Tutti i colori di una vittoria

“NO” è un film necessario. Perché è un film che parla di una vittoria, o forse NO.

È un grande film perché racconta, senza alcuna enfasi e senza sconti, la fine di una dittatura pagata a caro prezzo: cambiare per sempre il proprio DNA e il significato stesso della parola “politica”.

I fatti, in sintesi: Cile, referendum del 1988, SI o NO alla riconferma del Generale Augusto Pinochet al governo. Pinochet, per chi non lo ricordasse, fu il dittatore che di concerto con gli Stati Uniti rovesciò nel sangue il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Seguirono arresti, persecuzioni, torture, assassinii. Il golpe del 1973 fu però, dal punto di vista comunicativo, molto più che maldestro. Le immagini dello stadio di Santiago stracolmo di dissidenti arrestati fecero il giro del mondo. I militari argentini impararono la lezione e nel 1976 fecero sparire nel nulla trentamila persone senza dare alla comunità internazionale (Unione Sovietica compresa) un solo fotogramma, un’immagine-simbolo per cui sentirsi in minimo imbarazzo.

no locandina

 

Il referendum del 1988 si prefigura come una vittoria certa per Pinochet. E invece vincono quelli del NO. Vincono perché parlano alla gente con il linguaggio della Coca Cola e dei videoclip di Michael Jackson. Ragionano in termini di marketing. Non si curano di un discorso. Devono intercettare un desiderio e vendere un sogno.

Di cosa poi sarà fatto in concreto questo sogno non viene spiegato e non è importante. Il nuovo Cile senza Pinochet è giovane, sorridente, affrancato dalla miseria. È un Cile di tutti e per tutti che mette una pietra sul passato di dolore e di rancori.

La stessa operazione riuscirà pochi anni dopo anche in Italia a un imprenditore di nome Silvio Berlusconi. Cieli azzurri, sorrisi, gente allegra, tutto per tutti. Che Silvio Berlusconi sia stato un grande foraggiatore dei politici corrotti che intende sostituire, non frega una mazza a nessuno. Lui è abile ad apparire come la novità e vince.

Una lettura superficiale e parziale di “NO” si limita a identificare la sinistra italiana di oggi con quella sinistra cilena che avrebbe sicuramente perso, perché avrebbe voluto cacciare Pinochet/Berlusconi appellandosi solo a nobili ideali di giustizia e a discrimini di tipo etico. Lettura lecita, ma finalizzata al dibattito italiano pro o contro l’homo novus Renzi e la sua capacità di stare sui media rubando a Berlusconi sia la scena, sia gli elettori.

Nel film c’è ben altro. Ben di peggio, verrebbe da dire. Il golpista che, timoroso della sconfitta, gioca la carta finale dell'”io sono pur sempre l’usato sicuro, accontentatevi e non rischiate” sintetizza né più e né meno il tono dell’ultima sciagurata campagna elettorale di Pierluigi Bersani.

“Il Cile pensa al suo futuro” dice invece il pubblicitario protagonista. Ma attenzione, è una tag line ripetuta tre volte, in omaggio paradigmatico a quella regola del tre che gli sceneggiatori ben conoscono. La prima volta lo dice per vendere una simil Pepsi, la seconda per convincere la gente a votare NO a Pinochet, la terza per promuovere una nuova soap opera nel Cile democratico.

Non è mestiere del pubblicitario stabilire se il frollino sia buono, la lavatrice efficiente, la democrazia migliore della dittatura. Se un prodotto si imponesse per la sua qualità, non ci sarebbe bisogno di lui. Il genio della pubblicità è colui che fa sembrare nuovo e migliore un prodotto che non lo è, che fa apparire indispensabile una cosa di cui abbiamo sempre fatto a meno.

“NO” racconta così la definitiva liberazione della comunicazione politica dalle catene dei contenuti, la sua indifferenza al principio di realtà (da un punto di vista economico, il Cile del 1988 non è al collasso economico). E ce lo racconta in maniera fastidiosa. Già, perché ad avvantaggiarsi di questa deriva incontrollabile e senza ritorno sono, accidenti, proprio quelli per cui stiamo facendo il tifo.

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Un pensiero su “Tutti i colori di una vittoria

  1. L’ho visto anche io e concordo. Certo che nella prima parte del film l’approccio dei militanti “conservatori” (categoria che per probabile pigrizia raramente applichiamo alla sinistra) li fa apparire inadeguati. La storia è vera e il protagonista (vero) ha avuto una buona dose di coraggio, distribuita in diversa misura. Di più contro l’establishment della dittatura e un po’ di meno (ma pur sempre un po’) contro quello dell’opposizione. Certo che l’America Latina che racconta il film ci sembra lontana anni luce. Quasi come l’Europa che in quei tempi stava ancora di là dal muro.

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