creatura vivente. Come per Harriet della prima parte di Millennium, la morte viene tenuta a distanza sia dagli anni trascorsi, sia dalla mancanza del corpo (e, in realtà, Harriett è scomparsa). In Camilleri tuttavia il corpo c’è. E Montalbano considera che, tanto, l’indomani non sarà più morto di oggi. La motivazione è fragile, e Camilleri lo sa benissimo, tanto è vero che bara con il cadavere (ehi, si è accesa l’insegna rossa: RISATE).

Bara perché quando Montalbano scopre per la prima volta il corpo, lo degna appena di una descrizione. Solo quando, a pagina 70, Montalbano è con decisione sul caso ci viene rivelato che si tratta di un’adolescente di quindici anni. Dunque il nostro poliziotto, dopo aver scoperto il corpo di una ragazzina morta in un baule, ha trovato lo stomaco e la voglia di dedicarsi alle gioie del sesso con Livia. Messa così, però, non ci abbiamo fatto caso. E quando lei glielo rinfaccerà, ci sembrerà solo la solita fimmina rompicoglioni.

Furbizie narrative a parte, l’intento di tenere sotto controllo la terribile potenza della morte è lampante. E non sto parlando di rappresentarla in maniera più o meno diretta e realistica. Il giallo classico non l’ha mai fatto, a ben vedere. E neppure Chandler o Manchette andavano pazzi per le autopsie.

L’operazione è quella di soffocarne i risvolti emotivi e perturbanti, primo fra tutti qualsiasi segno ci ricordi la vita spenta per sempre in quel corpo, qualsiasi traccia dello sgomento impotente che il precipitare nelle tenebre senza ritorno ha provocato in una creatura vivente.

Il cupo malessere di Larsson nella Svezia perfetta e la cinica leggerezza di Camilleri nella Sicilia sorniona sembrano avere anche diversi nemici comuni. Rifiutano la semplicistica lotta fra il Bene e il Male, l’idea di una giustizia riparatrice e vendicativa. Giudicano inservibili a qualsiasi catarsi le emozioni, se ridotte dalla cronaca nera in tv a reazioni pavloviane o a pratica pseudo-masturbatoria. Platone si è preso una bella rivincita su Aristotele, pare.

Ma c’è un narratore che, pur partendo da punti di vista non dissimili, non getta il bambino con l’acqua sporca. Uno scrittore che si danna a recuperare la potenza del conflitto e il calore del ritmo emotivo. E dire che il suo cognome significherebbe proprio il contrario.

Curiosi? Vi dico solo che è uno scrittore di lingua inglese. Provate a indovinare. Alla prossima.

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3 pensieri su “7. Dove nella vampa di Vigàta non fa poi tutto ‘sto caldo

  1. Mi aspettavo citassi Maigret o magari Adamsberg– non so a me Montalbano ha sempre rimato con il “giallo” franco/latino. La furbizia narrativa di Camilleri mi sembra anche un po’ (con stile e obiettivi diversi) quella di Vargas. O no?

  2. Sì, indubbiamente. Possedendo un gran mestiere, ogni tanto è inevitabile fare il mestierante. Non amo particolarmente la Vargas, o meglio le sue storie, mentre trovo interessante il suo stile.

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