Il tracollo dell’editoria, Asterix e il Teatro Valle Occupato

Qualche sera fa sono capitato per la prima volta al Teatro Valle Occupato.

Sono rimasto solo pochi minuti e quindi la mia impressione è giocoforza superficiale. È limitata alle facce, ai colori, ai vestiti, alle locandine, allo stabile. Nonostante le voci di uno sgombero si facciano ogni tanto più insistenti, non ho mai avuto l’impressione di essere in un fortino assediato. Niente a che vedere, e lo dice uno che ha consumato “London Calling”, con la cupezza residuale post-punk di alcuni centri sociali (almeno in Italia). Si sentiva l’atmosfera, anche un po’ incosciente, del villaggio gallico di Asterix che tiene in scacco l’Impero romano, e divertendosi pure una cifra.

I Galli sono più forti dei Romani perché hanno la pozione magica, certo, ma in realtà lo sono perché sanno essere allegri, mentre i Romani no. E sanno essere allegri perché ogni tanto sono felici, mentre i Romani non lo sono mai. Sono più forti perché sentono che lì vogliono essere, mentre i Romani no, sono lì perché qualcuno ha ordinato loro di andare.

Forse la torrida serata, forse un aperitivo non abbastanza alcolico, ma quest’idea di occupare uno spazio che si sente proprio, di essere felici perché in ogni caso si è dove è giusto essere, ha continuato a rimbalzarmi in testa.

Si trova sempre il modo di coniugare alcune parole secondo quello che stiamo vivendo. E allora ho finito per pensare all’aria di dismissione che si respira nel mondo dell’editoria italiana. Del tutto in sintonia con quanto si vive nel resto del Paese, ma con alcune aggravanti specifiche.

La più evidente è la crescente marginalità della narrazione nel mercato editoriale. Una volta Carolina Invernizio o Georges Simenon vendevano, comunque, delle storie. Semplici, avvincenti, ripetitive, banali, sorprendenti, brutte, belle, così così. Comunque, la storia era il prodotto.

L’industria editoriale sembra aver perseguito in questi ultimi anni un progetto di espulsione della storia dal prodotto-libro. Non fosse bastato rendere il lavoratore alieno al proprio lavoro, perfino la merce, adesso, è aliena a se stessa. Lo si capisce quando lo spot di un’automobile non ci rassicura sul suo motore, ma sul fatto che abbia cd-radio-bluetooth-clima-mp3. Tutta roba che neppure ci terrà compagnia, se veniamo mollati a piedi in mezzo all’autostrada.

Stessa cosa è accaduta nell’editoria. Con centocinquanta grammi di colla, carta e inchiostro, si vende una tendenza, un marchio, una faccia, un tema scottante. Il libro è parte di un’operazione, di un disegno ben più articolato. La vera narrazione è quella multi-mediale/mediatica sull’autore. In alcuni casi può essere persino più accurata e importante di quella contenuta nel libro.

Tutto questo è sempre esistito, sia chiaro. Ma non si era mai preso tutta la scena come in questi ultimi anni, non si era mai trasformato in un’invasione, in un progetto d’impero. La vanity press trafuga e ostenta l’insegna del romanzo, la presentatrice sul viale del tramonto si mette sullo stesso piano di Natalia Ginzburg, il recensore si abbandona a paragoni sempre più acrobatici. La differenza è che questi invasori non sono legionari romani mandati a combattere in lande ostili. Sono ovunque a loro agio, felici e sorridenti. Chi non lo sarebbe, saltando dal palco di uno stadio al prime-time tv, da un set a un festival letterario, con la sensazione che tutto ti sia possibile e concesso. Anzi, dovuto.

Tristi sono gli altri, quelli che hanno investito il loro tempo a imparare bene a una cosa, o al limite due, tipo saper narrare e, ancora prima, saper leggere. Si sentono sempre più fuori luogo, inutili, comprimari invitati a un party rutilante che si terrebbe anche senza di loro.

