La strategia del CAZ

1186413-crisiE dunque la Mondadori ha sdoganato i Contratti ad Anticipo Zero. Qua, su Affaritaliani, trovate i dettagli.

Parentesi per i non addetti ai lavori: dicesi anticipo quella somma di denaro che un editore ti versa alla firma del contratto. Ti vengono pagati i diritti, in quel momento ancora presunti, che il libro ti frutterà con le vendite. Se il libro va male, però, tranquillo: l’editore non te li richiede indietro.

E l’editore, come lo calcola l’anticipo? In base a quanto gli interessa e gli piace il tuo libro, o in base a quanto prevede che venderà? Be’, l’una e l’altra cosa. L’anticipo non restituibile porta in sé questa ambivalenza. Il backstage dell’editoria è anche la storia di aste furibonde per romanzi sensazionali di cui, una volta pubblicati, nessuno ha più sentito parlare. Soltanto pochi anni fa, anche per accaparrarsi autori esordienti, i grandi gruppi sborsavano cifre che non avevano niente a che vedere con il concetto di rischio calcolato. Adesso, Mondadori parla di condivisione del rischio d’impresa da parte dello scrittore per autori esordienti o ritenuti poco commerciali perché troppo letterari. Una volta sottolineato che i due concetti sono ormai usati come sinonimi – quasi che qualità e dati di vendita abbiano raggiunto un divorzio consensuale – il succo è: io ti pago i diritti d’autore quando, e a seconda di quanto, il tuo libro effettivamente venderà.

Se l’acronimo di Contratto ad Anticipo Zero è piuttosto infelice, il concetto di per sé non è affatto scandaloso, direte voi. È vero. La realtà però ci impone almeno tre considerazioni.

La prima: per scrivere un buon romanzo ci vogliono mesi, talvolta anni. Come per il vino o il whisky, il tempo deve fare la sua parte. L’anticipo non restituibile non copre certo le centinaia di ore di lavoro che la stesura del testo ha comportato. Quindi, anche a fronte di qualche migliaia di euro, l’autore ha già investito non poco. L’anticipo piuttosto riconosce che, vada come vada, chi ha scritto un testo ha svolto un lavoro. Assume come implicito che scrivere non è solo venir percorsi dal fremito dell’ispirazione o sbrodolare in un file .doc le proprie paturnie. Stabilisce anche che pubblicare non è un privilegio, un vezzo o il tuo quarto d’ora di popolarità.

Andiamo con la seconda. Chi sta dentro al mondo editoriale sa bene come funziona: la promozione che un editore farà sul tuo libro è molto spesso proporzionale all’anticipo che ha sborsato. Se l’anticipo è stato consistente, l’editore entra in una spirale (giudicate voi se virtuosa o nevrotica) che lo spinge a rilanciare, per tutelare e valorizzare l’investimento iniziale. La potenza promozionale viene quindi indirizzata solo verso i titoli che sono stati pagati di più. Per quelli che sono costati poco o niente, ci si può ben affidare alla buona sorte. Per molti di questi ultimi l’anticipo zero avvia la spirale contraria di una profezia autoavverante. L’editore teme che non venda molto, quindi non rischia soldi nel promuoverlo. Ma s’è mai vista una promozione scarsa alzare le vendite di un titolo?

