I libri degli altri

Ci sono libri che mi hanno fatto dire: “io voglio fare questa cosa qui”. Non sapevo se chiamarla arte, mestiere o professione. Era ed è, comunque, narrare.

Alcuni di quei libri sono nello scaffale qui sopra. Un po’ alla rinfusa, come tutte le cose che si tengono a portata di mano per usarle spesso.

E quindi, from left to right:

L’incontro fra il noir e la fantascienza di Blade Runner non sarebbe stato possibile senza le pecore elettriche di Philip Dick. Uno che ha scritto davvero il futuro, anche quello di Hollywood, visti i Total Recall, Strange Days, Minority Report, Inception che ha – più o meno direttamente – ispirato.

Eraldo Baldini è l’unico autore italiano ad avere una sensibilità tutta nostra, tutta italiana dell’horror. Leggete Mal’aria e smetterete di avvicinarvi troppo anche al più piccolo fosso irriguo.

La panne è l’architrave stessa del pensiero noir: nessuno è mai davvero innocente.

Mucho Mojo è l’avventura di Hap e Leonard più sporca e cupa. Sono contento di averlo comprato nella prima edizione, di possederlo autografato e di aver intervistato Joe Lansdale un paio di volte qui in Italia. È uno che non tromboneggia e non se la tira per niente.

E poi: non dovrebbe essere permesso a nessuno, e intendo proprio nessuno, di usare il termine noir senza aver letto Jean-Patrick Manchette. Asciutto, feroce e malinconico.

Perché le parole sono preziose, e leggendo Vento largo Francesco Biamonti si capisce che per renderle inestimabili serve semplicemente non buttarle.

Il rappresentante di Joseph O’ Connor non è un libro perfetto. Ma le pagine del concerto dublinese dei Beatles valgono da sole il biglietto. Nel senso che è come esserci stati.

Su Simenon cosa può essere rimasto da dire? Poco. E de Il Borgomastro di Furnes ho parlato già abbondantemente qui.

37,2° le matin di Djian mi ha iniziato alla scrittura noir pur non essendo affatto un polar. È una grande storia d’amore, un’elegia della beat generation scritta al sole del Midi con l’asciuttezza del miglior Simenon.

Neppure Guernica di Lucarelli è un romanzo perfetto. La sua prima versione era a tutti gli effetti incompiuta. Ma possiede uno stile realistico e visionario sorprendente.

Ne La fabbrica degli orrori invece, Iain Banks non sbaglia nulla. Un padre, un figlio, un’isola della Scozia, il candore crudele della prima adolescenza e un grande colpo di scena finale. Gotico e perturbante ma senza cistifellee scagliate contro il muro.

Anche di David Peace ho già parlato. Dovendo sintetizzare, David Peace riassume tutto quello che manca oggi al panorama del giallo italiano.

C’è una seconda O’Connor nello scaffale. Si chiama Flannery e sulla scrittura non le mandava certo a dire. Leggete Nel territorio del diavolo e fatevi trattare un po’ male da lei, un giorno vi sarà utile.

Se non sapete cos’è “la morte del mio gattino” o “la canzone delle undici”, David Mamet ve lo spiegherà. Dato che è, fra l’altro, lo sceneggiatore de Il verdetto e Gli intoccabili, potete pure fidarvi.

E alla fine della fila, esso, il pronome neutro, indefinito e ubiquo. Il mostro senza nome, proteiforme e invisibile. Quasi mille pagine e un milione di parole per raccontare, affrontare e sconfiggere ciò che non ha nome, ma che in definitiva è dover abbandonare per sempre l’infanzia. Una storia potente sulla potenza stessa del narrare.

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