Lo Stato della N(arr)azione, gli interventi

L’Italia fuori dalla Storia

Giovanna Koch, sceneggiatrice

(qui la sua scheda su Internet Movie Data Base)

Giovanna_KochColgo una delle tue domande: “Alla storica fragilità dello stato nazionale italiano corrisponde il rachitismo narrativo che riscontriamo oggi, tanto nella produzione editoriale quanto in quella televisiva?”

La risposta è sì, a vari livelli e per diversi motivi.

Un primo sì: da quando è caduto il muro di Berlino, l’Italia è finita fuori della storia internazionale, perché si è ritrovata con nulla da dire e con molto di non detto (e senza più scuse perché venisse taciuto). Ci siamo svegliati muti: avremmo dovuto fare molta fatica per ritrovare le parole, avremmo dovuto rischiare la nostra identità, avremmo dovuto inseguire la realtà che come l’uccello di cui cantava Gaber è imprendibile, ma va.

Abbiamo preferito il ventennio berlusconiano. Ci siamo posti fuori della storia. Il mondo è andato avanti e noi ci siamo fermati. La storia ci ignora e noi ignoriamo la storia. Nelle case, nella televisione che entra nelle case, possiamo far sopravvivere solo il mondo che era e che non vogliamo trasformato: dobbiamo farlo sopravvivere come la madre che in “Uccellacci e uccellini” negava ai figli che facesse mai giorno, perché continuassero a dormire, perché non sentissero la fame.

Ed ecco l’effetto sulla narrazione: abbiamo operato sulla memoria per trasformarla in menzogna, per disinnescare l’effetto attivo del ricordo sul presente, per evitare che potessimo ricordare. Una leggenda dice che Valsecchi si sia vantato di aver fatto un film su Borsellino senza nominare la Democrazia Cristiana. Bravo.

Il secondo effetto complementare è l’assenza del presente. Nelle serie tv statunitensi, anche nel crime di Law & Order di molti anni fa, senza dover aspettare lo stravolgente discorrere di The Newsroom, si facevano e si fanno nomi e cognomi di politici, di luoghi, di cose. Anche noi negli anni ’70 i nomi li facevamo, adesso non più: inventiamo marche anche per i detersivi per non doverci imbattere in cause, dolori, fastidi.

La menzogna, infatti, è venuta trasformandosi in un diritto: diritto a non sentire, a non essere offesi, toccati. Ricordo un episodio, mentre facevo parte del team che scriveva La Squadra. In una delle puntate, l’assassino era un pompiere e l’inseguimento finale avveniva in una caserma. La produzione contattò i Vigili del Fuoco per avere i permessi di rito: lessero il copione, pretesero che l’assassino diventasse un eroe, non tolleravano “insulti” ai pompieri. Non avvertivano distanza e diversità di funzioni tra la realtà che abitavano e la fiction che vedevano. Lo scrittore dovette modificare il personaggio.

Il buonismo di Manzoni è un “tetto” tradizionale, è vero: siamo un paese cattolico, ci vuole un po’ di facciata, ma Manzoni non era “buono”. C’è un altro aspetto del dominio cattolico che ha imbevuto la RAI di Bernabei che si è dimostrato letale per la narrativa: l’assenza del dubbio, l’impossibilità del dubbio, la trasformazione delle conversazioni in prediche, dei conflitti in parabole.

Possiamo mentire perché non contiamo niente (la moda, qualche successo industriale, qualche mente illuminato non cambiano i numeri collettivi del niente). Chi conta e comanda (e le serie americane lo raccontano bene) è costretto a mentire, fa della pratica della menzogna un lavoro, ma non mente a se stesso: prima o poi – lo sappiamo, è un copione noto – affronta la realtà. Ma il punto è che – in un modo o nell’altro – la affronta davvero: il racconto seriale televisivo anglosassone, quando mette in crisi il proprio personaggio, penetra nella realtà esterna, la tocca, la nomina.

Noi, scrittori di fiction che le serie americane vediamo, il trucchetto lo abbiamo capito, lo mettiamo in pratica, ma quando il nostro personaggio – per forza di racconto – sta per sfiorare la realtà… i nostri guardiani del faro (il network per conto del pubblico e il pubblico per conto del governo e il governo per conto della nullità e la nullità – probabilmente – per conto dell’asservimento a interessi terzi, forse della criminalità), chiunque, per vie diverse, si trovi in quel momento a pagare il nostro lavoro, batte forte le mani e l’uccello di Gaber, frrr, vola via e noi siamo inutili.

Per noi, esiste ancora il muro. L’Italia è uscita dalla storia quando c’erano i comunisti mangiabambini da una parte e il Vaticano dall’altra: quel muro le ha fornito tante storie, ci ha consentito di vincere gli Oscar, di consolidare il modello dei poveri e vigliacchi, ma creativi e buoni, con cui il neorealismo, pur nel suo dolore e nella sua ricerca di verità, ha cercato di perdonarci. Ancora quelle storie raccontiamo, e ancora quelle vendiamo. Se non siamo provinciali, piccoli e vermi non ci vogliono. Siamo diventati un prodotto da supermercato. Cosa vuoi che racconti la fiction italiana? Che il prezzo dei pannolini è aumentato di un euro? Che hanno cambiato lo scaffale dei pelati e non riesco a trovarli più dov’erano?

La menzogna comincia a scricchiolare: sembra. Una mia collega proprio ieri mi diceva: è un abito liso, ci si vede attraverso, non riusciamo neanche più a stenderla tra le mani. Forse per questo, Giampaolo, ci permettiamo questi ragionamenti sui blog. Forse papa Francesco, la prossima volta, se ne uscirà a sghignazzare sulla nostra fiction e ad accusarla di tradire la fede in cambio delle monete dei mercanti del tempio. Forse l’uccello lo sa e ci passerà accanto, sbattendo le ali così forte da farci finalmente sentire paura e fame e sete e il silenzio insopportabile dei segreti seppelliti e gli zombie che ci perseguitano e che non vogliono restare sotto al tappeto e… la scrittura verrà di seguito, ci scommetto.

 

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