Che voglia di piangere ho!

Sarà perché da piccolo, vivendo in una città turistica e di mare, il 1 di luglio era come l’inizio dell’eternità e il 1 agosto l’annuncio ineluttabile che quella eternità sarebbe stata un’illusione.

Sta di fatto che l’altra sera mi è proprio venuta voglia di piangere.

L’altra sera, invece di preoccuparci per i tentacoli della mafia cinese sul badminton, mia moglie e io abbiamo guardato un documentario sulla vita di Vittorio Gassman.

Veniva da piangere ad ascoltare Scola, Risi, Lizzani e Rosi raccontare la grande stagione del cinema italiano, quando un Paese con le pezze al culo e relegato ai margini della storia culturale ha insegnato la settima arte a tutto il mondo. Dal neorealismo alla commedia, dal film d’autore al western, fino ai poliziotteschi e ai B-movie.

Veniva da piangere perché Cinecittà sta per essere data in pasto a qualche scambista del mattone, quel genere di pervertito che raggiunge l’orgasmo solo urlando “sì, dimmi ancora che sei la mia cubatura”.

Veniva da piangere anche perché quella è stata l’ultima volta in cui siamo stati davvero grandi, e che al confronto il panorama culturale italiano è oggi mestamente ripiegato su orizzonti ristretti.

La crisi, direte.

Non lo so.

Quanto a povertà di mezzi e di mercato, l’Italia del dopoguerra era messa ancora peggio di adesso e la grande stagione del cinema italiano cominciò ben prima del boom economico. E riguardo alla crisi, una volta ho ascoltato Scola parlare di quel retrogusto amaro che ha fatto grande la commedia italiana, quel brillante cinismo senza cui un prodotto di intrattenimento italiano viene surclassato da un qualsiasi, strepitoso episodio de “L’Era Glaciale”. Secondo Scola derivava proprio dalla fame e dalla miseria che quella generazione aveva conosciuto. La miseria e la fame non rendono quasi mai buoni e fiduciosi nel prossimo.

E ancora, mentre Hollywood degli anni ’70 si poteva permettere King Kong e gli effetti speciali, gli artigiani italiani dei B-Movie simulavano il terremoto riprendendo la facciata di una chiesa riflessa su un catino d’acqua mossa. Ma sono loro a cui va oggi l’omaggio di Quentin Tarantino.

Il problema, quindi, dev’essere altrove.

Quei grandi registi raccontavano anche che per loro era normale parlare dei propri progetti, scambiarsi idee e opinioni (magari davanti a una scodella di rigatoni). In nessuno di loro si affacciavano mai la paura del plagio o l’insofferenza per il giudizio altrui. Proprio loro, che sapevano raccontare come nessun altro anche le miserie più piccole – in un certo senso le più imperdonabili – dell’animo umano.

Forse avevano ben chiaro un paio di cose.

La prima è che rubare una storia a qualcun altro non serviva a niente. Toglierla a chi la sentiva sua sarebbe stata una mutilazione, ancor prima che orrenda, innaturale e, come tale, inutile e umiliante in primo luogo per chi lo commetteva.

La seconda è che condividere e confrontare le proprie idee con altre intelligenze avrebbe reso le loro storie più forti.

Oggi tutto questo non succede. Non succede perché non ha più senso.

Siamo nell’era social, siamo pieni di pulsantini share, possiamo tranquillamente interloquire via skype con un drammaturgo islandese. Ma per niente al mondo chiederemmo a un altro scrittore cosa pensa di un’idea a cui stiamo lavorando (a meno che il “noi” non sia un esordiente in cerca di gloria e lo scrittore non sia Carlo Lucarelli a cui abbiamo appena impestato la casella mail con l’avvincente sinossi di un’epopea di urban-dark-porn-fantasy).

Abbiamo interiorizzato talmente bene la competizione che ogni altro autore, ogni altro creativo è la concorrenza. La sicurezza è diventata una priorità che ci riempie la testa di antifurti. Non bisogna però commettere errori di prospettiva: la spaventosa crisi non ha fatto che rendere l’arena più stretta (e già non era il Colosseo), la quantità di avversari soffocante, la lotta più sanguinosa. Ma il tutti-contro-tutti è stato inciso nel nostro DNA culturale perlomeno dalla fine degli anni 80.

Visto che parliamo di piccole e grandi miserie, non dimentichiamoci l’invidia. Quella d’altronde è sempre esistita, e la proviamo tutti. Davvero tutti. Come ricorda Marco Rossari nell’acutissimo L’unico scrittore buono è quello morto, chi vende diecimila copie invidia chi vende un milione di copie, ma chi vende un milione di copie invidia chi ne vende mille, perché chi ne vende mille è adorato dalla critica.

Se infine aggiungiamo sul piatto il nostro storico, nazionale rifiuto del fair play e della fair competition, la nostra refrattarietà strutturale alla meritocrazia, l’ultimo (o il solo) vantaggio di questa concorrenza scatenata, evapora all’istante. Non ci sono meccanismi per la selezione della qualità perché la qualità stessa è divenuta un concetto inutile. Per dare mazzate nell’arena non serve un minimo comun denominatore da condividere.

Un esempio dal cinema? A vincere l’Orso d’Oro a Berlino sono stati due illustri ottantenni con un film a bassissimo costo che in Italia nessuno voleva distribuire. Uno dalla letteratura? Andate a rileggervi le dichiarazioni dopo la finale dell’ultimo Premio Strega: c’è da far impallidire persino Mourinho, uno che riesce a rosicare anche quando è in testa al campionato.

L’estate sarà presto pronta per gli armadi e la limpidezza consolante di settembre è ancora lontana. Sarà per quello, ma a me viene da piangere.

E allora vai con la canción.

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