Dalla Galleria al tunnel. Del libro.

Non mi capita più tanto spesso di fare un giro sulla Passeggiata di Viareggio.

E quindi stasera mi sembra quasi tornato lo struscio degli anni d’oro. A dire il vero, ho anche la sensazione che molti si limitino a guardare le vetrine, e che l’articolo di maggiore smercio sia la libellula luminosa da lanciare con l’elastico. Al popolarissimo prezzo di un euro, trattasi di passatempo semplice e robusto, importato tramite i clan della camorra da laboratori indiani ingiustamente accusati dei peggiori misfatti. In realtà tolgono i bambini dalla strada per almeno dodici ore al giorno e utilizzano solo legno a zero impatto sull’ambiente (viene tutto dalle foreste intorno a Chernobyl e quelle, tanto, sono bell’e che andate).

Mi fermo davanti a una placca di metallo che magnifica la storia della Galleria del Libro, piccolo gioiello liberty senza fronzoli, di un bianco moderno e classicheggiante al tempo stesso. Nella placca si ricorda che gli interni della Galleria del Libro erano stati progettati nel 1973 da Gae Aulenti. Peccato che, a dispetto della puntuale targa, quegli interni non ci siano più. Studiati per ospitare libri, sono stato completamente sventrati dal layout del negozio di sneakers a prezzo scontato.

La Galleria del Libro non ha resistito all’arrivo, giusto lì accanto, della grande libreria in franchising nei locali del Margherita, il Gran Caffè dallo stile liberty un po’ più lezioso e altisonante. Mio padre ha diretto per anni l’Hotel di fronte, il Plaza & de Russie. Al Margherita ogni tanto ci portava a cena e ricordo che tutto quel lusso mi intimoriva.

Così come mi intimorisce quello che stanno per fare i miei amici. Vanno a chiedere il mio libro alla commessa. In questi casi io fingo un improvviso interesse per la cucina con il wok o per i mille segreti delle piramidi di energia con pratico kit in omaggio. Perché metti caso che non ce l’hanno, non è una bella figura. E se dicono “lo abbiamo finito” per far intendere che va via come il pane, in genere è una bugia. I libri che vanno via come il pane sono pochi e non mancano mai. Se ce l’hanno, invece, bisogna vedere se conoscevano il titolo e trovano al volo lo scaffale. Se sì: ottima figura. Se hanno dovuto guardare nel computer: figura così così.

Ce l’hanno. Ancora due copie. È su uno dei banconi centrali, fra le novità, ma non si vedeva perché i libri non sono disposti a pile, ma messi in verticale sul lato lungo con la costa verso l’alto. Come i dvd nei cestoni delle offerte al supermercato, per intenderci.

La commessa è gentile e simpatica, i miei amici le hanno rivelato che il tizio nascosto dietro l’imperdibile manuale Ottieni sempre il massimo dalle tue carpe maculate è in realtà l’autore del libro che stanno comprando, seppur in apparente crisi vagale. Lei mi gratifica con un: “Ora che è rimasta una copia sola, domani riordiniamo”. Sorrido e ringrazio, ci diamo la mano.

A me però mette tristezza vedere tutti quei libri stivati a testa in giù per ottimizzare lo spazio. Tutti quei cartelli rotondi che promettono vertiginosi sconti fino al 70% sembrano l’unico vero criterio di classificazione e di scelta per il cliente. E alla fine non ho neppure la sensazione di poter acquistare un bene che costa cinque volte meno di qualsiasi modello Nike. Anche solo il modo in cui sono disposti questi libri mi comunica l’idea di qualcosa che vale molto meno di un paio di scarpe.

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