Il giorno dei bifidi

È una giornata che Capossela definirebbe “senza pretese”. Piccole commissioni, vento e nuvole.

Inizia dal tabaccaio. Ci passo di rado perché non fumo e perché ormai la corrispondenza cartacea è cosa rara. L’ultima volta che ho affrancato una busta mi pare di ricordare che i francobolli si dovessero ancora umettare. Ora sono adesivi e del resto anche il verbo umettare è caduto in disuso. Io comunque continuo a non ricordarmi mai se si affranca a destra o a sinistra.

Dal tabaccaio mi stordisce la stenderia di schedine multicolori delle lotterie istantanee. Rimango lì come un ebete a leggere tutti i titoli di questa Las Vegas da grattamento compulsivo.

Mi sento fortunato si rivolge sicuramente a chi intravede l’unica via d’uscita nella canna del gas. Turista per sempre parla senza dubbio a chi ha lavorato una vita senza riuscire a metter da parte nulla e per una pensione da miseria. Il codice dei vinci! strizza invece l’occhio a quella minoranza di italiani che almeno un libro all’anno lo leggono.

Slip-da-uomoAl mercato rionale sbatto il naso contro un amaro paradosso: in un paese che legge poco, trovare un paio di mutande senza qualcosa di scritto è impresa ardua. Io capisco che il packaging (da qui in avanti chiamato “paccaging”) sia importante anche più del prodotto, ma se sul più bello sciorini la scritta “Issimo” sull’elastico, poi devi essere all’altezza, per non dire altro. Sfoggiare sopra lo slip la dicitura “Uomo” è, per uno che abbia a cuore il nitore della semplicità, un vuoto esercizio di ridondanza. Scartando anche l’idea che mi piaccia ostentare nome e cognome di un qualche imprenditore tessile – neppure i miei zebedei fossero il citofono di casa sua – rimangono righe dai colori psichedelici, fantasie cachemire e infine, be’, infine la testimonianza che gli emissari di Cthulhu, ottusa divinità del caos, sono ormai fra di noi: l’insensata mutanda con la riproduzione della banconota da cinquanta euro. E cos’è, il tariffario unico della prestazione? Ma vieni via. Se compri una roba del genere, ringrazia se qualcuno te se pija a gratis.

Se la lingerie femminile invece indulge all’effetto savana, gran parte del merito è del richiamo sexy della categoria del felino. In un grande negozio per animali, la sperequazione ai danni dei poveri canidi si trasferisce dal linguaggio (“sei una cagna”, “mi tratti neanche fossi un cane”) alla concretezza del quotidiano. Negli scaffali riservati ai cani il cibo è esaltato essenzialmente perché assicura la salute fisica del tuo amico a quattro zampe. Il che è sacrosanto, per carità, ma nasconde un sottinteso: il cane deve essere in forma perché fa la guardia, perché aiuta nella caccia, in una parola perché una qualche funzione da svolgere ce l’ha pure lui.

Nel reparto riservato al cibo per gatti è tutta un’altra storia. Pare incredibile, ma la fa da padrone il francese: chef, gourmet, à la carte, encore. Il gatto domestico è un animale del tutto inutile. Si guarda bene dall’attaccare pantegane ormai più grosse di lui. Al massimo dimostrerà la sua crudeltà torturando a morte un innocuo passerotto di cui mi farà macabro omaggio al centro esatto del tappeto più pregiato. Non si butterebbe certo né nel fuoco e tantomeno nell’acqua per salvarmi e, se mi svaligiassero la casa, rimarrebbe a leccarsi sul divano senza fare una piega. Ma con gli esseri umani farsi apprezzare per limpidi motivi razionali alla lunga non funziona. Il giorno che sbaglierai o farai un po’ di meno, ti crocifiggeranno subito, senza riconoscenza. I gatti l’hanno capito e ci trattano come ci meritiamo. Facendoci credere che la loro regale, carismatica inutilità nasconda irrazionali virtù magiche.

Forte di questa mia convinzione, rimango mezz’ora a decidere fra i bocconcini delicatessen e gli stuzzichini plaisir.

il-giorno-dei-trifidi-locandinaInfine mi tocca il supermercato. Al supermercato si possono avere epifanie improvvise e intense, ma non sempre piacevoli, per questo ci vado sempre da solo. Le offerte speciali, le unghie glietterate delle cassiere, l’incomprensibile posizionamento delle lamette da barba: tutto, all’occhio del flaneur del carrello solitario, può rivelare inediti complotti e verità nascoste.

Io sono esterrefatto dagli yogurt, per esempio. Una roba che si potrebbe anche fare in casa senza ammattire troppo, fra l’altro. Guardate i metri lineari di scaffale riservati agli yogurt rispetto a quelli dei generi di larghissimo uso come la farina, lo zucchero, le uova, il latte. Sono almeno il triplo o il doppio. Solo la pasta può competere per tipologia e marche. È pazzesco. Verrebbe da pensare che lo yogurt sia diventato l’elemento principale della nostra dieta. Non è così, eppure anno dopo anno lo yogurt continua a guadagnare metri di scaffale. Un’invasione misteriosa e inarrestabile.

Ad alta digeribilità, di alta qualità e per la tua naturale regolarità, greco, svizzero o con solo latte italiano, senza lattosio, senza grassi, con il bacillus, con calcio, con rinforzo, con vitamina D, alla pera e camomilla, al rabarbaro di montagna e al latte di mandorla, light, cremoso, vellutato, intenso, omogeneo, organico, probiotico per piccoli eroi, di capra, di pecora e di soja. Rassegniamoci, la fantascienza ha sbagliato. Non saranno i trifidi, perfidi baccelloni dall’iperspazio, a colonizzarci. Sono bastati i bifidi, banali fermenti lattici, ancorché vivi, benintesi. Esattamente come i leader delle nostre democrazie comatose, sapevano che per conquistarci dovevano cominciare dalla pancia.

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