8. Dove si guarda la luna in Toscana e poi nello Yorskhire

“I crimini dell’epoca in cui viviamo contribuiscono a definirci e, in fondo, a dannarci”. Mi sarebbe piaciuto sentir pronunciare una frase del genere a proposito dei delitti del Mostro di Firenze. Mi sarebbe piaciuto leggere qualcosa che guardasse così a quella nerissima vicenda. E invece, alla fine, la mostrologia italica si è accanita a sfornare piste e ipotesi (come è anche giusto che sia) fino a incarognirsi in fazioni. Ormai è rimasta la nostra unica eccellenza nazionale. Se l’indagine è il dito, nessuno di noi è riuscito a vedere la luna. E la luna non era il colpevole, perché la luna che illumina le notti del noir splende a prescindere dal fatto che un colpevole acclarato ci sia o meno. La luna è la carne viva di un momento storico, sono i nervi sociali che una parabola criminale scortica, i dèmoni collettivi che mette in libertà.

Secondo me lo ha fatto Giancarlo De Cataldo con Romanzo Criminale. E poi anche James Ellroy con la Los Angeles degli anni Cinquanta. Lo ha fatto Alan Moore con From Hell, la sua maestosa saga a fumetti sull’Inghilterra vittoriana: noi sappiamo fin dall’inizio chi è Jack the Ripper, perché tanto Jack the Ripper è il dito, non la luna.

Ed è quello che ha fatto David Peace con i romanzi del Red Riding Quartet. Quattro storie criminali, a cavallo fra gli anni ’70 e gli anni ’80, nella cui finzione romanzesca si insinua un fantasma, quello di Peter Sutcliffe, il maniaco (vero) che fra il 1975 e il 1981 uccise tredici donne nella regione di Leeds.

Ladies and gentlemen, David Peace.

Ma allora anche Peace scrive del passato, direte. Giusto. Il punto è come lo fa. David Peace ci prende, ci porta via e ci scaraventa sotto la pioggia, con gli stivaletti di pelle a punta, nel fango. Come Umberto Eco ci conduce nel Medioevo o come Suskind de “Il Profumo” ci fa svegliare nella Parigi puzzolente del ‘700. I grandi narratori non ci fanno voltare indietro, per guardare in lontananza. Né ci raccontano che Internet e il flipper convivono in una rassicurante provincia-limbo.

Peace ci porta là. Soprattutto perché i suoi personaggi pensano come si pensava negli anni ’70.

È lui, David Peace, spesso definito come un James Ellroy del Nord Inghilterra, a sostenere che “i crimini dell’epoca in cui viviamo contribuiscono a definirci e, in fondo, a dannarci”.

Il che non significa che siamo tutti lo squartatore dello Yorkshire, Libano o il Mostro di Firenze. Ci mancherebbe. Né che abbiamo qualche responsabilità morale in senso lato per i loro orrori. Noi non avremmo mai fatto quello che questi criminali sono stati capaci di fare. È ovvio, ma alla fine è l’unico tamburo che la tv batte in maniera ipnotizzante: la riprovazione, lo schifo, la distanza. Una distanza che, assolvendoci, ci allontana dalla voglia di capire.

Riguardo ai delitti dello squartatore dello Yorkshire, David Peace ha un ricordo rivelatore: “arrivai a pensare che mio padre fosse lo squartatore. Perché anche lo squartatore era sicuramente padre di qualcuno, marito di qualcuno”.

Ecco, non siamo noi che assomigliamo al mostro. È il mostro che assomiglia a noi, tanto che potremmo non riconoscerlo. È il mostro che racconta qualcosa di noi, ma non quando massacra e uccide. Quando riesce a vivere a proprio agio in mezzo ai nostri ritmi e alle nostre insicurezze.

C’è una cosa importante da dire: tanto nello Yorkshire degli anni ’70 quanto nella Toscana del Mostro, l’analisi della scena del delitto non è ancora il focus delle indagini. Negli anni ’70 della serie tv Life on Mars, i poliziotti toccano potenziali reperti con le dita unte di fish & chips. In qualsiasi foto sui crimini del Mostro, il luogo del delitto è affollato in maniera inconcepibile per gli standard odierni.

L’indagine, fino agli anni ’80, si svolge in gran parte al di fuori della scena del crimine. È un’indagine ancora costretta a privilegiare il chi potrebbe e il perché avrebbe dovuto, al posto del come è stato fatto. Non a caso, in altre serie tv come CSI il movente non è mai vero oggetto di indagine. Spesso viene rivelato dal colpevole stesso, una volta che gli strumenti scientifici l’hanno inchiodato ricostruendo oggettivamente la dinamica del delitto.

Indagare nel passato non è questione solo di giubbini di pelle e capelli lunghi. Il Red Riding Quartet lo dimostra magistralmente.

Quegli investigatori erano invece obbligati a indagare su un ambiente sociale. Lo facevano armati dei più rozzi pregiudizi, devastando reputazioni ed esistenze di semplici sospettati e anche di vittime innocenti. La storia dello Yorkshire Ripper ci racconta di rispettabili madri di famiglia che si prostituivano segretamente in squallide roulotte. Erano il peso morto di cui Margaret Thatcher si stava liberando per non far affondare l’Inghilterra. Le cricche di guardoni che popolavano le colline di Firenze erano una specie di diffusa e organizzatissima consorteria notturna. Ma non erano anche l’avanguardia del tecno-voyeurismo che sarebbe diventato di massa nell’era di Youporn?

Tutto quello che sta prima e dopo alcuni delitti, tutto quello che li ha resi possibili e che ne ha ostacolato la soluzione, tutto quello che ognuno di noi ci ha proiettato (avere vicino il colpevole, ancor prima di essere una vittima) ci racconta e ci riguarda da vicino.

David Peace non ci chiede di parteggiare, meno che mai ci accusa di aver preso parte.

David Peace ci dice che ad alcuni delitti noi apparteniamo, che lo vogliamo o meno.

Come lo fa, ve lo racconto la prossima volta.

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