Scivolate

Se il racconto letterario non fa presa sul calcio, in editoria si entra sempre più volentieri a piedi uniti

Venerdì prossimo sarò alla Libreria Coop di Lame, a Bologna, con Carlo D’Amicis, Matteo Salimbeni, Vanni Santoni e Roberto Barbolini a parlare di questo libro dedicato al campionato di calcio 2011/2012. Nell’invito si accenna a “recuperare la bellezza, la magia, l’universalità del gioco del calcio”.

Nell’epoca in cui nessun altro sport è così commentato e documentato in tempo reale, da venti angolature differenti e in alta definizione, è operazione piuttosto ambiziosa. Presuppone infatti che il punto di vista di uno scrittore abbia un valore aggiunto. Significa anche riportare il calcio in un universo di parole dove per “andare nello spazio” servono una navicella, una rampa di lancio e l’indispensabile collaborazione della NASA.

Mettendo insieme alcune cose da dire per l’occasione, ho sbattuto dolorosamente la capoccia sulla dura realtà. Non solo il calcio odierno sembra essersi immunizzato a qualunque dimensione letteraria, ma è stato casomai lo stadio a colonizzare culturalmente l’ambiente letterario. E non sto parlando delle biografie pallonare. Quelle sono sempre esistite, esisteranno sempre e, se la devo dire tutta, preferisco di gran lunga la biografia di Ibra ai contributi di Alba Parietti e Giuliano Sangiorgi all’evoluzione del romanzo italiano del ventunesimo secolo.

Anche agli ultras talvolta servirebbe un editor.

Mi riferisco a quello che è successo, per esempio, dopo l’ultimo Premio Strega. Rivediamo insieme gli highlights: vince Piperno, esultanza da stadio. Trevi sconfitto di due voti critica il meccanismo del Premio e l’influenza delle grandi case editrici. Il suo editor Vincenzo Ostuni definisce “modestissimo” il libro di Piperno e su Facebook dà dello “scribacchino” e “mestierante” a un altro finalista, Gianrico Carofiglio. Di questi giorni è la notizia che il magistrato e senatore PD ha citato in giudizio Ostuni per quelle affermazioni.

Rivalità, invidie, polemiche e rancori che sfiorano l’astio. Okay, siamo umani, e lo erano anche miti come Calvino e Pasolini. Niente di scandaloso e di nuovo, se non fosse appunto per alcuni paradigmi ricorrenti che ricalcano l’irragionevolezza del tifoso e la virulenza delle “dichiarazioni a caldo”.

Paradigma 1 , o dell’eterna questione dei millimetri

Lo sconfitto di misura, Trevi, se la prende con l’arbitro o con il sistema influenzato dal potere delle “grandi”. Peccato che per dimostrare il suo fiero disprezzo verso i padroni delle ferriere abbia pubblicato il suo precedente romanzo con Rizzoli e pubblichi il prossimo con Einaudi.

Paradigma 2, detto anche Bohemian Rhapsody in onore del suo massimo alfiere

L’allenatore della squadra sconfitta, in questo caso l’editor Ostuni, riprende il tormentone di Zdenek Zeman. Noi siamo il bel calcio, noi siamo i puri, noi siamo la letteratura vera, non vinciamo mai solo perché gli altri sono traffichini. Peccato che anche la partecipazione di un saggio romanzato come Qualcosa di scritto di Trevi potesse essere opinabile, nella finale di un premio che parla espressamente di “narrativa”. Anche Zeman invoca la squalifica per Conte ma tace quando Totti sfugge a un’espulsione sacrosanta: le regole valgono per tutti, ma per gli altri un po’ di più.

Paradigma 3, o dello special one

Che si vinca o che si perda, le questioni di stile sono antiquariato per smidollati. I colleghi scrittori o allenatori si punzecchiano, si criticano, si provocano. Entrando nel merito delle loro capacità, senza risparmiare chi non c’è più come ha fatto Bret Easton Ellis con David Foster Wallace, tanto per guardare anche oltre i confini patrii. Essere modesti e pacati significa apparire mediocri. Non serve dire qualcosa di sensato, meglio proferire una fragorosa puttanata. Le puttanate in genere suonano molto tranchant, sono facili da trascrivere al volo ed è quello che i giornalisti vogliono per i titoli di domani. E dopodomani, per la loro stessa insulsa natura, nessuno se le ricorderà più.

Paradigma 4, o dello stile a strisce

Chi sta negli attici delle classifiche corre sempre il rischio di risultare antipatico. In questo senso la Juve in serie B era una grande occasione per un restyling del brand e del suo appeal (dialetto Lapo-Elkaniano). Una ghiotta chance gettata in pasto ai maiali dalla insopportabile menata dei “trenta scudetti sul campo”. Nonostante un fresco scudetto, la Juve ha infatti deciso di ribaltare il tavolo e andarsi a prendersi la ragione di quattro anni fa dovunque, anche sul pianeta Vogon, anche infrangendo la famosa clausola compromissoria che obbliga i tesserati a non impugnare le sentenze sportive davanti ai tribunali civili (semplifico: ve lo immaginate il caos se per ogni cartellino rosso si potesse ricorrere in ultima istanza al giudice di pace?).

