Una cosa che mai avrei pensato di fare (ma che ho fatto)

Oggi ho fatto una cosa che mai avrei pensato di fare. Una stupidaggine, intendiamoci. Ma per la prima volta in vita mia ho cancellato quattro mp3 degli U2 dalla mia libreria di iTunes. Via, nel cestino, senza esitazione, senza rimpianti. A dire il vero, neppure ricordavo di averle mai scaricate, quelle canzoni di No line on the horizon. Non mi è rimasto in testa niente, se non una sfocata sensazione di evidente, stanca inutilità.

Ora, non è che con gli hard disk di oggi uno abbia il problema di farsi spazio liberando venti megabytes. È che li ho voluti proprio sbattere via. Ho pure ascoltato con sollievo il crocchiare dell’accartocciamento nel cestino. Ah.

È stata la rabbia dell’innamorato deluso, dell’amico tradito. E anche un doloroso tirare le somme: dopo Achtung Baby è stato il nulla. Roboante, trionfale, in HD e in 3D, ma pur sempre il nulla. Un nulla lungo vent’anni (no, va bene Pop era interessante, ma sembra sottovalutato in primo luogo proprio dagli U2).

Anche gli Stones o David Bowie non dicono più una beneamata cippa da decenni. Ma, se devo essere schietto, non ci fracassano nemmeno i maroni con l’Africa e la Birmania.

La macchina U2 fatturerà svariate volte il PIL del Burkina Faso e dopo una bella passeggiata con Brad Pitt e Angelina Jolie sulla spiaggia privata a Èze-sur-Mer (non lontano dalla villa in cui gli Stones registrarono “Exile on Main Street”) si può anche dichiarare guerra alla povertà davanti a gente che vede come un miraggio ottocento euro al mese da precario. E intanto comprare tonnellate di azioni di Forbes, in quella Borsa i cui meccanismi, dopo aver affamato l’Africa, stanno iniziando ad affamare anche noi.

Ma questi rimangono pur sempre discorsi da bar del tresette, da “accolita di rancorosi, settimini, cuspidi e tignosi”. Non rimpiango una sola lira di quelle spese per i cd e i concerti degli U2. Sono i milioni di persone come me che li hanno fatti ricchi, e non c’è niente di scandaloso. Rispetto a disgustosi manager che vengono strapagati anche se distruggono aziende e rovinano migliaia di famiglie, gli U2 guadagnano se e fin tanto che tutta la loro macchina funziona e produce lavoro anche per altri.

E in segreto, come è giusto che sia, Dave Evans o Larry Mullen potrebbero essere i più grandi filantropi di questa Terra.

Il punto è molto più semplice. A una popstar si perdona praticamente tutto. Solo i cretini e i bigotti pensano che un artista debba dare il “buon esempio”. Talvolta, tanto più grande è stato il talento, tanto peggiore è stato l’esempio di vita. Chissà, sarà per “l’invidia degli dèi”, quell’infelicità che secondo i Greci si accaniva su coloro che avevano ricevuto un grande talento naturale.

Una popstar viene coperta d’oro per scrivere canzoni. Belle, coraggiose, illuminanti.

Quando gli U2 scrissero Sunday Bloody Sunday demistificarono anche la retorica della giusta causa indipendentista. Scrissero una canzone che in primo luogo reclamava di non diventare un inno, di essere cantata più: “how long, how long must we sing these songs?”. Cambiarono le cose non certo perché andarono a parlare con il primo ministro o con il comandante in capo dell’IRA. La loro musica cambiò qualcosa di profondo nelle persone. Il loro successo archiviò la figura dell’irlandese talentuoso ma sfortunato e vittimista. Anche grazie a loro, Dublino diventò cool quanto Londra, prosciugando alla fonte il livore dovuto a un eterno senso di inferiorità e di dipendenza verso la matrigna Inghilterra.

Sunday Bloody Sunday era una questione che li riguardava da vicino, ce l’avevano nel sangue e sulla pelle. Erano come Saviano quando parlava di Napoli e di Caserta.

Ma quando redigono una ineccepibile ballata su San Su Kiy, esattamente come quando Saviano compila il riassunto della strage di Beslan, sembrano diventati cacciatori di giuste cause con il poemetto d’occasione già pronto in tasca. Non scrivono più cose importanti, non ne hanno bisogno. Scrivono qualsiasi cosa perché sono ritenuti persone importanti.

Non so voi, ma personalmente non sono disposto ad accordare questo diritto acquisito a nessuno.

Le parole che non scrivi, quelle che togli dai libri, valgono quanto quelle che ritieni degne di essere battezzate dall’inchiostro, si diceva ieri. Non so, forse è così anche con gli mp3 o con i libri. Quelli di cui decidi di disfarti raccontano come sei diventato, forse più dei due o tremila che ti ostini a tenere nella tua libreria. Magari solo per pigrizia o per abitudine.

Per la serie ci piace ricordarli così, anche se sono vivi e vegeti, ecco il loro primo singolo, quello che ascolterò fino alla fine dei miei anni, con una delle parti di chitarra più belle e struggenti di sempre.

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6 pensieri su “Una cosa che mai avrei pensato di fare (ma che ho fatto)

  1. Noto una vena nostalgica, come se il passato riascoltato non abbia le stesse particelle emotive di allora, o come se le nuove canzoni non possano colmare la fame di passato che recano le precedenti. Si gettano tante cose, per non ricordare, o per meglio ricordarne altre. Si gettano foto, vecchi abiti usati in una serata speciale che non tornerà più, si getta un numero di telefono, si cancella un volto, una email, un sorriso, Anche il tatto è cambiato, i polpastrelli non sentono più il raso di quella camicia come quella notte. Tutto cambia, tutto prende un’altra strada. Nessun rimpianto, e nessun dolore.

