L’isola dei fantasmi perduti

Ho visto al Festival di Roma L’isola dell’angelo caduto. Non mi ha convinto. Ma non credo che il punto sia discutere le capacità registiche di Carlo Lucarelli. Credo che l’importante sia altro.

Prima però due considerazioni di contesto. 

Uno: sarebbe bene che i critici fossero sinceramente duri con tutti i film italiani come sono stati con questa pellicola. Il cinema del nostro Paese avrebbe sicuramente standard qualitativi più alti. Invece, di fronte a opere imbarazzanti di produttori più potenti, di autori rispettati o di chi è comunque dell’ambiente, i toni diventano subito più diplomatici, la stroncatura la si deve leggere in controluce.

Due: meglio sarebbe se ognuno facesse bene il proprio mestiere, specie se è complicato come lo scrittore. E se a maggior ragione se lo fai anche bene, come Carlo Lucarelli. Strano però che questa obiezione venga sollevata contro uno scrittore, ma mai quando è il brillante regista o l’ultimo dei canzonettari a ingolfare i banchi delle librerie con i propri palpiti esistenziali. Abbiamo grandi marchi editoriali ormai asserviti a regolamenti di conti personali contro oscure professoresse d’italiano che non avevano colto, fra una punteggiatura di brufoli, il genio della futura popstar. E nessuno sottolinea mai come il crollo delle vendite dei cd abbia dato il suo discreto contributo a far carne da porco della dicitura “romanzo”.

Detto questo, mi interessa di più qualcos’altro. I lettori si innamorano di un testo vedendoci anche cose che lo scrittore non aveva del tutto previsto. È una specie di bizzarro scherzo della prospettiva dovuto al particolare punto di vista dell’autore. Ma è anche il bello dei libri: a ogni lettore piacciono per motivi sempre nuovi e inaspettati. Un regista che adatta un libro per il cinema dovrebbe essere (nel migliore dei mondi) innanzitutto uno di questi lettori. Uno che il libro lo agguanta, lo squaderna e lo rigira senza soggezione, lo fa proprio e ne esalta alcuni aspetti, certe potenzialità che scorge dalla sua prospettiva sghemba, parziale e inedita. Hitchcock si è talvolta ispirato a racconti non indimenticabili e tutt’altro che famosi. Kubrick ha stravolto Shining e Ridley Scott in Blade Runner ha saputo partire per la sua tangente anche rispetto a un testo visionario come quello di Philip Dick.

Sarebbe sempre augurabile che a un certo punto uno scrittore rinunciasse alla patria potestà e accettasse che qualcun altro ami la propria creatura di un amore nuovo e diverso. È doloroso, ma le cose migliori sono sempre nate così. Se infatti, a rovescio, vi chiedete come mai film tratti da libri molto fortunati siano il più delle volte deludenti, la mia risposta gira sempre da quelle parti: un libro ha venduto bene, il film ne è stato solo una conseguenza inerziale e il regista scelto ne ha avuto soggezione come la si ha di un coniuge dalla dote ricchissima. Si è trattato quindi un matrimonio di interesse, nella migliore delle ipotesi impeccabile e dignitoso. L’amore vero è un’altra cosa.

L’isola dell’angelo caduto è – metaforicamente – addirittura un matrimonio tra consanguinei. Carlo Lucarelli ha scritto il libro, la sceneggiatura e ha curato le regia. A mio avviso è questa la ragione per cui un romanzo di inquietudini sfuggenti come L’isola dell’angelo caduto si sia trasformato in una sarabanda sopra le righe di personaggi caricaturali per opera della stessa mano. È mancata la linfa di uno sguardo nuovo sulle bellezze del libro, lo scrittore ha persino temuto di autocelebrarsi, ha forse inseguito vecchi fantasmi e primitive intenzioni di scrittura che non facevano più parte nemmeno del libro. L’esito finale è stato gracile.

Last but not least. Conosco Carlo quanto basta per non avere mai avuto dubbi, ma di questi tempi non è banale sottolinearlo: Lucarelli ha reagito alle critiche con umiltà, onestà e coraggio. E in quello sì, molti cineasti dovrebbero imparare da lui.

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2 pensieri su “L’isola dei fantasmi perduti

  1. Non so chi ha copiato chi. Nel 2003 mi arrivò la proposta di acquistare L’isola della paura, da cui è nato il film con Di Caprio, Shutter Island. Lo consigliava lo stesso Lucarelli. A distanza di anni mi accorgo che la storia è simile. Stessa isola nella nebbia, carcere penitenziario -psichiatrico, morti sospette, un commissario fragile e combattuto, una moglie depressa (morta suicida nella versione americana). Se si guardano le foto tratte dai due film sono addirittura identiche. Lucarelli spiegava che questo libro andava letto assolutamente, cosa che feci. Adesso, a sentire che la vicenda è meno o male la stessa mi chiedo chi abbia copiato chi. Anche il finale di Shutter Island fu un pò “amorfo”, quasi un epilogo insipido rispetto allo svolgimento precedente. Quindi penso che soprattutto questo film sia un “niente di nuovo sotto il sole”. Lo guarderò sicuramente, ma sono dell’ opinione che ci voglia soprattutto originalità, che ormai il cinema è strapieno di tutto.

    • L’isola dell’Angelo Caduto è del 1998, Shutter Island del 2003. A me il romanzo di Carlo era piaciuto per le sue inquietudini primordiali, per il vento e la luce e il sole che una volta tanto mettevano più angoscia della solita nebbia e del buio. Un’atmosfera che però non è riuscito a ricreare visivamente. Non ci ha neppure provato, forse conscio che ci sarebbe voluta ben altra esperienza. Shutter Island è, in quel senso, più facile: ha una timbrica cupa molto definita. Certo, se due anni prima Scorsese esce con una storia thriller su un’isola, non sei fortunato, perché anche se dici “non facciamo il paragone” la mente ti è già andata lì.

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