Sì, vabbè, ma di lavoro che fai?

La lapide di Billy Wilder. Foto Alan Light. http://www.flickr.com/people/42274165@N00

La lapide di Billy Wilder. Foto Alan Light. http://www.flickr.com/people/42274165@N00

Non so quante volte mi sono sentito fare questa domanda. Anche perché il primo a non crederlo possibile, in Italia, è lo Stato. Quando andai dal commercialista per aprire la partita IVA, faticammo non poco a capire quale codice potesse identificare uno che si guadagna da vivere con la scrittura.

Per mio padre sarebbe stata una piccola rivincita. Lui s’è portato nella tomba l’idea che io un lavoro vero, in fondo, non ce l’avessi. E anche mia madre ogni tanto ancora non si capacita: “Ma sul serio ti pagano per scrivere?”

Sì, mi pagano quando scrivere non è dare libero sfogo alle proprie paturnie o alle proprie fantasticherie di onnipotenza. Per fare quello, in genere, sei tu che paghi.

Scrivere significa (almeno per quanto mi riguarda) raccontare. Per raccontare ci vogliono le doti e la voglia. Poi bisogna imparare delle cose e capirne delle altre, fare pratica, aggiornarsi, stare sul pezzo. Esattamente come per fare l’avvocato o il ferroviere.

Raccontare può essere una professione perché il narrare è indispensabile a qualsiasi comunità esattamente come il disporre di acqua corrente.

Recentemente ho avuto diverse riprove che sostenere questo, oggi in Italia, significa soffocare la libertà di espressione altrui, essere snob, difendere un privilegio di casta. Ciò che è considerato normale per un piastrellista, cioè saper di piastrelle più di me e di voi, non viene riconosciuto a un narratore. Ciò che nessuno farebbe mai, cioè chiamare il dentista per farsi riparare la caldaia, è ritenuto normale in libreria, dove il definirsi scrittore dilettante toglie al consumatore l’ansia di doversi confrontare con qualcosa di troppo impegnativo. Lo stesso consumatore che a casa si divora stagioni di “Dr. House”, “Homeland”, “Soprano’s” o “Grey’s Anatomy”, supponendo forse che a scriverle sia stata un’affiatata equipe di imbianchini in pausa pranzo.

Gli scrittori-e-basta finiscono allora nel vituperato novero degli “intellettuali”, categoria verso cui la maggior parte degli Italiani nutre un bouquet di sentimenti che va dalla diffidenza alla sopportazione, dalla suprema indifferenza all’aperto disprezzo. Un’avversione così radicata da ripresentarsi con sconcertante regolarità in epoche e contesti diversi. Dal nerboruto culto fascista dell’ignoranza (“Non v’è raffinato sillogismo che resista a una sana manganellata”) all’esaltazione del “fare” (ineluttabilmente contrapposto al pensare) di Berlusconi. Da Tremonti (“La cultura non si mangia”) a Grillo che scredita un appello a lui sgradito bollando i personaggi dello spettacolo e della cultura firmatari come “intellettuali”. Un suo sostenitore, intervenendo alla radio, decrittava il messaggio del capo: ma che vogliono questi intellettuali ammanigliati al baraccone politico? E perché la loro opinione dovrebbe valere più di quella di un operaio specializzato che lavora dieci ore al giorno? Ecco, appunto.

Personalmente, io continuo a ritenere che il mio voto debba valere uno come quello di un medico. Ma che l’opinione del medico su una cistifellea valga più della mia.

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7 pensieri su “Sì, vabbè, ma di lavoro che fai?

  1. Ogni anno ad aprile sono meravigliose le mie gag con l’impiegata del CAF che deve trovare nel 730 il posto esatto in cui mettere i guadagni derivati da ‘cessione dei diritti d’autore’. Tra qualche anno scriverò un libro al riguardo ;-).

