September (b)rain

Da Boomart: Sor Giacomo uno e quattrino in Sgt. Pepper’s style. Di Francesca Pasquinucci.

Ieri. Il contesto è il Boomart, un fine settimana di incontri, musica e mostre organizzato da un gruppo di giovani vivaci, in una Versilia culturalmente piuttosto affannata. Lo scenario è il nuovo Teatro Puccini di Torre del Lago, una cosa che è stata per le casse del Festival Pucciniano più o meno quello che i castelli di Ludwig II furono per le casse della ricca Baviera: l’orlo del default. Il principe picchiatello si intignò di rifare Versailles e, soggiogato da Wagner, finì invece per ispirare Walt Disney. Oggi molti turisti riconoscono in Neuschwanstein il castello della Bella Addormentata e, se non altro post mortem, Ludwig contribuisce positivamente al bilancio del Land che rischiò di mandare in bancarotta.

Sarà la domenica piovosa, ma il Teatro da fuori sembra l’incrocio fra il centro smistamento dell’Ikea e una di quelle torbiere che fecero scappare Puccini dal lago di Massaciuccoli. Dentro è un po’ meglio, diciamo che non fa rimpiangere l’area duty-free di un medio aeroporto europeo.

Vado ad ascoltare l’incontro con Paola Turci. Lei è simpatica, ha ironia. Cita i Clash, Patti Smith, Battiato, De André. Strappa applausi e qualche risata.

Poi arriva una domanda. Mmm, una domanda di quelle. Riassumo: come si fa a smettere di pensare e a sentire, perché nella musica è importante sentire invece che pensare? La cantante si barcamena in una risposta di certo, vedi, in quanto, però, le emozioni, ecco, sì.

E no. Allora è inutile citare i Clash o De André. E diglielo: se London Calling ci emoziona ancora adesso è perché dentro c’è il progetto di mappatura sonora di una intera metropoli, un’ipotesi musicale che, quasi come una teoria scientifica, ha trovato conferme nei trent’anni successivi. E diglielo: la grandezza di De André era proprio il limare ogni verso, il soppesare ogni parola, cesellare le poche righe, quelle giuste, in mesi di dubbi e riflessione. Non glielo dice.

Me ne vengo via e mi domando cosa ci sarà di tanto scandaloso e sconveniente nel pensare. Che poi, se il problema è sentire, be’ un’oloturia o una kenzia sono a loro modo organismi senzienti. Se invece parliamo di pensiero, anche il nostro amico scimpanzé non può essere definito un ebete, ma trova in un libro per bambini più o meno le stesse insormontabili difficoltà interpretative che io trovo in Finnegan’s Wake.

E andiamo, ma che è tutta questa svenevole puzza al naso per il pensiero? Tutta questa retorica a buon mercato del sentire è davvero stucchevole, se poi la tanto decantata emozione è quella che arriva dopo i consigli dalla regia. Ma perché poi per sentire o per emozionarsi uno dovrebbe smettere di pensare fino a non ricordarsi più come si fa? Fatevi spiegare Hegel da uno bravo, provate ad afferrare per un attimo il succo della teoria della relatività, e poi ditemi se non si sentono i brividi.

Quando andate in deliquio per Debussy o Jimi Hendrix, ricordatevi che quei suoni sono frutto di leggi fisiche e di rapporti matematici. Ed è il vostro cervello che li decodifica con il giusto grado di raffinatezza, mentre quello dello scimpanzè no.

Sguazzare nel primitivismo pseudo-romantico vuol dire essere già vecchi. Peggio, vuol dire essere fottuti.

A suon di ascoltare cantanti che parlano al nostro cuore, abbiamo votato politici che parlano alla nostra pancia e siamo finiti ad adorare comici che parlano del tratto terminale dell’intestino più di un gastroenterologo.

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