Veltroni aveva ragione

Perdere va bene, ma almeno le battaglie giuste

Si sa, per ogni disastro annunciato, la sinistra italiana può sempre invocare le ragioni teoriche più limpide.

Le poté sbandierare Bertinotti, facendo cadere il primo governo Prodi sulle trentacinque ore, una questione dirimente, direi quasi epocale, caduta nel dimenticatoio quando ad Arcore nemmeno avevano finito di brindare. Ne poté ornare i proprio vessilli Veltroni nel 2008, decidendo di correre da solo in piena trance kennedyana.

Fra le molte battaglie perse dalla sinistra, talvolta si fa fatica a individuarne una di cui almeno valesse davvero la pena.

Ovvio che, quando ne ritrovi una, è una notizia.

Chi ricorda lo slogan “non si interrompe un’emozione”? Lo aveva coniato Federico Fellini, peccando forse di baciperuginismo. Il punto era mettere un argine alla altrimenti inevitabile proliferazione di spot pubblicitari nei film trasmessi in tv.

Una battaglia di cui Veltroni si fece paladino, lui che da direttore dell’Unità ci riforniva di collezioni in VHS, da Truffaut a La Freccia Nera.

Una battaglia che prese però subito le stimmate retro-chic di certa intellighenzia (qualcuno sa come diamine si scrive?) da cineforum. Gente nata così ricca da potersi perdere in quisquilie intellettualistiche, laddove il paese reale, quello che lavorava e produceva e schiumava dalla voglia di consumare, reclamava spazio di manovra, visibilità, opportunità di business e nuove frontiere di fatturato. A niente servì rendere la battaglia meno radical chic proponendo il divieto di spot anche nella partite di calcio, con un accostamento francamente insensato.

Ci fu un referendum, a metà degli anni ’90, ma quindici milioni di italiani contro dodici decisero che un’emozione si poteva tranquillamente interrompere. Quanto al calcio, il tempo effettivo giocato si aggira sui sessanta minuti, ci sono dunque tempi morti per tutta la pubblicità che si vuole, senza bisogno di interrompere Baggio o Messi in pieno dribbling.

Spazio e tempo

Se oggi sulla RAI le interruzioni durante un film rimangono ancora sotto la soglia della definizione di “esasperante”, su Mediaset si arriva anche a 84 spot per una durata di 28 minuti, un terzo della durata complessiva del film, con inserimento di mini tg e previsioni del tempo. Per avere una pietra di paragone, in Gran Bretagna le reti generaliste commerciali hanno avuto solo lo scorso anno la possibilità di inserire nei film e nei tv drama una quantità di interruzioni fino a circa dodici minuti.

L’idea è infatti che film e tv drama debbano essere tutelati dalle continue interruzioni perché, rispetto ai reality o ai talk show, hanno un livello di complessità più elevato e richiedono un’attenzione maggiore da parte del pubblico.

Laddove poi le soap operas portano già nel nome il prodotto che le ha originate, laddove un programma di intrattenimento è una sequenza di numeri e gag autoconclusivi con lo scopo di in-trattenerti sul divano fra uno spot e l’altro, chi ha scritto un film lo ha fatto come se tutto questo non esistesse. Ha limato mille volte scene e battute, anche di tre secondi, anche di due parole, per dare ritmo e non lasciare tempi morti. Ha calcolato, per esempio, che un dettaglio saltasse di nuovo fuori nella storia entro un certo lasso di tempo e non oltre, affinché lo spettatore ne conservasse spontaneamente memoria. Ma ora, in quel lasso di tempo irrompono centoventi eterni secondi di assorbenti contro le piccole perdite e di multiproprietà a Milano Marittima.

Il tempo è per una storia quello che lo spazio è per un edificio. Alterandone le proporzioni, se ne perdono il senso e la bellezza.

Fate saltare i ponti

Alcune fiction tv di lunga serialità (da CSI a tutto quello che si avvicina alla sit-com) hanno in realtà una struttura in quattro tempi di circa dodici minuti ciascuno, già pensata per l’inserimento – quasi indolore – di tre break pubblicitari. La lunga consuetudine del pubblico con situazioni e personaggi rende la distrazione meno insidiosa e il ricordo più agevole. E comunque, fateci caso, a un certo punto i nostri investigatori si ritrovano sempre tutti intorno al tavolo a fare il punto, casomai tu fossi ancora lì a fantasticare della city car tua a centoventi euro al mese.