E infine la terza: anche le ragioni puramente economiche dell’anticipo zero (ah, la crisi) sembrano fragili. Innanzitutto perché, si dice, i Contratti ad Anticipo Zero (da qui in avanti, per brevità, CAZ) saranno limitati a pochi casi. Il che, oltre a creare un ghetto di autori col CAZ di cui nessuno ammetterà mai di far parte, fa pensare a cifre non così decisive per un grande gruppo editoriale. Proprio la Mondadori pubblicherà intanto le 900 pagine di City on Fire dell’esordiente Garth Risk Hallberg. Forte di un anticipo di due milioni di dollari sganciati dall’editore americano, be’, qualcosa mi dice che il suo agente non avrà ceduto i diritti di pubblicazione in Italia per qualche manciata di euro. I soldi risparmiati col CAZ servono allora per vincere le aste che grandi agenti letterari riescono a scatenare sulla base di rumours, strategie di comunicazione o previsioni non dissimili da quelle che hanno creato la bolla della new economy o dei mutui subprime. Ma in quel caso l’editore si assume tutto il rischio d’impresa senza obiettare. Ubi maior.I soldi negati a esordienti e autori poco vendibili vengono dirottati anche a strappare alla concorrenza scrittori già affermati, in operazioni sempre più onerose. Si capovolge così anche la vecchia idea secondo cui i guadagni della classifica possono essere reinvestiti nella narrativa di ricerca o per far crescere coloro che saranno i grandi autori di domani.

Dopo le considerazioni, le domande. Questo meccanismo è un effetto del calo del fatturato o piuttosto la principale ragione del calo dei lettori? Non è che, col CAZ, i grandi marchi inizino a ragionare come i famigerati EAP (Editori a Pagamento) che chiedono contributi in denaro agli aspiranti autori? C’è ancora uno scalino, è vero, ma la motivazione è la medesima: la partecipazione al rischio di impresa. Se l’autore diventa in qualche misura editore di se stesso, l’editore finirà per pubblicare un po’ di tutto, pur di non rischiare praticamente nulla? Ha senso abdicare al proprio ruolo pur di sopravvivere come mere entità contabili? Questa strategia del CAZ sembrerebbe destinata a mettere nuove ansie agli scrittori. E se invece segnasse l’inizio della fine degli editori?

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15 pensieri su “La strategia del CAZ

  1. Non ricordo chi abbia scritto che “Se non vale la pena di farlo per l’anticipo, non vale la pena di farlo”. Però suona vero. Anche perché aggiungerei la dinamica dei tempi. Oggi tu finisci di scrivere il tuo libro. Domani consegni. Passano alcuni mesi per impaginazione, stampa, lancio: mettiamo che il libro esca a settembre 2014. A seconda della tempistica dei rendiconti, ne passano alcuni altri prima che la distribuzione faccia i conteggi con l’editore, e poi l’editore con te: diciamo che i conteggi si chiudono al 31 dicembre 2014, la distribuzione li chiude al 31 gennaio 2015, l’editore ti manda un rendiconto entro il 31 marzo 2015. Tu lo guardi, hai un mese per approvarlo o fare osservazioni. Poi, siccome è un editore rapido a pagare, diciamo che ti paga entro un mese dal rendiconto, al 30 aprile. Un paio di giorni per il bonifico… Senza l’anticipo, oggi tu scrivi e i primi soldi li puoi spendere a maggio 2015. Si può chiamare lavoro una cosa così?

  2. Se tutto quel mi dà l’editore è carta e stampa e una distribuzione alla “vaya con Dios”, allora mi pubblico da solo in rete e, caro editore… vaya affan…!

  3. ma infatti nel momento in cui chiedi a uno scrittore di partecipare al rischio d’ impresa, chi gli impedisce di fare l’ imprenditore di se stesso e autopubblicarsi? Cosa che sta già succedendo, non so se qualcuno degli editori se ne è già accorto. è un modo per rendersi inutili

  4. La scrittura è un lavoro. Un’opera di ingegno. Lo sancisce anche la legge sul diritto d’autore. Ma non sta scritto da nessuna parte che debba essere a ogni costo il mestiere che ti permette di guadagnare a sufficienza per mantenerti. Accanto si può benissimo fare anche altro. Le vite di migliaia e migliaia di scrittori ce lo raccontano. Forse bisognerebbe avere meno pretese economiche.
    L’editoria è un’attività imprenditoriale a rischio d’impresa. Se come editore però non ti assumi il rischio non sei un editore vero. Punto. E infine non sta scritto da nessuna parte che ogni libro debba per forza diventare un best seller. Tutti, insomma, dovrebbero abbassare certe pretese, secondo me.