  2. troppe volte ho sentito parlare (nel bene e nel male) di quello che glu U2 erano e di quello sono diventati. Questo problema oramai non me lo pongo più, anche perchè, di fatto loro sono cambiati e nel frattempo anche io. Circondarsi di nostalgia non so se sia la metrica giusta per poter dare giudizi. So benissimo che gli U2 sono anche una macchina per fare soldi, e che molte volte, grazie alla loro creatività potrebbero far di meglio per le mie orecchie. Strano a dirsi, ma per me “No line on the horizon” (a parte un paio di pezzi) è un buon disco, molto meglio degli ultimi due precedenti. Come vedi non tutti siam dello stesso parere. La verità, e che ognuno di noi si aspetta che questo gruppo possa ri-fare ciò che già è stato fatto, compreso ridarci un po della nostra giovane età e le nostre vecchie e bellissime sensazioni, ma tutto inevitabilmente cambia. Cosa dire ancora, finchè gli U2 riusciranno ancora ad emozionarmi li ascolterò, quando capirò che il segreto delle loro melodie si sarà affievolito del tutto, forse mi comporterò come te, getterò il tutto inevitabilmente nel cestino. Spero, logicamente, che questo non accada mai.

    • Perfettamente d’accordo, sarà che sono ancora accecata da loro, sarà che mi trovo d’accordo sul fatto che nessun gruppo potrà mai rifare quello che ha già fatto, come del resto neanche noi, restiamo quello che eravamo, io trovo che invece gli u2 siano rimasti abbastanza coerenti con quello che erano e riescano ancora ad emozionarmi (e non solo me, soprattutto dal vivo.) E io credo che anche il dire che gli U2 dopo Achtung Baby non hanno fatto + niente, significa davvero non averli ascoltati proprio…..!

      • Dunque io esprimerei giudizi senza cognizione di causa.
        M-m, non proprio il modo più elegante per presentarsi su un blog.
        Ti dirò, non soltanto li ho ascoltati e riascoltati, ma li ho anche studiati e suonati. La magia degli U2 nasce in gran parte dal chitarrismo sghembo di The Edge, e precisamente dal suo rimanere sul limite (Edge) dell’accordo senza suonarlo interamente, spizzando note con il bordo del plettro (Edge), quasi una per una, l’esatto opposto del chitarrista rock che, per disputarsi la scena con il cantante, tira giù note su note convinto di impressionare, come certi fanno con i puntini di sospensione. Fra Bono e The Edge c’era invece una distanza evocativa (ma anche un contrasto chiaro-scuro, caldo-freddo) che dava alle canzoni degli U2 una profondità prospettica sorprendente. I soliti due accordi suonavano come mai sentiti prima. Da anni invece questi accordi sembrano subito quelli che usano tutti gli altri, piatti e bidimensionali. La mancanza di idee viene coperta con suoni non necessari, già pensati solo per far tremare gli stadi, la voce di Bono si gonfia di enfasi per stare al passo e dalla magia siamo passati, ahimè, ai trucchi del prestigiatore.

      • Ok, allora, ricominciamo, per prima cosa non volevo essere nè inelegante, nè offensiva, questo blog è tuo, quindi ci mancherebbe.,…
        E’ che a prima vista il commento mi ricordava tanti altri già letti, in cui categoricamente si dice che gli u2 sono finiti dopo Achtung, o addirittura dopo The Joshua Tree.
        Io non penso che se veramente si sono ascoltati con attenzione, si possano completamente bocciare tutte le canzoni dei nuovi album, anche se non si è accecati (come me!).
        Ne cito alcune:

        da NLOTH:
        Unknown Caller
        Moment of Surrender
        Breathe

        da HTDAAB:
        One Step Closer
        Original Of The Species
        Yahweh
        Sometimes You Can’t Make it On Your Own

        da ATYCLB:
        Walk on
        Kite

        da POP:
        If You Wear That Velvet Dress
        Wake Up Dead Man

        Forse non avranno la stessa spontaneità dei primi lavori, ma per me sono ancora magiche…..

  3. Un filo di nostalgia c’è. Inutile negarlo. Il tempo passa e ogni tanto si ha la annichilente sensazione di perdere tutto. Tuttavia è come se vedessi negli U2, che per me sono stati un punto di riferimento, il vecchio trombone che non voglio (e ho paura di) diventare. E con molti meno soldi, per giunta.
    Per spiegarmi: anche Springsteen ha fatto dischi inutili, canzoni stanche e ripetitive. Eppure ha sempre dato l’impressione di essere in cerca di qualcosa. Talvolta ci ha spiazzato, come chiudendosi in cucina a registrare “Nebraska” dopo aver riempito gli stadi. Non è andato a concionare in giro, s’è riletto Steinbeck e ha raccontato, in anticipo, la grande depressione che ci aspettava. Si è speso sia per i democratici quando perdevano sia per Obama, ma senza mai andare a trattare con loro il programma politico come un opinion leader (che poi però, quando c’è da amministrare e fare scelte impopolari, se ne torna in tour). E ancora oggi, dal vivo, nessuno regge il confronto con lui. Con la sua energia, ma anche con la sua autoironia.
    Ecco, Springsteen è come vorrei invecchiare. Anzi, assomiglia a non invecchiare per niente. Almeno con la testa e con il cuore.

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