Hey Joe, ma dove vai con quella giusta causa in mano?

Ho iniziato a scrivere La notte alle mie spalle circa un anno e mezzo fa. Mi sono ritrovato con il romanzo in uscita a maggio di un 2012 in cui il numero spaventoso di donne ammazzate da uomini loro prossimi ha preteso con il sangue una parola tutta sua, “femminicidio”.

Questa coincidenza è stata per me fonte di un paio di seri imbarazzi, distinti ma profondamente legati. Per prima cosa non mi va di arraffare tre minuti di visibilità facendo leva su un’emergenza sociale dolorosissima. Scrivo per essere letto e solo se mi leggete continuerò a farlo. Il mio editore e io dobbiamo dire soltanto: “questa è una bella storia, non rimpiangerete gli euro che avete speso”. Aggiungere qualcos’altro oscillerebbe fra la mancanza di gusto e un’ammissione di debolezza. I romanzi scritti “su qualcosa” utilizzano infatti un tema come piedistallo per tentare di innalzarsi dove la loro qualità non li farebbe arrivare. Personalmente, ne sto alla larga perché, e qui vengo al secondo imbarazzo, ragionare in termini di “romanzo sul femminicidio” è concettualmente ridicolo. Qualcuno di voi ha mai pensato a questa canzone come a “una canzone sul femminicidio”?

Secondo la logica del tema potremmo infatti definire molti western come “romanzi sul furto di bestiame” o “romanzi sulle problematiche della proprietà terriera”. Se fra cinquant’anni vedremo e apprezzeremo ancora Schindler’s List non è perché è un “film sulla Shoah”, ma per il punto di vista inedito e preciso di Oskar Schindler su quella incommensurabile tragedia. Schindler non è un vero eroe, però non è un mostro e neanche una vittima. Grazie a lui il film ci racconta la “fabbrica dello sterminio” come una manifestazione parossistica della civiltà industriale in cui tutti noi viviamo.

Scegliere un tema per un romanzo significa il più delle volte scegliere anche una tesi. Il drammaturgo David Mamet – sceneggiatore fra l’altro de Il verdetto e Il postino suona sempre due volte – ne I tre usi del coltello (Minimum Fax) è ruvido e calzante a tal proposito:

Quando (mediante il trionfo o il nobilitante fallimento del protagonista) al pubblico viene garantita la scelta giusta, gli spettatori possono dire compiaciuti, e di fatto lo dicono: «L’avevo detto io! Lo sapevo che anche gli omosessuali, i neri, gli ebrei, le donne erano persone. E guarda un po’, le mie intuizioni si sono dimostrate esatte.» Quella è la gratificazione offerta agli spettatori che assistono a un dramma a tesi. (traduzione di Andreina Lombardi Bom)

Le giornate istituzionali impongono un tema e possono essere il trionfo del “dramma a tesi”. Credo che quella del 25 novembre non sia sfuggita a questo rischio. Quando sento dire a un tg che “oggi si celebra la giornata contro la violenza sulle donne”, già il lessico predispone a una dimensione liturgica. Se la causa è sacrosanta, l’aria, alla lunga, rischia di essere quella delle feste comandate: si va a messa, ci si sorbisce l’omelia, ci si batte il petto tutti insieme, dopodiché si può sporzionare la cernia con la coscienza a posto.

Dichiarare giornate mondiali di sensibilizzazione su alcune emergenze è moralmente inevitabile. Ma specialmente nel nostro Paese tutto viene di norma contaminato da un vizio antico: la narrativa – e l’arte in generale – serve solo se è edificante e ammonitrice. Il lettore non è invitato a capire un personaggio, ma precettato a essere d’accordo con lui. Incapace di imporre temi controversi all’agenda della politica e della società, lo scrittore finisce per essere chiamato a officiare quando si può – anzi, si deve – essere tutti d’accordo.

Ma adottare un punto di vista su cui non è possibile non essere d’accordo è la morte della narrativa. La buona narrativa rifiuta i ricatti dei comodi palcoscenici dove i progressisti impeccabili ti mettono subito all’angolo: questo monologo era noioso? Ehi, ma allora non sei accanto a noi contro il lavoro nero, la corruzione, il riscaldamento globale.

Personalmente, mi interessa la narrativa che ogni giorno dell’anno si accampa all’addiaccio dalla parte del dubbio e di notte, mentre tutti gli altri riposano, ridisegna la geografia delle certezze. Perché anche quando i confini fra vittima, mostro ed eroe sono eticamente certi, nella pratica tutti noi, specie in solitudine e magari per errore, possiamo passare la frontiera. Anche in un attimo.

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Un pensiero su “Hey Joe, ma dove vai con quella giusta causa in mano?

  1. anche quando si scrive per il cinema si parte sempre dalla storia, mai dal tema. Il romanzo é bellissimo, con una struttura potente e una scrittura contemporanea.

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