So long, Will

Se eravamo capaci di tutto questo e avevamo queste qualità, era perché eravamo informati. Da grandi uomini degni di rispetto.

Will McAvoy, The Newsroom

Dopo una sola puntata, Raitre ha deciso di spostare ad altro orario The Newsroom, la serie tv americana di Aaron Sorkin che è valsa a Jeff Daniels l’oscar della tv. Di fatto è una condanna senza appello. I dati di ascolto erano deludenti, poco più di seicentomila spettatori.

Certo, non è che la Rai si sia stremata nel promuoverla. Spot di prammatica e neanche una citazione da Fazio, per dire. Ci sarà anche da ricordare che, essendo Raitre finanziata da soldi pubblici, anche quei seicentomila spettatori pagano il canone e avevano diritto a continuare a guardarla senza fare le ore piccole. Se una rete pubblica deve soddisfare solo gli inserzionisti pubblicitari, la sua mission è evidentemente fallita e tanto vale che diventi privata.

Detto questo, è risultato evidente che The Newsroom è al di sopra della portata anche dello spettatore medio di Raitre che, pure, segue Fazio, Bollani, Zoro e a cui è destinato il prossimo talent show sulla scrittura. Il pubblico capace di rimanere in ascolto di Saviano per delle mezz’ore non è rimasto stregato da uno dei monologhi più efficaci della storia della tv, e che dura soltanto cinque minuti (lo rimetto, anche se l’ho già propinato diverse volte).

Il problema è che The Newsroom è densa, ha un ritmo alto, un impianto teatrale e dei dialoghi serrati che suppliscono alla mancanza di action spettacolare. Se ti perdi una battuta, sei fritto. The Newsroom non è scritta per tenerti compagnia mentre stiri o chatti o sonnecchi sul divano. Se la guardi, devi fare quello e basta.

Rassegniamoci all’evidenza. Anche lo spettatore medio di Raitre non è più abituato a sforzi del genere (immaginatevi quindi quello di Raiuno). Il pubblico italiano più esigente e avvertito è infatti trasmigrato altrove da tempo e preferisce seguire una serie tv con l’indipendenza consentita da canali a pagamento, on demand, su computer e mobile. Dopo averli trascurati per anni, pareva davvero una bella pretesa riportare questi spettatori davanti alla tv da un giorno all’altro. La tv “generalista”, qualunque cosa questo significhi, morirà aggrappata alla tonaca di Don Matteo 19.

Dato che la serie racconta la vita nella redazione di un canale di news, il lato più amaro del naufragio italiano di The Newsroom sta soprattutto in quello che molti italiani guardano (per abitudine o per impossibilità di alternative) pensando di venir informati. Mentre Will McAvoy viveva la propria crisi di anchor man cinico e paraculo durante il disastro del Golfo del Messico, la cattura di Osama o le primavere arabe, che cosa scorreva sulla maggior parte degli schermi italiani? Be’, inchieste da brivido fra pensionati che ammettono di aver dato una bottarella alla badante ucraina ma di non averle intestato la casa, siam mica scemi, oh. Cronisti che si aggirano per Cogne dieci anni dopo facendosi – giustamente – sfanculare da chiunque. Per non dire dei duelli all’ultimo sputo fra Cicchitto e Sallusti, onde finire in gran bellezza con emozionanti resoconti sugli stracci che volano fra le cortigiane di Arcore.

(Ultimi aggiornamenti del 24 ottobre: The Newsroom è stata spostata al venerdì. Vediamo se l’odissea di Will McAvoy fra i palinsesti RAI finisce qui o meno).

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