La playlist/1

All’inizio de “La notte alle mie spalle” fu Kate Bush. E questo l’abbiamo chiarito subito.

Ma dentro il romanzo ci sono anche altre canzoni. Non tutte memorabili. Anzi. E via con la prima.

 

Qualche volta tutti noi, e gli scrittori in particolare, pensiamo che basti citare Bob Dylan per evocare l’America degli anni ’60 o i Sex Pistols per l’Inghilterra della fine dei ’70. È naturale, ma in realtà è come conservare negli anni solo le foto migliori, quelle in cui, trent’anni dopo, il nostro taglio di capelli non sembra essere uscito dalle mani di Freddy Krueger.

E invece tutti abbiamo portato pantaloni ascellari con orli davvero deprecabili o pensato che la carta da parati, anche quella a fantasia cachemire, ci avrebbe liberato per sempre dalle angherie degli imbianchini. Solo che adesso quelle robe lì preferiamo non ricordarle. L’auto-racconto del nostro passato tenta sempre di trovare una qualche, anche elastica e tortuosa, armonia.

Ma certe giacche blu elettrico, certe spalline di ovatta che conferivano a tutti una inconfondibile silhouette alla Goldrake, sono irriducibili a qualsiasi idea di armonia.

Sono giacche come quelle che indossano Fab e Rob. Per tacer dei pantacollant e dei simil-DM’s scintillanti, dell’acconciatura degna della miglior Eleonora Brigliadori e del labiale clamorosamente fuori sincrono (no, non è un effetto del buffering di youtube): tutto in loro recava, e a caratteri cubitali, la dicitura farlocco.

Eppure questa roba ha vinto un Grammy nel 1990. Una fricassea di breakdance e cascami elettronici che stava comunque nello spirito di quel momento, ci stava così dentro da non sopravvivere molto più di qualche mese. Ma questo è il vero passato, ciò che non è sopravvissuto e che abbiamo (in questo caso per fortuna) perduto.

Milli Vanilli, si chiamavano. Pochi mesi dopo aver vinto il Grammy, vennero scoperti: non erano loro a cantare i pezzi, ma un gruppo vocale la cui immagine, secondo il discografico, non aveva appeal a livello commerciale. Anche riascoltati oggi, il grande mistero rimane: non potevano scegliere dei coristi anche bruttissimi ma almeno bravi, sul serio?

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5 pensieri su “La playlist/1

  1. Per lo meno ricordi come questo ci fanno sorridere.
    A volte è bello anche non rimpiangere il passato.
    C’è del bello e del brutto in ogni epoca.
    Sta a noi fare buon uso delle nostre memorie.

  2. Sì, la memoria alla fine rende giustizia, ma può ingannare. Tempo fa, in una trasmissione di cinema, leggevano le classifiche dei film più visti negli anni ’60. In testa c’erano film di cui oggi non si conserva più neppure una copia. I grandi autori non se li filava quasi nessuno. Spesso è la fuffa che ci consegna il vero spirito di un periodo.

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