Guerra

La parola guerra è su tutti i giornali, in questo settembre dolce e mite.

Quasi mi vergogno a dire che questo settembre io l’ho iniziato con un bellissimo workshop nel cuore della Garfagnana. E in un workshop, prima o poi, salta invece fuori la parola conflitto. È risaputo: in una buona storia ci deve essere un conflitto. Una disputa per la successione al trono o una lotta tutta interiore per smettere con l’alcool? Non importa. Basta che ci sia.

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“Non sono solo tuo padre, Luke. Purtroppo sono anche cugino di primo grado di Homer Simpson.”

Sarà anche risaputo, ma narrare un vero conflitto è molto difficile. Un buon conflitto prevede infatti due antagonisti che abbiano visioni diametralmente opposte, eppure qualcosa di profondo in comune. Che Darth Fener sia il padre di Luke Skywalker è uno degli esempi più sfacciati e per questo meno riusciti. In una gustosa parodia dei manuali del perfetto rivoluzionario, Woody Allen ricordava invece che, per un’insurrezione di successo, è preferibile che le due parti si mettano d’accordo sull’orario e magari si vestano di due colori differenti. Alla sua maniera, ci metteva in guardia da conflitti che tali sono solo in apparenza.

La narrativa dovrebbe essere una palestra ideale per allenarci ai conflitti, dato che siamo cittadini di un sistema democratico che dovrebbe (ripeto a bella posta il condizionale) contemplare il conflitto come possibilità di crescita e di evoluzione.

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Ecco, lui sì, che la sa lunga.

 L’altro argomento che in un workshop emerge sempre, prima o poi, è come trovare un bel finale alla storia. Il pensiero corre angoscioso a tutte le volte che abbiamo chiuso un libro sentendoci eguali a come eravamo prima di iniziarlo, a quante volte siamo usciti dalla sala di un cinema facendo spallucce. Il romanzo era scritto bene, il film non era brutto ma il finale era moscio. In realtà il problema stava a monte, nella mancanza di un conflitto. Non abbiamo avvertito l’importanza della posta in gioco, non abbiamo mai visto davvero il nostro eroe sull’orlo del baratro, non abbiamo sentito l’appuntamento decisivo con il destino. Se anche un conflitto vero c’era, si è trascinato irrisolto fino alla fine della storia.

Quando chiedo ai partecipanti esempi di storie con questo difetto, film e libri italiani finiscono per fare la – non invidiabile – parte del leone.

Eppure è strano. L’Italia vive da tempo in uno stato di conflitto permanente fra partiti grandi o piccoli, fra nord e sud, fra lobby e potentati (più o meno sempre gli stessi), fra casta di privilegiati e precari senza diritti. Diventa meno strano se sostituiamo alla parola conflitto (che ha un suffisso di comunanza e riconosce una dignità necessaria ai due antagonisti) la parola guerra. La guerra non sempre è contro qualcuno in particolare, la guerra può essere di tutti contro tutti, o di uno contro tutti gli altri. La guerra non è una fase provvisoria, necessaria ma non desiderabile, per raggiungere un obiettivo, la guerra può diventare perenne perché prevede l’annientamento dell’antagonista, obiettivo finale quasi mai (per fortuna) raggiungibile. La guerra è, infine, il rimedio migliore e più sperimentato per soffocare nella culla i conflitti interni.

Italia, 2013. Berlusconi parla di “guerra dei vent’anni” con la magistratura e Grillo, giusto l’altro giorno, tuona “siamo in guerra”. Il vecchio e il nuovo sono curiosamente accomunati dallo stesso linguaggio bellicista che raduna tutti i nemici in una categoria sola, siano essi i “vecchi partiti” o “le toghe rosse”. Per Grillo i “vecchi partiti” devono essere cancellati e il suo Movimento deve vincere da solo, contro tutti. Da parte sua, Berlusconi non concepisce che non si possa non essere d’accordo con lui. Chi non lo vota non ha un’idea diversa dell’Italia, perché questa idea non esiste. I suoi avversari sono quindi solo coglioni mossi dall’invidia, quando non dall’odio. Per Berlusconi siamo tutti berlusconiani e, se fossimo buoni e sani come lui, lo ammetteremmo.

Non sarà allora né un caso né una sorpresa che un’Italia immobilizzata in questo stato di guerra permanente non riesca più a raccontare dei veri conflitti che portino a un finale soddisfacente, vale a a dire un finale di cambiamento (non obbligatoriamente positivo, s’intende).

Il narratore italiano si ritrova anche lui impantanato fino alle ginocchia in una trincea personale, impegnato solo a sopravvivere in una guerra di cui non vede la fine. E di cui, a ben riflettere, non ricorda più neanche le ragioni.

P.S.: Sulla categoria del conflitto, ho trovato molto interessante questa intervista ai Wu Ming apparsa qualche settimana fa su La Repubblica.

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