Eppur si scrive

Antonio Prudenzano ha intervistato per Affaritaliani.it alcuni scrittori riguardo alla fatica e al (non) piacere di scrivere.

Mi pare che nel pezzo siano accostate cose molto diverse, forse troppo.

Il timore di fallire di un Paolo Giordano, per esempio. Sembra essere tutto calamitato dai numeri primi, grandi nonché irripetibili, del suo esordio. Dalle sue parole non emerge chiaramente cosa intenda per fallimento: scrivere un libro di cui non è soddisfatto o scrivere un libro che non piaccia a tantissimi lettori come il precedente? Comunque la pensi, chiunque nella sua condizione proverebbe insicurezza e angoscia. Ma tutto questo mi ricorda quelle telecamere che indugiano sulla tensione dell’atleta prima del salto o del concorrente di X Factor prima dell’esibizione. Cinque anni fa ci veniva ripetuto ossessivamente che Paolo Giordano aveva solo ventisei anni, quasi che ciò rappresentasse il criterio principe di valutazione del testo. Non è che ora dobbiamo leggere Il corpo umano ricordando l’intollerabile pressione psicologica sotto cui Giordano lo ha partorito mentre superava il crinale della trentina? No, perché già un paio di interviste sembrano modulare ‘sto ritornello, e allora voglio essere chiaro: non me ne pò frega’ de meno. La Shelley ha ultimato Frankenstein a ventuno anni, Edgar Wallace scriveva con l’assillo dei debiti di gioco. E non stavano lì a menarcela.

Altri, come Covacich, parlano invece della fatica della scrittura. È un’arrampicata, dice, mica una passeggiata nel parco. Parole sante. Lo spontaneismo ipocrita e cialtrone del “l’ho scritto per divertimento” o del “così come m’è venuto” rischia di fare più danni di quello armato. L’incoscienza può essere talvolta una virtù, l’inconsapevolezza mai.

Altri ancora, come Palandri, ricordano che la scrittura forte affonda spesso le radici nella “fatica di vivere”, cioè nel dolore, come un bellissimo albero che cresce solo sui campi insanguinati dalle battaglie. Anche in questo caso, poco da obiettare. Ma stiamo parlando di tutt’altra questione. L’ambiguo disagio di Giordano sembra legato al pubblicare, cioè a quello che succede dopo la scrittura, qua invece il dolore si colloca fuori e prima della scrittura. Il solo fatto di scrivere è la dimostrazione inconfutabile che, intanto, ne siamo usciti vivi. Con la scrittura inizia poi un viaggio di consapevolezza che può condurci a una liberazione, a una salvezza o a una rinascita. Chiamatela come preferite. Ma anche la necessità intima della scrittura ha i suoi rischi. Può distorcere la nostra prospettiva su cosa è importante per noi e cosa può esserlo per chi ci legge.

Di certo nelle parole di questi intervistati la voglia, l’entusiasmo, la febbre, la gioia della scrittura sembrano echi remoti, figure sfocate dalla lontananza. Lo scrittore ne esce come rattrappito nella sua – per molti aspetti inevitabile – solitudine. Il mondo esterno si proietta in questo spazio tutto individuale solo tramite ombre minacciose chiamate ansia da prestazione, pressioni, autocensura, diktat del mercato. Sono ombre che non mi sento di derubricare a paturnie o allucinazioni. La situazione è quella che è.

Eppur si scrive, però. Forse anche troppo, forse per vanità e per rivincita, spesso dimenticandosi che è bello, bellissimo.

Qual è la ragione? So come funziona per me, ma non ve lo dico. Cioè, non ve lo dico io, perché l’ha già scritto qualcun altro meglio di me. Lo posterò domani. Non ve lo perdete.

 

 

 

 

 

 

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