Nostalgia del buio

Mai stato un fanatico di Halloween. Ma qualche anno fa andai in Garfagnana ad ascoltare i racconti degli anziani conservati e digitalizzati nell’archivio comunale di Piazza al Serchio. Ascoltando quelle voci capii perfettamente come mai da quelle parti Ognissanti ha un fascino così profondo. Anche perché mentre ascoltavo arrivò un temporale terrificante e saltò la corrente. Questo è quanto scrissi al ritorno (è un po’ lungo, vi avverto):

Sciamani del buio

C’è una cosa, fra le tante, che segna un confine preciso fra la civiltà contadina e l’avvento della modernità e dell’urbanizzazione.

E’ il buio che oggi noi possiamo rischiarare in qualsiasi momento con un accendino o con il display del cellulare. Davanti a una foto satellitare notturna o su un aereo dopo il tramonto ci rendiamo conto come nella nostra vita il buio, quello vero, sia pressoché scomparso.

Assieme al buio vero, dal cielo sono scomparse moltissime stelle, le meno luminose. E sono poi sparite anche tutte le creature che in quel buio primordiale abitavano.

Il Ponte del Diavolo di Borgo a Mozzano. Fonte: Luxgallery.

In Garfagnana, quando il buio avanzava come una tenaglia dai crinali degli Appennini e dai giganteschi contrafforti delle Apuane, c’era chi giurava di vedere interminabili processioni di lumi fiochi salire in silenzio lungo i crinali. Altri parlavano di veri e propri tizzoni ardenti che volavano nella notte a velocità impressionante.

Qualche anziano della Garfagnana raccontava che, durante le veglie ai metati, si sentiva picchiare forte ai muri e alle finestre. La mattina dopo si trovavano segni neri, come impronte di mani infuocate e allora si diceva che erano passati loro. Loro chi? Gli Streghi.

Qualcuno anche raccontare di avere incrociato gli Streghi anche da vicino, attardandosi per strada dopo la campana dell’ordinotte (l’ora della notte). Ma anche in questo caso, i loro volti rimanevano nell’ombra, si intuivano solo delle possenti figure appena accennate dalle luci fioche. Una diffusa credenza raccomandava di tirare dritto, alla svelta, facendo finta di niente. O tutt’al più di dire solo queste parole: passo, buona gente. Non si doveva, mai e per nessuna ragione, accettare uno dei loro lumi per rischiararsi la via. Alle prime luci dell’alba, si sarebbe trasformato in un osso di morto.

Meno che mai si doveva seguirli nei loro cortei verso le radure dominate da grandi alberi secolari. Si correva il rischio di scomparire, di morire o di diventare pazzi. E perché? Perché se c’è una cosa che sappiamo degli Streghi e delle loro oscure cerimonie, è che avevano a che fare con i morti e con l’aldilà. E conoscere, o anche solo sfiorare, i misteri della morte è un’esperienza da cui un essere vivente può non tornare mai più indietro.

Per trovare oggi tracce degli Streghi bisogna risalire il corso del Serchio fino oltre Castelnuovo, dove la Toscana si incunea fra la propaggine meridionale della Liguria e la punta occidentale dell’Emilia. Per sentire parlare di loro, si può accedere a un archivio audio del comune di Piazza al Serchio, dove sono custodite gelosamente le voci di quegli anziani (quasi tutti scomparsi, oramai) che ricordavano gli Streghi e hanno bene impresse nella memoria le storie che si raccontavano su di loro.

Nella propaggine settentrionale della valle del Serchio bastava un albero secolare, in genere un noce, per ispirare storie tenebrose. Non è chiaro da cosa dipenda questa credenza. Magari solo dal fatto che l’albero del noce tende a crescere isolato, facendo il vuoto attorno, e che le sue foglie per alcuni animali sono in effetti tossiche.

Può succedere di passare sotto una grande quercia e di udire il richiamo di una civetta. Dopo il tramonto, non è certo un avvenimento straordinario. Ma se questi richiami sono insistiti, o se le civette sui rami sono decine, allora su quell’albero è in corso un convegno di streghi che si sono trasformati in uccelli notturni. Più straordinario, e più inquietante, sarebbe notare che le fronde di un albero si muovono o tremano senza che soffi un alito di vento. In quel caso, gli streghi non sono sull’albero, ma sono tutt’uno con l’albero. Forse siamo in presenza di un’eco lontanissima, che ci arriva dal tempo in cui le popolazioni germaniche del centro Europa veneravano gli alberi come vere e proprie divinità. E in più l’albero, con le radici nella terra e i rami verso il cielo, è una creatura-ponte fra la nostra realtà e il regno dei morti, in cui gli streghi erano gli unici a potersi avventurare.

In tantissimi racconti della Garfagnana, il protagonista che si trova a passare sotto un albero stregato conficca uno stiletto nel tronco. Il potere del metallo contro gli spiriti si unisce alla forma del pugnale, che ricorda la croce di Cristo. In questo modo, gli streghi rimangono imprigionati sulla pianta e all’alba non potranno tornare nelle loro case, anzi nei loro corpi.