Gianrico Carofiglio ha fatto qualcosa di simile. Arrivato terzo allo Strega a dispetto di una costante frequentazione nella zona Champions delle classifiche di vendita, ha citato in giudizio l’editor di Trevi per dichiarazioni che stanno a metà fra uno striscione da curva e un maldestro calcetto di reazione. Perché mentre il termine “scribacchino” è oggettivamente dispregiativo, all’epiteto di “mestierante”, ne sono certo, si può sopravvivere senza conseguenze significative.

Sarà sicuramente colpa mia, ma stento a capire il merito della questione. Se uno scrittore vende bene nessuno può dire che scrive male o che è solo un abile confezionatore di frasi? Qual è il danno che un top writer come Carofiglio avrebbe patito da tali esternazioni? Una volta creato il precedente, quante cause potrebbero intentare Moccia e Volo? Quali recensioni saranno ammesse come prove in dibattimento? E il giudice nominerà un collegio di periti con Giulio Ferroni, Tullio De Mauro e Pietro Citati per analizzare similitudini, prolessi e polisindeti? La conseguenza del tutto assurda, insomma, è che si finisca in tribunale per ottenere un attestato in carta bollata di qualità letteraria. Un compito assai aleatorio e che, visti i tempi, preferirei risparmiare alla giustizia italiana.

Non è solo una questione di stile e non si tratta solo di suscettibilità soggettive. È quest’atmosfera da stadio a farsi pesante, acida e opaca per i troppi fumogeni e i tamburi minacciosi. È di pochi mesi fa la notizia che Roberto Saviano ha richiesto fior di quattrini di danni a Il Corriere del Mezzogiorno per aver obiettato su un episodio della vita di Croce da lui raccontato in tv. Comincia poi a serpeggiare anche in rete l’idea che una cattiva recensione di un libro provochi un danno alle vendite e che un editore abbia in qualche modo il diritto di tutelarsi (magari solo preventivamente, mandando il libro a estimatori sicuri).

È una strada folle e senza ritorno. A quando, mi chiedo, la richiesta di incalcolabili “danni da omissione” per le recensioni che giornalisti e blogger non scrivono sulla maggior parte dei libri pubblicati in Italia? Un giorno si dovrà rendere conto non solo di quello che si scrive, ma anche di ciò che non si è scritto?

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5 pensieri su “Scivolate

  1. Il punto centrale, riguardo a Trevi e Carofiglio, è lo stato attuale della critica letteraria in Italia; a fronte di un passato remoto glorioso e di un passato prossimo decente, il presente è fatto per lo più di recensioni entusiastiche, di giudizi amichevoli e mai circostanziati, in qualche sporadico caso di bocciature prive di motivazioni e mordente. Ci sono molti scribacchini sopravvalutati, è vero, ma anche una pletora di sedicenti critici. Per questo leggere le critiche letterarie di Raimo è una boccata d’ossigeno, peccato che sia uno dei pochi che hanno ancora voglia di andare oltre il ‘mi piace’ mutuato da Facebook. Sul tifo calcistico riguardo agli scrittori ci sarebbe ancora e moltissimo da dire, intanto suggerisco uno sportivo che scrive davvero bene, tanto da farmi supporre l’aiuto di uno del mestiere, ‘Open’ di Andre Agassi è ben più della classica biografia del campione in pensione.
    Ah, Parietti, Veltroni e Ligabue fan gridare vendetta, ma tant’è…

  2. Sul punto 3 vorrei ricordare anche come il succitato Ellis abbia gioito della morte di J.D. Salinger a poche ore dal decesso. Purtroppo i suoi romanzi mi piacciono e anche molto, ma quasi mi dispiace perché lui resta un tossico viziato che spara giudizi a destra e sinistra, spesso senza senno alcuno. E’ il re del vuoto pneumatico.

    E poi… ma da quando chi partecipa deve vincere per forza? E chi lo stabilisce che il suo è il libro più bello? Indipendentemente dai giudizi sul film di Bellocchio (che io ho amato moltissimo) mi ha dato molto fastidio che una persona intelligente come lui abbia commentato la ‘non vittoria’ dicendo che non parteciperà più a festival. Non è questa la reazione che mi aspetto da chi stimo.

    P.S. E comunque questo è un gran post!

  3. Sia le esternazioni di Ostuni che le reazioni di Carofiglio sono trovate degli uffici stampa per fare un po’ di rumore, iniziative che come si vede funzionano.

  4. Nessun dubbio che gli uffici stampa abbiano il loro peso in queste vicende. Stanno lì apposta, in fondo. Ma questo aggrava il quadro. Sbracare completamente o querelare per lesa maestà non rappresentano più iniziative da cui gli uffici stampa dissuadono. Non sono ritenute ridicole e controproducenti. Anzi, vengono percepite come dimostrazioni di combattività, ostentazioni di sicurezza e di coraggio.

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