È possibile farsi giustizia letteraria da soli?

L’altro giorno ho letto su Minima & Moralia una dettagliata analisi testuale di Christian Raimo dedicata alll’ultimo libro di Walter Veltroni. Inizia così:

Cominciamo col dire subito che il libro di Veltroni è un’opera che se non avesse quel nome in copertina non sarebbe pubblicata da nessun editore di livello, forse nemmeno da un editore tout-court.

E non è che prosegua meglio. È puntualissima e impietosa pur rivelandosi alla fine, con un bel colpo di scena, non priva di un certo affetto.

È un’analisi oggettiva. La sua oggettività è estranea al gusto personale perché è ben salda nella realtà di fatto. Raimo mette in fila le ragioni per cui L’isola delle Rose inviata da Gianfrancesco Pifferotti di Deiva Marina verrebbe – nel caso improbabilissimo che venisse letta – cestinata dopo tre pagine senza neppure una cortese lettera di rifiuto.
Sono tic di scrittura, velleità da principiante, inconsapevolezze e continue sbavature di stile che qualche mese fa una mia cara amica, editor presso una prestigiosa e nota collana, illustrò senza sconti agli attoniti partecipanti di un mio laboratorio di scrittura.

Ma io volevo che facessero i conti con la dura realtà. Oggi, sfogliando il libro di Walter Veltroni, quei partecipanti potrebbero a buon diritto chiedermi spiegazioni. E io dovrei – anzi devo, qui, nel caso ogni tanto passino da questo blog – spiegare che per chi non si chiama Walter Veltroni o Luciano Ligabue l’asticella della qualità sta molto più in alto (e sempre che ti venga concesso il privilegio di un salto di prova).

Questa spiegazione, oltre a giustificare posizioni di grillismo letterario, ha un impatto devastante sulla voglia di migliorarsi di chi scrive aspirando a pubblicare. Spinge al vittimismo acre che gonfia a dismisura i cataloghi di editori a pagamento o gli scaffali virtuali o meno del self-publishing. Ma la prima soluzione è un vicolo cieco, la seconda un sentiero tortuoso e solitario. Ed entrambi assomigliano molto a un farsi giustizia letteraria da soli, al qualunquismo individualista di chi d’altronde ha visto saltare anche le regole di convivenza più basilari.

Perché di regole, in primo luogo, scrive Christian Raimo. Di logica lineare della trama, di identità del narratore, di significato delle parole, di un uso delle virgole che qualsiasi professore di scuola media cerca di raddrizzare con qualche frego rosso.

Di qualcosa di così oggettivo da non poter non essere condiviso, nel senso più nobile del termine, come patrimonio comune di regole sottratto all’arbitrio camuffato da gusto soggettivo. L’arbitrio in realtà ha demolito l’esercizio del gusto da parte del lettore e ne ha asfaltato le papille letterarie: la scrittura dei libri da classifica non è mai stata così sovieticamente uniforme, così ripetitiva, così grigia e senza sfumature (!) come da quando l’editoria ha spalancato le porte all’arbitrio debordante di famosi e famosetti.
Tiriamo le somme. L’articolo di Raimo mostra limpidamente che fra uno scrittore e Walter Veltroni corre la stessa differenza che c’è fra Roberto Bolle e il sottoscritto che zompa in calzamaglia su un palcoscenico.

Detto questo, induce anche a qualche riflessione ulteriore.

La prima: per molti questa differenza abissale non è più evidente e non istiga a lanciare ortaggi mal conservati sul sopracitato palco.

La seconda: pur percependo la differenza, molti altri considerano normale la pubblicazione di un libro come evento autocelebrativo anche quando si presenta con le impegnative insegne del romanzo. E il suo acquisto, più che la sua lettura, un dazio abituale alla fama o al potere.

La terza: fra coloro che invece esercitano la scrittura con consapevolezza e rigore, come attività prevalente e non da dopolavoristi di lusso, be’, forse non ci sono tutti questi Roberto Bolle.

P.S.: segnalo anche la recensione di Edoardo Nesi apparsa su “La Repubblica”. È interessante. Lo scrittore Premio Strega 2011, dopo aver attribuito a Veltroni un uso magistrale degli stilemi della commedia, si precipita in realtà per il resto dell’articolo a parlare d’altro.

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