Perché di giorno gli Streghi erano uomini o donne come tutti gli altri. O quasi.

C’erano modi per capire se, per esempio, nostra moglie fosse uno Strego o meno (il termine in Garfagnana è invariabile, attenzione). Poteva capitarci di entrare in camera sua di notte e trovarla esanime, sprofondata in un sonno da cui non si riusciva a risvegliarla. In quel caso, c’era poco da fare: prima dell’alba, l’anima (sottoforma di moscone, di topo o anche di ranocchio) sarebbe sgattaiolata nella camera per rientrare nel corpo abbandonato. L’importante era non spostarlo o non metterlo a pancia sotto, per esempio.

Un’altra maniera per scoprire uno Strego, in maniera indiretta, ci arriva da alcuni racconti che hanno più o meno lo stesso schema. C’è qualcuno che viene infastidito da un gatto particolarmente nervoso, dal richiamo ossessivo di una civetta e alla fine, snervato, spara o lancia qualcosa contro l’animale. In genere non lo accoppa, ma lo ferisce in maniera seria e visibile: ad esempio gli taglia una zampa, o lo rende cieco da un occhio. Dopo qualche giorno, guarda caso, uno del paese presenta la stessa ferita. È chiaro che quello è uno Strego, trasformatosi di notte nell’animale ferito. La scoperta, in genere, non viene sbandierata ai quattro venti. Non è come aver smascherato una donna malefica da additare a tutto il paese. In Garfagnana intorno agli Streghi c’è sempre stato un alone di timore, di diffidenza ma anche di rispetto.

Vecchie tradizioni di Lucchesia raccontano ancora che ai bambini nati intorno al giorno di San Giovanni (cioè fra il 24 e il 26 giugno) si metteva la cera nelle orecchie. Si credeva che così non sentissero i richiami degli Streghi a diventare come loro. Perché chi nasceva in certi giorni aveva una predisposizione a diventare strego come l’avevano, per esempio, i “nati con la camicia”. Oggi crediamo che sia un modo di dire per indicare quel nostro amico che ha vinto all’Enalotto o che ha venduto le azioni Parmalat dieci anni fa. E’ una grossolana semplificazione, ma non del tutto campata in aria. Innanzitutto, la ‘camicia’ è la sacca amniotica in cui alcuni neonati escono completamente avvolti. Veniva preso come un segno beneaugurante, forse perché rappresentava la protezione materna che prosegue anche all’esterno del grembo. In molte parti d’Italia veniva conservato e tenuto da parte, come un amuleto.

Proteggersi dalle disgrazie o avere fortuna significa quasi sempre sapere o sentire in anticipo. E se c’è una dimensione in cui il tempo si confonde, è proprio quella notturna e ultraterrena. Per viaggiare in quel regno, lo Strego abbandonava il suo corpo umano (infatti si trasformava in animale) in un sonno profondo come la morte. Nelle processioni notturne incontrava delle persone morte che gli parlavano e gli apparivano come se fossero vive. Avendo accesso a questa dimensione, gli Streghi potevano conoscere cose che a tutti gli altri, i “normali” erano precluse. Ancora oggi sopravvive, in tutta la provincia, l’uso di dare dello “strego” a chi prevede una cosa in maniera non del tutto chiara e spiegabile.

Grazie a Carlo Ginzburg sappiamo che in Friuli, nel XVI secolo, finirono sotto le poco gradevoli attenzioni dell’Inquisizione alcuni contadini che definivano se stessi “benandanti”. E che raccontarono esperienze simili a quelle degli Streghi. Solo in una parte, i loro racconti erano diversi e più espliciti. I benandanti sostenevano di essere una congrega segreta, con tanto di capitano, che ingaggiava fantasmagoriche battaglie notturne contro streghe e diavoli almeno quattro volte all’anno. Combattevano per difendere il raccolto, la vendemmia o il bestiame da carestie, epidemie o disastri atmosferici. Ma non sempre vincevano.

Seguendo similitudini come questa, gli Streghi ci possono far compiere un volo che ci porta molto lontano nello spazio e nel tempo. Dal Friuli all’Europa centrale delle popolazioni germaniche fino addirittura alla Siberia, dove lo sciamano aveva bisogno di ossa e di pelli di animali per compiere il viaggio nel regno dei morti.

Queste suggestioni ci portano lontano dalle valli della Garfagnana, ma difficilmente illuminano la risposta che più ci premerebbe: qual era lo scopo dei loro convegni notturni?

Questa domanda, purtroppo, sprofonda nel buio primitivo di cui accennavamo all’inizio. Sono due le certezze che stringiamo alla fine di questa nostra indagine nella Garfagnana notturna. La prima è che, qualunque cosa fossero, gli Streghi erano una presenza reale per la comunità. La seconda è che oggi non esistono più. Il perché ce lo spiegano, senza dubbi ed esitazioni, le voci di quegli anziani: gli Streghi, secondo loro, sono spariti da quando c’è la luce elettrica. Più chiaro di così.

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