Impressioni (dei lettori) di settembre

Settembre è il mese giusto per i primi bilanci. Ha il mood giusto, limpido e quieto. Come questo pezzo, che potete avviare perché vi accompagni nella lettura.

 

 

Questo blog è stato e continuerà a essere in gran parte la storia di un romanzo che si è trasformato in un libro. Cioè di un evento interiore e immateriale, la narrazione, che trasmigra in un mondo fisico di carta, colla, pallets, camion, bolle di consegna, scaffali, registratori di cassa, Ipad, comodini. Un lungo viaggio nel contingente e nel particolare per arrivare a trasformarsi di nuovo in qualcosa di interiore e di immateriale in chi lo legge. Qualcosa però di diverso, superiore e finalmente completo solo grazie all’esperienza mentale del lettore che lo accoglie. Potrei a questo punto infliggervi un pippone su quanto sia fottutamente, oh sì, solennemente hegeliano tutto questo. Ma non lo farò, perché nessuno al mondo può esser sicuro di aver davvero capito Hegel.

In questi tre mesi ho incontrato molti lettori, ho ricevuto i loro messaggi, ho ascoltato le loro impressioni. E ho toccato con mano quanto la storia di Elisa e di Furio, di Caterina e di Laura li abbia riguardati da vicino. Per quanto se ne possa essere convinti, su una storia si scommette sempre al buio. Non si può mai sapere quanti fra i nostri simili la sentiranno propria. Scoprirlo è il momento in cui ci si libera finalmente di tutta la solitudine che scrivere una storia è costato.

E anche un’altra cosa, ho capito: questa storia lascia spazio al lettore. Spazio per immaginare, fare delle ipotesi e giudicare con la propria testa. Questo romanzo non è un museo a percorso obbligato, ingombro di pezzi pregiati con didascalie che spiegano cosa è bello e cosa è giusto. La sua asciuttezza è lo spazio di libertà e di movimento del lettore.

Molti mi dicono di aver letto La notte alle mie spalle in pochi giorni o in poche ore. Alcuni aggiungono anche qualcosa tipo nonostante non sia un thriller o non ci sia da scoprire un assassino. Ebbene sì, si può fare. Quelli non sono gli unici modi per creare suspense. Perché accanirsi tutti quanti come dannati a consumarli all’inverosimile?

Mi viene anche da pensare che il giallo italiano, nato per rivitalizzare un panorama che relegava la trama a basso lavoro di carpenteria, abbia a sua volta sostituito l’invenzione di una vera trama con pochi meccanismi di innesco ormai ripetitivi. E che tanto l’incruenta ammazzatina quanto la delirante macelleria di un serial killer siano scorciatoie per velleità stilistiche, non sempre ben riposte, o digressioni pseudo-colte – perché in ognuno di noi c’è un Umberto Eco e o un Vazquez Montalbàn che il mondo si ostina ad ignorare, ecco.

Più d’una volta ho percepito dai lettori qualcosa che si avvicinava persino allo stupore per aver provato emozioni, magari contrastanti. Come se rimanere turbati fosse un sapore conosciuto ma dimenticato. Come se la regola ferrea dell’intrattenimento preveda ormai una sola modalità di lettura: in souplesse, cinque paginette ogni sera, giusto per scivolare nel sonno.

Non so voi, ma io ho commesso l’errore di leggere La casa sull’abisso di Hodgson una notte che non c’era nessun altro con me e non ho mai dormito. Io non sono freddoloso, ma nelle miniere di Moria ero annichilito dai brividi e saprò riconoscere il suono dei tamburi degli orchi di Mordor se un giorno ne dovessi sentire il suono. Il mio naso ha conosciuto nuovi odori leggendo Il Profumo e se mentre divoravo It un bimbo avesse dimenticato un palloncino arancione legato al mio cancello, starei ancora correndo per la fifa.

Da lettore ho vissuto esperienze fantastiche, molto più che 3D.

Da scrittore non ritengo di dover fare di meno per chi mi legge.

Anche se può apparire presunzione, giuro, è soltanto onestà.

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