La breve illusione di Wembley

Marzo 1973. La foto è, ovviamente, di mio cugino.

14 novembre 1973. Ho otto anni e una passione insana per il calcio, come la mia espressione nella foto qui a fianco dimostra. Nel mio armadio sono gelosamente impilate almeno due dozzine di squadre del Subbuteo. Mio cugino Roberto, che abita a Roma ed è colui che mi ha regalato la splendida confezione con il morbidissimo panno verde e (addirittura) i riflettori, quando viene a trovarci si diverte a risentirmi le formazioni della Serie A, album Panini alla mano. Posso inciampare al massimo su qualche oscura riserva del Cesena, per il resto le sedici squadre di Serie A le recito a memoria come gli affluenti del Po. Ho otto anni e ancora non so che la mia passione per il calcio sarà, come dire, scarsamente ricambiata.

14 novembre 1973. La Principessa Anna d’Inghilterra sposa il tenente Mark Philips, Londra è in festa e la diretta della BBC viene vista da 500 milioni di spettatori in tutto il mondo. Per celebrare l’evento, gli inglesi hanno invitato l’Italia a giocare un’amichevole sul sacro prato di Wembley, il tempio riservato alla Nazionale, alle finali della FA Cup o alla Coppa dei Campioni.

14 novembre 1973. Mio padre e io siamo in cucina, a luce spenta, davanti a un Voxson 12 pollici rosso che oggi farebbe un figurone in qualsiasi mercatino vintage. Non ricordo in base a quale privilegio o accordo il televisore grande, in salotto, è appannaggio di mia madre. C’è Inghilterra-Italia a Wembley e i due maschi di famiglia, per giunta entrambi miopi, cercano di distinguere Facchetti o Chinaglia fra ventidue formichine che scorrazzano sfocate su uno sfondo grigiastro. Ero ancora troppo piccolo per capire di essere nato in un matriarcato d’acciaio.

14 novembre 1973. C’è anche la banda dell’Esercito e a Wembley piove. Per la precisione “it drizzles”: una pioggia non violenta, ma regolare, insistente. Sembra tutto studiato perché gli inglesi ci diano una solenne lezione e per tutto il primo tempo non usciamo dalla nostra metà campo. Mio padre, un mix mai più eguagliato di pessimismo e ansia, scuote la testa prefigurandosi a ogni cross dei bianchi la capitolazione e una seguente, umiliante disfatta.

Wembley ruggisce a ogni folata offensiva, ma Zoff le para tutte. Facchetti va a un niente dall’autogoal, ma scansa il piede al momento giusto.

A quattro minuti dalla fine tocca al futuro allenatore dell’Inghilterra rovinareil giorno di festa ai sudditi di Sua Maestà. Che poi, voglio dire, per sposarsi di novembre bisogna davvero essere inglesi. Su un tiraccio di Chinaglia, Shilton non trattiene e Fabio Capello è lì, di piattone, a metterla dentro da due passi. Mio padre e io saltiamo su dalle sedie. Più increduli che felici.

Abbiamo quasi la sensazione di un sacrilegio. Noi, gli italiani, abbiamo vinto nel tempio di Wembley, schiumando nel fango come una muta di cani e tirando una sola volta in porta a quattro minuti dalla fine (per la precisione anche Riva aveva provato una rasoiata dal vertice dell’aria di rigore, ma null’altro).

L’indomani un giornale commenta la nostra prima vittoria sull’erba sacra di Wembley con un: “Siamo noi i maestri”. Dimenticando che i maestri inglesi, dopo aver snobbato per vent’anni i Mondiali per “manifesta superiorità” erano riusciti a vincerli solo organizzandoli in patria, e grazie a un goal inesistente. Dimenticando che per i mondiali del 1974 gli inglesi neppure si erano qualificati. In quegli anni la squadra britannica più forte era il Leeds di Bremner e Lorimer, scozzesi, e di Gilles, irlandese. E le glorie appena passate del Manchester erano state dovute in gran parte a uno che sembrava il quinto dei Beatles ma era nato a Belfast, George Best. A eccezione di Shilton e dell’anziano capitano Bobby Moore, era un’Inghilterra di modesti comprimari dai nomi ormai dimenticati di Osgood, Clarke, Bell, Currie, Madeley.

Dicembre 2012. Molto è cambiato. L’espressione sembra rimasta la stessa.

Pochi mesi dopo, scoppiai in lacrime nella saletta dell’albergo dove mio padre lavorava come direttore. La Polonia di Lato, Deyna e Tomaszewski ci cacciava dal Mondiale tedesco esattamente come aveva rispedito a casa i presunti maestri inglesi. Nell’albergo di lusso sul lungomare prendevano anche la tv svizzera e avevo il privilegio di guardare il mondiale già a colori. Era a colori, nuovo, scintillante e fantasioso, anche il calcio dei polacchi e della grande Olanda di Crujiff, Neeskens e Krol.

Noi e gli inglesi non eravamo maestri di niente, eravamo rimasti impantanati in un altro calcio, sofferto, sparagnino ed epico, certo, ma grigiastro e uggioso come la serata del 14 novembre 1973, a Wembley.

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