Padri, figli e Spirito Santo

Sono cresciuto in un matriarcato di ferro. Un po’ per caso, un po’ no. Viareggio era una città di gente del mare, gli uomini se ne andavano a Capo Horn e le donne diventavano capitani di terraferma. Allattavano i neonati e vestivano i morti, riparavano rubinetti e trattavano con i direttori di banca.

Mio padre a dire il vero non navigava, anzi. Detestava il mare e credo non sapesse neppure nuotare. Del resto la sua famiglia era terragna, arrivava dalla piana di Lucca. L’estate mio padre la passava in giacca e cravatta dietro il bancone del glorioso Hotel Plaza & De Russie, un nome che andavo fiero di pronunciare per quell’aura vintage e snob che conferiva al lavoro del mio vecchio.

In cravatta mio padre ci passava l’estate come l’autunno. Poi l’inverno e anche la primavera. Dalle nove di mattina alle nove di sera. Non ricordo di aver mai giocato con lui, non ricordo una sua carezza, non ricordo di avergli mai sottoposto un mio pur minimo cruccio.

E nemmeno ricordo di averglielo mai rimproverato. Mi sembrava un padre come tanti altri. Solo la vecchiaia e la malattia hanno istituito fra di noi un necessario alfabeto di gesti non più rimandabili.

meme wonka

Alberghi o navi mercantili a parte, molti della mia età hanno vissuto infanzie più o meno simili. Come certi elettrodomestici, anni fa i padri ti arrivavano con pochi optional e solo due modalità: A) è al lavoro, oppure B) è a casa ma si riposa perché ha lavorato.

Almeno fino agli anni ’70 i bambini crescevano in un universo affettivo quasi completamente femminile. A seconda dei momenti storici o della giornata, era difficile trovare il capofamiglia: era in ufficio o in miniera, al fronte o a farsi i cazzi suoi al bar. Nessun prete o prelato andava però da mio padre a consigliarlo di passare un po’ di tempo con me, affinché io avessi una figura di riferimento maschile in cui identificarmi correttamente (il corsivo è mio). Nessuna zelante associazione cattolica si preoccupava di spiegargli che la tenerezza maschile non era né superflua né sconveniente, che la paternità non era solo il prendersi carico di un fatto compiuto biologico.

I padri presenti e affettuosi sono stati una conquista dell’emancipazione femminile che la Chiesa ha combattuto, ferocemente come ha combattuto il divorzio e l’aborto.

Quarant’anni fa, la Chiesa e il Vaticano non avevano niente da obiettare al fatto che crescessi in un gineceo, fra una mamma e una sorella maggiore, una nonna e due zie.

Ora, pur di ostacolare qualsiasi tipo di riconoscimento alle unioni omosessuali, la Chiesa ha cambiato idea e strategie. Condanna per i poveri fanciulli di oggi l’assenza di uno dei sessi fra le figure di riferimento, una condizione pressoché normale per molti bambini di ieri.

Al netto di ipocrisie degne più di Azzeccagarbugli che di Don Abbondio, la Chiesa e molti cattolici pensano che vivere in un contesto omogenitoriale mini l’identità sessuale e – conseguenza – predisponga a diventare gay, cosa per cui le alte gerarchie d’Oltretevere provano, è noto, un orrore ossessivo. Disgraziatamente per loro la tesi imbarca acqua da tutte le parti, si sfracella poi contro l’evidenza dei fatti e si trovano quindi costretti a inventare. Ma lo fanno davvero con scarsa fantasia, adottando la soluzione preferita di certe sceneggiature dozzinali e nota con il nome gergale di “cane-cane”. È semplice, potete farlo anche voi a casa. Quando il figlio dei divorziati non riesce a trovare il vero amore, quando il fratello di un suicida guarda con un certo interesse giù dal quindicesimo piano, quando vi rivelano che il seviziatore di infermiere ha passato l’infanzia in un orribile ospedale, potete alzarvi dal divano e urlare “cane-cane!”. Secondo la Chiesa e non pochi cattolici esiste infatti una meccanica diretta di azione-reazione in cui l’omosessualità è sempre e solo – ça va sans dire – la risposta sbagliata a un disagio o a una mancanza.

E se davvero credono a una fesseria del genere, perché allora a certi disagi noi figli del boom non avevamo diritto? Al mio corretto sviluppo doveva bastare la sicurezza di essere legalmente figlio e nato fisicamente da una donna e da un uomo, anche se quest’ultimo si limitava a firmare le pagelle e a portarmi alla partita, che del resto era una cosa solo da maschi. Su tutto il resto aleggiava, come una presenza impalpabile. Più che il Padre, ricordava lo Spirito Santo.

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