Da quale galassia vengono gli scrittori?

Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, gli scrittori da una galassia ancora ignota. Gli scrittori sono E.T., specialmente alcuni di quelli catapultati, malgrado la loro naturale ritrosia di letterati, sul palcoscenico del più importante premio italiano.

Non c’è altra spiegazione possibile ad alcuni passi di queste interviste.

Va reso merito, è vero, alla schiettezza di Fois e anche a quella del fresco vincitore Piperno che, con la bottiglia del giallo liquore in mano, ha ringraziato per la vittoria il suo “ufficio stampa” e non i giurati che l’hanno votato.

Perché di quello stiamo parlando. Uffici stampa, pubbliche relazioni, pressioni, alleanze, pacchetti di voti.

Non capisco invece chi, come Emanuele Trevi, invoca una minore influenza degli editori sui giurati. Non capisco perché gli stessi editori che hanno speso tempo, lavoro e soldi per portare un libro nella cinquina dovrebbero poi smettere improvvisamente di combattere fino all’ultimo voto. Perché non dovrebbero assicurarsi la scheda di personaggi in ben altro affaccendati come Francesco Rutelli e Gianni Letta, o di Giulio Andreotti, l’illuminato paladino della cultura italiana che negli anni Cinquanta del secolo scorso cercò di strangolare nella culla il neorealismo “perché i panni sporchi si lavano in casa”.

È come chiedere a due squadre di battere i rigori decisivi della finale dei mondiali con una benda sugli occhi. Per quale motivo da un certo punto in poi non dovrebbero più valere le regole che hanno deciso chi in finale ci doveva arrivare e chi no?

Trevi si domanda anche come mai ogni anno ci siano cinque titoli di cinque editori diversi in finale. Se non sia una specie di spartizione (ma dài?). Purtroppo non è del tutto precisa la domanda di base. Perché Mondadori ed Einaudi, spesso capaci di piazzare almeno un titolo ciascuno in finale, sono due editori diversi che appartengono casualmente a uno stesso proprietario. Nelle ultime edizioni, hanno deciso di non farsi la guerra e hanno vinto cinque volte su sei (Pennacchi, Ammaniti, Giordano, Scarpa, Piperno).

Anche Lorenza Ghinelli non sa spiegarsi come mai così poche donne siano arrivate in finale al Premio Strega. Una risposta potrebbe trovarla anche nelle copertine dei libri della sua casa editrice: labbra rosse e tumide che stringono una rossissima ciliegia, ragazze degli anni Quaranta che cercano un buon partito nel jet set newyorkese, capelli mossi dal vento di qualche intimo turbamento. Quelle copertine dicono: “sesso o romance, di quello dovete parlare, femmine”. Uno stereotipo ben circoscritto che fa rimpiangere, e di molto, l’irriverente leggerezza di una Holly Golightly (a proposito di Tiffany).

Infine, meglio sarebbe chiedersi perché marchi importanti ma indipendenti siano regolarmente rappresentati nella dozzina di libri ammessi in gara ma trovino nella finale uno scalino di fatto insormontabile.

Un dubbio mi assale: sarà mica per il potere di pressione di gruppi forti come Feltrinelli, Mondadori, Gems, Newton Compton (partecipata De Agostini) e RCS Libri?

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