Poi però succede che a questo party rutilante salti qualche lampadina, i camerieri circolino con la livrea impataccata e le tartine sappiano di rancido.

Si scopre di colpo che c’è poco da festeggiare. I conti non tornano. È stato fallito proprio l’obiettivo di fatturato, l’idolo per cui si è non solo pubblicato (e ci sta) ma si è addirittura data dignità e necessità letteraria a quali croccantini sceglie per il suo gatto l’ultimo arrivato a Zelig.

Chi prima comprava il libro al supermercato non rinuncia certo allo stracchino per sapere come la maggiorata degli anni ’90 si prepari ad affrontare la menopausa grazie alla devozione per Santa Giuditta da Altamura.

Mentre ai lettori forti, ai divoratori di storie che avrebbero rinunciato anche a una bistecca per il vizio di leggere, è stato ripetuto che, se ritenevano l’autore di versi immortali come “gelato al cioccolato dolce un po’ salato” non in grado di scrivere un romanzo, era solo un pregiudizio intellettualistico, un problema loro. Confidando nella loro dipendenza dalla lettura, a questi lettori è stata inoltre gridata nelle orecchie l’uscita del libro italiano dell’anno perlomeno una volta alla settimana.

Un paio di volte ci sono cascati, alla terza settimana sono andati in macelleria a consolarsi con un bel filetto.

I lettori forti erano l’unica, piccola assicurazione contro la crisi che l’asfittico mercato italiano possedeva. È stata dilapidata ancora prima che la contrazione dei consumi diventasse un crollo quasi verticale.

E ora il problema è di qualcun altro.

Vorrei evitare di assumere l’espressione di “quello che l’aveva detto”. È vero, alcuni di noi l’avevano capito da qualche anno ma solo perché, invece di rinchiudersi in autistici deliri di marketing, stavano in giro, nel Paese reale, parlavano con lettori e librai egualmente incazzati per la mole di libri brutti e inutili con cui soprattutto i grandi gruppi editoriali presidiavano gli scaffali come se occupassero province riottose dell’impero.

Meno che mai ora dobbiamo gioire di disgrazie che poi non sono nemmeno altrui, perché investono comunque editori grandi, medi e piccoli, perché influiscono sulle tirature dei primi in classifica e degli autori di culto.

Penso invece che il momento sia così grave da suggerire ormai solo una sana incoscienza. Bisogna capire se la voragine dei lettori in fuga non nasconda in realtà un vuoto da riempire con narrazioni così forti da camminare con le proprie gambe senza dover chiedere il permesso di esistere a una faccia, un brand, un tema scottante. Vale la pena di capire quanto sia grande questo spazio. Avere il coraggio di immaginare che la forza della narrazione, che non è il diritto di espressione o l’avere qualcosa da dire, possa riprendersi il centro della scena nel mondo editoriale ed essere la nostra pozione magica, senza votarsi irrimediabilmente a rassicuranti alibi minoritari. E sentirci allegri e coraggiosi come chi sta al proprio posto, dove è giusto essere.

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Un pensiero su “Il tracollo dell’editoria, Asterix e il Teatro Valle Occupato

  1. Anche se io prendo in mano una racchetta non sarò mai una tennista. Nello stesso modo tanti sedicenti pennivendoli che pubblicano un libro non saranno mai scrittori. Per fortuna la preparazione e il mestiere sono ancora un discrimine e poi, per l’appunto, c’è il contenuto di un libro, la storia che fa la vera differenza. Le case editrici possono ostinarsi a voler vendere un brand, ma mi sembra che il passaparola degli appassionati sia la vera arma su cui puntare perché serve a fare giustizia riequilibrando la scala dei valori. Per fortuna non conosco nessuno così matto da consigliarmi “l’ultimo di Fabio Volo o di Pupo perché è fortissimo!”, perciò direi di riprenderci la cultura dal basso. Tra l’altro mi pare che forum e siti frequentati da grandi lettori come Anobii stiano proprio andando in questa direzione.

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