Insonne e felice per Obama. Ma perché?

C’era Springsteen, senza chitarra, affranto. C’era un giovane e distinto speaker con una cravatta turchina che annunciava “Mitt Romney è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America”. Poi ho aperto gli occhi. Nel buio la sveglia diceva le 4.48. Mi sono alzato, l’ora della verità su Ohio, Wisconsin e Florida era vicina e dopo quell’incubo non avrei più chiuso occhio. Mi sono fatto due ore e mezza fra Twitter, Huffington Post, CNN, Sky. Ho visto il tweet dei coniugi Obama sullo sfondo di un cielo pallido e nuvoloso, uno dei capolavori di comunicazione almeno di questo decennio.

Proprio di fronte al trionfo della politica-spettacolo, mi sono posto una domanda molto seria. Una domanda su cui mi piacerebbe diceste la vostra, nei commenti. Ma alla fine, mi sono chiesto, perché sono così contento che abbia vinto Barack Obama? Perché così la guerra all’Iran non ci sarà? Non ne sarei così sicuro. Durante il primo mandato di Obama petrolieri e agenzie di rating hanno per caso mostrato un apprezzabile dislivello dalla statura morale di Al Capone? Questo no, neanche per idea. E quante possibilità ho di sperimentare i benefici della sua riforma sanitaria? Ragionevolmente nessuna.

La verità è che io sono contento perché Obama è cool. Perché è elegante come Cary Grant ed è carismatico come Martin Luther King. Perché possiede ironia ed equilibrio, ha una retorica solida e lineare, pesa le parole, non fa gaffe. Sono contento perché ha vinto una persona che rappresenta su quel palco di Chicago qualità che ammiro. Obama è un tipo di persona a cui vorrei assomigliare.

La politica-spettacolo non ci infligge più conferenze programmatiche o laboriosi documenti. Esattamente come Hollywood, ci consegna personaggi in cui identificarci oppure quelli che i manuali di sceneggiatura chiamano “eroi aspirazionali”. Del resto Hollywood non ha fornito alla politica solo Ronald Reagan, ma visioni del mondo – spesso superbamente raccontate – più liberal o più conservatrici, incarnate da John Wayne o da Robert Redford, da Sylvester Stallone o da George Clooney. Tutto qua. Nell’immagine del politico che votiamo proiettiamo noi stessi. Perché i politici dell’era dello spettacolo non fanno che ripeterci io sono come voi oppure siate come me.

Il fatto che nessun politico italiano tenti neppure lontanamente di avvicinarsi alla coolness di Barack Obama non è un caso. Siamo la patria di Armani, di Mastroianni, di Renzo Piano, in fatto di eleganza e stile dovremmo saper dire la nostra, potremmo anche essere esigenti. Eppure in Italia le ragioni per cui a me piace Obama sono diventate carta straccia. La denigrazione triviale, la barzelletta scadente, il battibecco becero sono quello che i Berlusconi o i Grillo hanno attentamente individuato per rappresentare moltissimi elettori in Italia. L’ira e la rabbia, che da noi impestano ogni giorno i titoli di qualsiasi giornale, in America sono percepite dalla maggior parte degli elettori (di destra o di sinistra) come sintomi di debolezza non tollerabili in un leader. Romney ha pagato cari, con voti forse decisivi, scivoloni che una come la Fornero si concede quasi ogni giorno, permettendosi anche il lusso di fare l’offesa.

Rassegniamoci. I nostri politici ci rappresentano  sul serio a doppio filo: ci raffigurano sul palcoscenico del potere per ricevere da noi un mandato politico. Non li scegliamo certo sulla base di qualche paragrafetto di buone intenzioni per rilanciare l’economia, combattere la criminalità e non sprecare i soldi del contribuenti. Trovatemi un idiota che vada in giro ad augurarsi il contrario.

Chi ha votato, vota e voterà il rictus invelenito di Grillo, gli ombrelli di Borghezio, le canottiere di Bossi o le insensate camicie di Formigoni, i tamponamenti lessicali di Di Pietro, l’appeal condominiale di Bersani o il piglio da cocco della maestra di Renzi indica con precisione a chi sente di somigliare o chi desidera essere. Che non mi venga poi a dirsi deluso o tradito, se non da se stesso.

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