  2. sono d’accordissimo, ovviamente. eppure: un dubbio mi viene. me lo hai fatto venire tu, quando hai citato le serie americane. come si chiamano gli autori del dr house, dei soprano’s, di girls? boh. non sono famosi. o almeno, non sono famosi quanto balzac o roth, nonostante i televisionatori siano dieci o cento volte tanti rispetto ai lettori – e nonostante il luogo ormai comune secondo cui le serie tv sono i romanzi dei nostri tempi.
    allora penso: non è che la colpa è anche un po’ nostra, non mia e tua ovviamente, ma della “categoria”? o meglio ancora di quelli belli&famosi. se è vero come è vero che scrivere è un lavoro, forse il problema nasce nel momento in cui si inizia ad anteporre il lavoratore al lavoro, a mettere sotto i riflettori il personaggio e non le storie che racconta (al piastrellista chiedo che mi faccia un bel pavimento, poi se è pure simpatico va bene, ma non è essenziale)
    non è un caso che nonostante la disastratissima situazione dell’editoria, nonostante le centiania di scrittori e giornalisti alla fame, ci siano ancora tanti aspiranti affascinati da queste professioni.
    e comunque, in tutto sto post non mi hai spiegato come ti guadagni da vivere!

    • È così. Quello dell’editoria è un baraccone pop come molti altri. Il sogno è quello di “fare lo scrittore”, senza preoccuparsi di esserlo o di diventarlo. Come cercavo, per qualcuno invano, di raccontare nel post precedente, la narrazione è ormai prima e oltre il libro, è nel creare il personaggio di chi scrive, più che in quello che scrive (Detto questo, non fare l’ingenuo. Lo sai anche tu che ho anche un lavoro rispettabile: apro cani per metterci dentro la cocaina.)

  3. Caro Giampaolo, in questi tempi duri in cui tutti sospettano di essere capaci di fare tutto, a cominciare dal lavoro degli altri, i tuoi dubbi sono certamente più che legittimi. L’onda anomala potrebbe sommergere tutto e tutti (magari chiamiamola maremoto, finalmente, che è un termine nostrano più aderente al concetto e certamente meglio “pronunciabile” dell’orientaleggiante tsunami). L’onda, dicevo, è piena di astio e di risentimento. Ognuno ci mette le proprie ansie, le proprie preoccupazioni, le proprie incertezze fuori controllo. Un mondo insicuro come non mai del proprio avvenire, cerca di rassicurarsi con dei vaffanculo liberatori e mette senza tanti complimenti in cattiva luce chi non produce oggetti concreti e di uso quotidiano. A meno che non si esprima (urbi et orbi) con slogan o monologhi di facile ascolto. Invece di articolarli attraverso una storia, un romanzo… Troppo complicato, non c’è più tempo!!!
    Insomma: se qualcuno progetta di governare il Paese da una pagina di Facebook, probabilmente qualcosa è andato storto. La selezione della classe dirigente di certo, visto che – come si vede – non ha privilegiato granchè la diffusione di modelli culturali validi.
    Ma anche il fatto che la follia dei mercati finanziari ha messo in circolazione una massa di denaro doppia o tripla rispetto alla ricchezza reale del pianeta che ci è toccato in sorte di abitare. A questo non c’è rimedio e sarà vano prendersela con l'”inutilità” delle varie forme d’arte. Sono una forma di ricchezza che i manganelli e i mercati non possono estirpare. Forse è per questo che ci sono ancora dei temerari che, armati di coraggio e di talento, decidono di farne un “mestiere” che richiede, quanto e più degli altri, passione e dedizione (scusa la rima).

  4. essere dilettanti, in ogni campo,ormai sembra essere un merito.
    le professionalità non valgono più niente.
    forse perché per avere ‘in mano’ un mestiere ci vuole impegno e sacrificio.
    per molti è più facile ciarlare che fare.
    sarò snob, ma io preferisco avere a che fare con chi ‘ne sa’….
    susanna

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