9. Dove conviene munirsi di un buon ombrello

A differenza di affreschi come quelli di Ellroy o del respiro epico di Romanzo Criminale, David Peace non costruisce mai romanzi veramente collettivi. Non dà mai l’idea di voler lavorare sul grande, di azzardare la panoramica, di dare un senso globale alla vicenda.

La scrittura di Peace è conficcata nel particolare, nei significati personali. La sua polifonia di voci è sempre dissonante, i bordi acuminati dei mille frammenti che assembla non combaciano mai. Racconta di come un delitto si rifrange in maniera prismatica e distorta nell’intimo dei suoi personaggi. E così finisce per portare a galla, dal profondo, cose che in Larsson e Camilleri io non trovo più in maniera tridimensionale, convincente. Cose come il dolore e la rabbia, per esempio. Il dolore delle vittime, il dolore dei parenti, la rabbia dell’investigatore umiliato, la rabbia del giornalista costretto a tacere.

Con la rabbia e il dolore Peace riporta al centro del racconto il conflitto, l’inconciliabilità fra i fuochi interiori e la piovosa realtà, fra le ambizioni e le necessità. Fra l’uomo nudo e l’uomo in divisa, come diceva Georges Simenon. Fra la vita e la morte, in definitiva. I cataferi non descritti, o definiti come “una via di mezzo tra una mummia e un insaccato” non mi consegnano invece mai il tentativo di un’ultima ribellione alla morte. E il pacato, razionale Kalle Blomqvist rischia, con i suoi tre mesi di galera, molto meno di quanto il suo autore Stieg Larsson abbia rischiato di persona per le minacce dei neonazisti. Quasi che quella letteraria, per essere assimilabile e tollerabile, debba essere una “realtà diminuita” o un latte ad alta digeribilità.

E sempre il sogghigno con cui Camilleri definisce un omicidio un’ammazzatina, mi lascia solo un paio di alternative: o la Sicilia di cui scrive è così ironicamente disumana da negare al dolore persino un misero permesso di soggiorno, o quelli non sono morti veri, ma sagome di carta sul pavimento, esche tutte letterarie. Un’idea chiara, lo confesso, non ce l’ho.

David Peace non smette di raccontare invece come un crimine scuota dalle fondamenta come un sisma tutti coloro che anche soltanto sfiora, come le centinaia di persone perquisite e sospettate di essere lo squartatore dello Yorkshire. Peace non teme di affermare che “la narrativa criminale onesta non dovrebbe essere meno brutale della realtà che intende descrivere”.

Brutale, dice. Qualcuno sobbalzerà sulla sedia. C’è il rischio concreto di imboccare il vicolo cieco dell’estremo o di sguazzare nel putrido del sensazionalismo. Anche perché la figura del serial killer è già predisposta all’accumulo tipico della logica pornografica (quanti sarà capace di ucciderne? Quanti sarà capace di farsene?). E alla stregua di un amministratore delegato, un serial killer viene valutato in base alla performance, ai numeri che riesce a fare.

La risposta di Peace è rovesciare la prospettiva dall’oggettività della prova scientifica e dei numeri alla soggettività del riverbero emotivo di un delitto. E dalla quantità alla qualità. Dall’accumulo alla scelta.

Un esempio: in 1974 gran parte di questo peso emotivo viene caricato su un gesto strano e crudele, ma in qualche modo laterale rispetto all’omicidio. Vengono ritrovati alcuni volatili mutilati delle ali. Un paio di quelle ali saranno poi messe dall’assassino sulle spalle della piccola vittima. È un’immagine perturbante che riverbera a lungo dentro di noi perché è entrata in maniera strisciante, saltando i meccanismi di difesa dell’adrenalina o del ribrezzo. Proprio pensando a quei cigni mutilati (di cui noi possiamo comunque sopportare la vista) noi percepiamo veramente la mostruosità del delitto.

Scegliere, dunque.

Scegliere parrebbe l’attività naturale di un narratore. O più precisamente di un romanziere. Scegliere una storia, scegliere un segmento del flusso ininterrotto e caotico della realtà, scegliere i fatti in base a una gerarchia, scegliere i punti di vista e quindi scegliere il linguaggio, parola per parola.

Ho appena descritto un lavoro di andamento verticale: delimitare, scavare, costruire mettendo qualcosa più in alto, qualcosa più in basso, assegnando proporzioni e relazioni precise. Ma siamo nell’era della rete orizzontale, omogenea, senza frontiere, senza distinzioni. Forse per quello il romanzo non è mai stato così in affanno?

Figuriamoci se ho una risposta qui, su due piedi.

Tutto quello che ho saputo fare è scrivere una storia. Questo mio viaggio da lettore finisce proprio poche ore prima che “La notte alle mie spalle” arrivi nelle librerie.

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