I figli (illegittimi) del Conte Mascetti

I produttori di vino lo sanno. Per quanto eccelso, non si può vendere lo stesso vino a tutti. Per il palato di chi non è italiano o europeo, servono vini più amabili, più “abboccati”, meno impegnativi. Certa clientela non è abituata a retrogusti inaspettati, aromi complessi.

Questo ho pensato, guardando la versione tv dei Delitti del Bar Lume dai romanzi di Marco Malvaldi. Palomar e Sky sembrano infatti aver optato per una confezione da export che ammicca al prodotto DOC, a quella comicità toscana geniale, sorniona e irriverente, ma senza retrogusti che potrebbero infastidire alcuni palati.

Disgraziatamente il retrogusto di cui stiamo parlando è la ragione stessa di quel modo di ridere in faccia alla vita (e alla morte), l’humus da cui nasce il tralcio di vite inconfondibile. È quell’amarezza sottile che ti arriva un po’ dopo, a tradimento.

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La Toscana è un universo meraviglioso in cui gli uomini e la natura hanno trovato armonie irripetibili. Eppure, paradosso, queste meraviglie sono nate in una terra di inimicizie, rivalità e conflitti furibondi fra gli uomini. Come ricordava anche Nino Filastò, la Toscana è una creatura bifronte, spietata e progressista, raffinatissima eppure primordiale. In questo si annida la parte più vera, segreta e inestinguibile del suo fascino.

E proprio in questo disincanto hanno affondato le loro radici tanto il Monicelli di Amici Miei quanto il Cioni Mario di Benigni, fino alla casa Gori di Benvenuti o ai primi film di Francesco Nuti, esilaranti eppure amarissimi e profetici (una scena per tutte: la lotta del giovane pratese con il telaio, la fonte della fortuna economica divenuta macchina alienante e ostile).

I delitti del Bar Lume sembrano invece ripartire dall’anno zero in cui Leonardo Pieraccioni fece esplodere i botteghini in perfetto Zalone-style. Con Il ciclone di Pieraccioni (e poi il cabaret di Panariello) anche l’ultimo sentore di agrodolce si dissolse in un sapore standard, senza sfumature e senza sorprese.

Mutilata della sua amarezza di fondo, la tanto decantata comicità toscana ha perso la propria forza vitale. Ha smarrito la sua stessa ragion d’essere, cioè proprio il coraggio di sfidare un oscuro e apparentemente immotivato mal di vivere.

Rimangono così solo le c aspirate, i “deh”, gli “ovvìa” e gli “’un si pòle” esposti in bella vista come tante riproduzioni della Torre di Pisa che, se le giri e guardi sotto la base, ci trovi scritto “Made in Hong Kong”.

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