Deutschland Tour: le luci di Amburgo

Ieri sera, ad Amburgo, guardavo dal finestrino dell’autobus che si avvicinava al centro della città. Il viale era costeggiato da ordinate palazzine di tre o quattro piani. Come spesso in Europa del Nord, i balconi sono rari ma le finestre sono grandi.

Non ci sono persiane o avvolgibili, al Nord. Non c’è mai un sole da cui difendersi. Ed evidentemente non ci sono neppure molti topi d’appartamento da cui difendersi, perché non c’è un’inferriata alle finestre, neppure al piano terreno.
Quando arriva buio quasi tutte le finestre si illuminano. La gente rientra dal lavoro e dalla strada puoi gettare un’occhiata nei loro soggiorni e nelle loro cucine, puoi vedere se alle pareti hanno quadri, fotografie o stampe astratte, puoi capire se amano le piante, il wenghè, l’arredamento minimale. Anche solo dall’illuminazione che hanno scelto (lampadario o piantana, luce diffusa o un piccolo abat-jour proprio sul davanzale) puoi provare a immaginare chi siano, come vivano, in quanti abitino in quella casa.
Non è raro scorgere una coppia che prepara una cena insieme, qualcuno che ancora si trattiene al computer, guarda la tv o corre sul tapis roulant. Eppure in metropolitana regna il silenzio assoluto perché ogni cellulare, ogni tablet, ogni e-book reader emana una bolla di privacy infrangibile che sconfina nell’autismo.
Per la durata di un rosso al semaforo, sono rimasto assorto in brevi scorci delle vite degli altri. Secondo qualcuno, alla base di questa abitudine c’è anche un’idea tipicamente protestante della (da noi tanto invocata) trasparenza, a cominciare dalla vita quotidiana. Per contro, da noi la trasparenza di quei vetri sarebbe inconcepibile e fastidiosa. Permetterebbe un’intrusione nelle mura domestiche, sacre e inviolabili nel bene come nel male. Talvolta sono così difese a suon di inferriate, avvolgibili e tende, al punto da dubitare che nelle case intorno a noi delle vite ci siano davvero.

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