La paura fa 9,90

Sabato pomeriggio al Salone del Libro. Come da tradizione è il giorno dell’assalto. Quest’anno ancora più del solito. Anche le vendite agli stand, dicono, sono superiori al passato. Certo, i cinque giorni di Torino non rappresentano l’Italia di tutto l’anno. Ma in tempi come questi per riprendere fiducia vale tutto.

Altri non cedono facilmente agli entusiasmi: il merito sarebbe in gran parte della pioggia battente. È il terzo weekend di fila che non incoraggia gite fuori porta, nei portafogli è rimasta qualche banconota da dieci euro pronta a svolazzare fuori. Se il libro costa 9,90 si fanno pure gli spicci che tornano comodi al parcheggio. Se poi c’è l’autore che firma, è un bel souvenir.

Il bianco di Einaudi, il rosso di Feltrinelli, i colori pastello di e/o, l’eccentricità di Minimum Fax, i faccioni degli autori targati Rizzoli o Gems. Fra tutti questi, lo stand della Newton Compton fa quasi paura per una specie di compattezza militare. Più che copertine, i libri hanno delle uniformi da cui si risale agevolmente alla divisione e al reggimento: enigma sventra-monaci in convento tenebroso, chick-lit soft in Tiffany style, peplum con mazzolate furibonde, thriller con roncola o altre armi da taglio improprie.

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Si può ironizzare, certo, di fronte a banconi che appaiono più o meno così. Ecco, l’ho appena fatto. Poi però c’è da riflettere. Possono piacere o non piacere (a me, in generale, non piacciono) ma i libri Newton Compton hanno quello che altri editori importanti non riescono più a individuare: un target di lettura (se non proprio di lettori) ben definito. Sono inoltre prodotti intellettualmente onesti: non si spacciano per qualcos’altro, meno che mai per grande letteratura. Da un punto di vista commerciale, non sono gadget, merchandising prodotti da luce riflessa: Marcello Simoni ha stravenduto senza stare sempre in tv come Benedetta Parodi o Massimo Gramellini. Non mi pare infine che fra i libri Newton Compton e beststeller targati Mondadori come Dan Brown o E.L. James ci sia tutto questo scarto qualitativo (considerando che Inferno costa ben 25 euro).

Flashback. In America, negli anni della Grande Depressione, riviste da dieci centesimi con copertine sensazionalistiche e spesso tutte eguali, riuscirono a imporsi sul mercato e a diffondere la lettura. Sulle loro pagine ospitavano molto materiale andante, ma senza aver venduto i loro racconti a Dime Detective o Black Mask Hammett, Chandler e Woolrich sarebbero morti alcolizzati e in solitudine molto prima e senza regalarci gli albori del vero romanzo d’avventura contemporaneo chiamato noir.

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La storia insomma ci insegna che, in un momento di crisi, l’onestà commerciale e quella intellettuale farebbero comunque sempre meglio a coincidere. In qualche modo Newton Compton ha almeno il coraggio di vendere narrativa in quanto tale, esattamente come certi editori indipendenti che alzano l’asticella della qualità. Possono dire lo stesso grandi marchi che ogni mese scoprono un romanziere in qualsiasi faccia sia stata popolare per più dei canonici quindici minuti? Non lo so.

Al supermercato o in autogrill, i prodotti editoriali di Newton Compton la loro partita se la giocano non solo contro altri tipi di intrattenimento, ma pure contro generi di necessità come lo shampoo o la mozzarella. La sfida è far spendere per un libro invece che per una ricarica telefonica, dato che oggi i soldi per entrambi non ci sono. Una sfida salutare che può far uscire l’editoria dalle secche di una rassegnazione difensiva quasi strutturale. Ma che rende il gioco ancora più duro.

Il gioco si fa duro e infatti la formula Newton Compton non è priva di risvolti preoccupanti. Me ne vengono in mente un paio. Essendo una formula studiata per grandi numeri, funziona per chi, come grande distribuzione o libreria di catena, può guadagnare anche pochi centesimi a volume, perché tanto vende soprattutto altro (in primis i centimetri di scaffale). Funziona meno per chi, come le librerie indipendenti, sul 30% del prezzo di copertina fonda la propria sopravvivenza. E le librerie indipendenti stanno morendo come mosche. La loro scomparsa cambierebbe definitivamente l’ecosistema culturale italiano. Con loro se ne andrebbero per sempre anche certi editori, certi lettori e certi libri. Non so se mi piace. Anzi, proprio no.

Se poi un prodotto editoriale da 9,90 deve comunque avere sovracoperta, cartonatura e un certo spessore di pagine (senza i quali il consumatore non ha la percezione fisica di un acquisto conveniente), questo prodotto conterrà un testo scritto e scelto sulla base di una categoria merceologica (vedi quelle sopra), editato velocemente o tradotto un tanto al chilo. In due parole, sarà un prodotto a dir poco standardizzato, reso concorrenziale da lavoratori della cultura sempre più precari, sempre meno pagati e preparati. Se la tecnologia oggi accelera certi processi, i buoni libri rimangono per altri versi come il vino. Puoi imbottigliarlo sempre meglio e più velocemente ma, per quello che ci metti dentro, il mestiere serve e il tempo deve fare la sua parte.

Post scriptum

In questi giorni avrete visto sicuramente le scolaresche in coda per entrare al Salone del Libro o la ressa per farsi firmare un libro da Roberto Saviano. Peccato che, in questi giorni, mentre al Salone del Libro sfilano ministri, il governo tagli anche le ultime risorse per l’Opac, lo strumento di consultazione on line che consente a tutti noi di rintracciare un libro in qualsiasi biblioteca d’Italia. L’ennesima follia che condanna il nostro Paese a un luminoso futuro di degrado e sottosviluppo. Leggete qua, per favore. Appello_sbn

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