E se la smettessimo di dare i numeri?

La mafia è cattiva perché uccide le persone. In teoria non c’è niente da eccepire a una frase del genere. Ma la mafia non ha mai avuto come ragione sociale “uccidere le persone”. In realtà ricorre al delitto quando altri metodi di “convincimento” sono falliti. Può darsi quindi che un alto numero di morti ammazzati significhi una crisi di autorità per l’organizzazione. Specularmente, non possiamo pensare che la mafia sia più debole quando il numero dei delitti scende.

L’ho presa alla larga per dire quanto poco mi appassioni il dibattito in corso in questi giorni sulle cifre del femminicidio. Dal blog di Davide De Luca su Il Post al blog di Loredana Lipperini, ecco un botta e risposta sulla questione.

A me pare una deriva simile a quella di quei leader di partito che, dai risultati elettorali al PIL allo spread, hanno ridotto la politica a un discorso sulle cifre.

In Italia la mafia esiste. E per saperlo non abbiamo bisogno di contare i morti per strada.

In Italia le donne godono di meno diritti e di meno opportunità, hanno meno libertà e meno potere degli uomini. Ma la relazione fra questo stato di cose e il numero di donne uccise da uomini a loro vicini non è diretta e proporzionale. Se da domani molte donne si rassegnassero a subire in silenzio la volontà dell’uomo, i mariti o gli ex compagni non le ammazzerebbero. I numeri mostrerebbero un calo e allora dichiareremmo chiuso il problema? Non credo. Accapigliarci allo stremo sulle cifre rischia di essere sterile, perché se il punto d’arrivo della discussione è l’effettiva parità fra generi, il numero delle donne uccise non è un indicatore affidabile. Come nel caso della mafia, la gran parte della violenza è tutt’altro che fisica e rimane preferibilmente sommersa.

Personalmente preferisco mettere sul tavolo un’autocritica.

L’autocritica è, per così dire, di categoria. Assumiamo per comodità di ragionamento che debba essere la cronaca nera a sensibilizzarci sulle diseguaglianze di genere (è un approccio che non mi piace). La comparsa di narrazioni (teatrali o letterarie) sul femminicidio (o addirittura contro) significa in realtà che noi narratori, nel nostro complesso, abbiamo fallito a monte. Affannarsi in operazioni emergenziali (ancorché nobilissime) significa che gli eventi ci hanno sorpassato. A maggior ragione se si afferma contestualmente che il fenomeno del femminicidio non è neppure cosa recente.

La fiction televisiva, i romanzi più fortunati o di mass market non hanno saputo raccontare modelli evoluti, più dinamici, più fluidi, di maschio e di femmina e soprattutto del loro stare insieme. Alla fine, si torna sempre lì: il maschio ruvido e disilluso, la torbida adolescente problematica, il riccastro tenebroso, la sciampista che sogna di diventare mamma e principessa. Cliché. Statici, bidimensionali, vecchi, inconsistenti. La realtà liquida dei nostri giorni li ha spazzati via. Rimanendo attaccati disperatamente a quei rottami si può andare a fondo.

Noi narratori avremmo dovuto innovare. Lo avremmo dovuto fare semplicemente perché creare immaginazioni dovrebbe essere il nostro mestiere. Non facendolo – per convenienza, per poco talento o per troppi ostacoli poco importa – anche noi abbiamo contribuito a non increspare la stagnazione culturale di questo Paese. Non abbiamo intercettato e accompagnato nell’immaginario collettivo quel cambiamento che le donne uccise dai loro partner stanno purtroppo testimoniando con il loro sangue. La violenza degli uomini, in aumento o meno che sia, potrebbe dimostrare solo l’impotenza di fronte a un cambiamento, per fortuna, irreversibile.

 

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2 pensieri su “E se la smettessimo di dare i numeri?

  1. maschi (ma non solo) ruvidi e disillusi, adolescenti (non solo femmine) problematici, le “sciampiste” (qualunque cosa intenda questo termine) eccetera, comunque esistono, è giusto che siano raccontate (ed esiste anche un modo intelligente di usare i clichè)..è vero che in generale la fiction italiana non brilla per originalità e qualità se paragonata alle serie tv anglosassoni ma anche da noi si può trovare qualche fiction di qualità..ad esempio quelle a cui ha lavorato lei (l’Ispettore Coliandro, RIS) erano ben scritte, ben realizzate

  2. La ringrazio. I complimenti se li meritano ben altri molto più di me. Per “sciampista” intendo la versione (poco) aggiornata di Cenerentola. Purtroppo sulla fiction italiana grava una cappa di uniformità sempre più pesante e il pubblico vasto sembra stanco e pigro. Mentre i più giovani sono già migrati altrove, da anni. Nel complesso, una brutta situazione.

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