Lo Stato della N(arr)azione

I due post precedenti (vedi i link sulla colonna a destra) hanno suscitato interesse. Inevitabile allora concludere, o meglio iniziare, con una riflessione sulla particolare situazione italiana.

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Franco Moretti

Nel suo bellissimo Atlante del romanzo europeo (1800-1900), Franco Moretti riflette su come lo spazio influenzi le strutture del racconto. Di come la percezione stessa delle distanze dia origine a romanzi che si muovono con un certo andamento, in una certa direzione. E se tutto questo può in qualche maniera risultare piuttosto intuitivo, risulta più sorprendente riflettere su come il romanzo, pur non potendo spostare montagne, abbia contribuito a sua volta a ridisegnare la geografia sociale. Soprattutto – paradosso – quando non nasceva già tronfio di un compito così epocale. È, secondo Moretti, il caso di Jane Austen. Le sue protagoniste cercano il buon partito non più nelle tenute vicine, ma in un autentico national wedding market. Pensare di trovare marito a duecento miglia di distanza, o anche nella capitale Londra, costruisce il tessuto connettivo profondo di una nuova Inghilterra, potenza commerciale mondiale del secolo. Pensate quanti “scrittori laureati” hanno invece riempito migliaia di pagine di battaglie e imprese, generali e statisti al fine di interpretare o forgiare un’identità nazionale. Nessuno ricorda più i loro nomi, oscurati per sempre da chi, come Jane Austen, era costretta dalle convenzioni del tempo a pubblicare nell’anonimato.

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Jane Austen, aka “a lady”.

È infatti indubbio che il romanzo europeo di cui parla Moretti sia legato a doppio filo a quella particolare forma politica chiamata “stato nazionale” nelle sue varie incarnazioni (e al suo apogeo). Da qui mi lancio in un paragone forse troppo suggestivo, ma la domanda ci riguarda: alla storica fragilità dello stato nazionale italiano corrisponde il rachitismo narrativo che riscontriamo oggi, tanto nella produzione editoriale quanto in quella televisiva? Una delle prerogative che rende necessario il grande romanzo è il miracolo di rendere conto in un arco unitario anche dei conflitti e delle lacerazioni più insanabili. Ma anche il grande romanzo si arrende davanti a questa penisola eternamente ostaggio di guerre fra fazioni, borghi, feudi, corporazioni, clan, correnti, cordate e consorterie. Sembrano conflitti talmente capaci di perpetuare se stessi da soffocare l’altra grande ttrattiva del romanzo: il senso del cambiamento e della trasformazione.

O magari c’è dell’altro. Magari è il narratore italiano a dibattersi ancora sotto la cappa del nostro romanzo nazionale, quei Promessi Sposi incaricati ufficialmente di stabilire cos’è l’italiano, cos’è il bene e cos’è il male. Come Jane Austen, anche Manzoni evitò battaglie e condottieri e raccontò la Storia dalla parte delle persone qualunque. Purtroppo lo fece con quella degnazione elitaria e paternalistica che forse rappresenta la vera radice di ciò che oggi additiamo come buonismo, una specie di sordina emotiva che impedisce a una storia di risultare forte e tridimensionale.

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O forse, ancora, il problema è nei troppi Don Abbondio, Azzeccagarbugli e Don Rodrigo dei carrozzoni pubblici e delle strutture private, ben installati nelle stanze dove si prendono le decisioni? Nello spezzone qua sotto, Paolo Virzì dice la sua, senza giri di parole.  Spero che anche voi, da scrittori o da telespettatori, abbiate la voglia di dire la vostra.

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http://www.dailymotion.com/video/xuisk9_paolo-virzi-spara-a-zero-su-rai-e-mediaset_shortfilms

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2 pensieri su “Lo Stato della N(arr)azione

  1. Il pezzo più bello dell’intervista è lo sconforto di Virzì che sconfina in una risata sardonica quando gli viene ricordato il 27% di share delle fiction definite “marce” dallo stesso Virzì.
    E’ terribile la televisione italiana, io non ho televisione in casa, e vivo benissimo, almeno un po’ depurata nello sguardo e nella mente.

  2. Questo Paese non ha più speranza: siamo già tornati democristiani e il carrozzone si sta ricostituendo, ma pieno ancora delle scorie di questi vent’anni. In un contesto che rende un nonsenso Il dibattito sul romanzo europeo, perché non è mai esistito nemmeno il romanzo italiano. A meno che non sia “Gomorra”.

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