Ma laddove la gag non regna sovrana o non sono possibili riassuntini, le interruzioni agiscono come batteri che deteriorano l’universo narrativo, slogano irrimediabilmente le articolazioni emotive e logiche del racconto. Quando poi non generano mortiferi blob di comicità involontaria. Beccatevi la pubblicità di un anti-reumatico dopo venti minuti di mazzate nel fango in Braveheart. Pensate alla vostra polizza r.c. auto durante Fast & Furious (e non è che ho citato Wim Wenders, badate bene).

Una delle similitudini più ricorrenti per definire una storia, una buona storia, è quella di un ponte. Le interruzioni pubblicitarie pressoché indiscriminate sono cariche di tritolo piazzate ai piloni principali. Stando così le cose, quasi nessuno si azzarda più a costruire ponti e le trame ristagnano nell’orizzonte angusto dei dodici-quindici minuti. Oltre questa unità di misura il dettaglio, l’allusione, le tessiture più raffinate si perdono fra i miraggi dell’home banking e il ripristino della tua naturale regolarità.

Ironia della sorte, proprio la nuova stagione di Mad Men, la fiction americana sul mondo dei pubblicitari degli anni ’60, ha rischiato di naufragare per una questione di spot: l’emittente voleva due minuti in più dentro ogni puntata, ma il produttore non voleva sentirne di tagliare due minuti a puntata.

Paradosso illuminante. La tutela della continuità narrativa è così delicata da essere oggetto di trattative serrate ed è quindi anche questione di solido pragmatismo, altro che vezzo da radical chic.

La pubblicità è parte del budget, ma le fiction narrativamente più solide perderebbero nelle indiscriminate interruzioni pubblicitarie la ragione stessa per cui il pubblico le segue, vale a dire un’esperienza degna di essere accostata alla lettura immersiva di un grande romanzo. Anzi, di una delle forme di narrazione odierne più fedeli alla tradizione del grande romanzo.

Odio quel frollino

Mentre Veltroni ripeteva “non si interrompe un’emozione”, veniva obiettato che invece l’inserimento di break pubblicitari avrebbe dato impulso alla produzione di fiction e reso più appetibile il cinema in tv. Com’è andata è sotto gli occhi di tutti. La fiction italiana è in agonia e renderla ostaggio dei promo e degli share l’ha resa qualitativamente molto più povera di quella di paesi in cui ci si è posti almeno il problema della difficile convivenza fra narrazione e commercials. Tantomeno si può dire che i passaggi tv, in queste condizioni, diano ai film più belli e coraggiosi la visibilità che non hanno avuto in sala a causa di blockbusters e cinepanettoni.

L’idea di crivellare una storia intensa e coinvolgente di messaggi pubblicitari che ne rendano possibile la trasmissione a patto di prendersi l’attenzione e il ricordo del pubblico, è una evidente contraddizione in termini. Non aiuta affatto gli spettatori distratti e indispettisce il pubblico più appassionato. Certo, al supermercato mi ricorderò per sempre del frollino che si frappone fra me e l’ultimo quarto d’ora di una puntata di Luther. Ma con odio.

Dunque, chi non può permettersi le pay tv è costretto a perdere non tanto e non solo le emozioni, ma la capacità di comprendere vicende di grande respiro e ricche di sfumature. Rimane tagliato fuori dal grande racconto della contemporaneità, è condannato a una sorta di analfabetismo narrativo, con l’unica consolazione – terribile – di non rendersene neppure conto. Costretto ad lasciar atrofizzare la sua capacità di attenzione e di ricordo, è diventato il consumatore docile e l’elettore immemore che qualsiasi potere desidera.

Annichilire il racconto come memoria, identità e patrimonio di conoscenza, sia collettivi che individuali: era l’obiettivo culturale accanto all’altro, puramente economico, di far vendere dubbie pomate contro la panzetta dieci secondi prima che Rocky Balboa voli sui gradoni dell’Art Museum di Philadelphia.

Non so se sia stata la madre di una lunga progenie di sconfitte.

Mi sento solo di dire che è stata la più sottovalutata.

(P.S.: grazie a Violetta per avermi segnalato gli articoli su Mad Men)

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