  5. Tutto l’articolo è altrettanto valido se applicato al mondo del publishing indipendente dei videogames, dove la situazione è la stessa da un po’ di anni e il CAZ è la norma per gli sviluppatori indipendenti quando si relazionano ai publisher.

  6. Caro Giovanni, il 99% delle persone che pubblicano con grandi case editrici non si è mai sognato di campare solo di diritti d’autore. Ha sempre fatto anche altro. Detto questo, anche l’idraulico è un lavoro. Posso dire a un idraulico: “La pagherò se e quando il tuo lavoro si dimostrerà valido. Se i rubinetti piaceranno ai miei ospiti e se non cominceranno a perdere fra sei mesi. Ci rivediamo fra un anno. E d’altronde non sta scritto da nessuna parte che si debba campare facendo l’idraulico. Può benissimo fare anche qualcos’altro.”

  7. Mi sembra una tendenza molto diffusa ormai quella di fare imprenditoria sul rischio altrui. La Mondadori crede probabilmente di poter scaricare tutto all’autore poiché un autore, soprattutto se esordiente, ambisce ad essere pubblicato da un grande editore. Quindi non è più un rapporto di lavoro ma un favore che il Barone ti fa a dedicarti il suo tempo. Non mi pare troppo diverso dagli stage non retribuiti con i quali si sfruttano persone nel meglio del loro periodo produttivo a fronte di nessun compenso. Per fortuna questi parassiti collasseranno sotto il peso della loro presunzione: se devo pubblicare gratis vado da Amazon che mi dà una percentuale più alta. Un’altra cosa che gli artisti in generale dovrebbero provare è il crowd founding: magari si inizia pubblicando online qualche racconto e poi si chiede il finanziamento per continuare il proprio lavoro. In questo modo ci si rivolge direttamente ai lettori e si ottiene anche l’anticipo.

  8. @Giampaolo: non penso che l’idraulico la prenderebbe bene… anzi, credo che farebbe fagotto e andrebbe via a male parole! La mia era, naturalmente, un po’ una provocazione, Il punto è che evidentemente esistono molti autori disposti a pubblicare gratis (alcuni pure a pagamento, per altro). E allora come la mettiamo? E sì, la scrittura è sempre un lavoro, ma anche qualcos’altro evidentemente. Stabiliamo dei limiti, allora. Ecco, non bisognerebbe mai pubblicare gratis o pagando e neanche pretendere la Luna ai primi tentativi, ma almeno un anticipo dignitoso, un minimo “sindacale” e poi il resto dipenderà dalle vendite. Dai lettori che un libro dopo l’altro si è capaci di coinvolgere. Alzando l’asticella di volta in volta. D’altronde l’editore è un imprenditore non un benefattore. A patto che faccia l’editore, cioè si assuma il rischio d’impresa, sappia selezionare i libri che propone, distribuirli e promuoverli come di deve. Sembrano cose banali e scontate, ma la realtà ci insegna che non lo sono a volte.

    • Che è poi il motivo per cui l’editore esiste. Perché è l’imprenditore che rischia, e il cui capitale viene poi remunerato dai guadagni. Ma anche perché ci mette le professionalità che un autore non necessariamente ha e che hanno redattori, curatori, grafici, illustratori, traduttori, uffici stampa, agenti, addetti alla distribuzione e al magazzino… Complessivamente è quello il mestiere dell’editore. Un autore che si autoproduce non è detto che possa fare lo stesso lavoro allo stesso livello. E se lo fa, questo lo fistoglie dallo scrivere il libro successivo, che sarebbe il suo vero mestiere.

  9. @ Andrea Angiolino. Un commento (Andrea Moro) notava un’analogia con la situazione degli sviluppatori di videogames: interessante. Io vorrei piuttosto far osservare che almeno da una ventina di anni a questa parte gli editori non sono più quello che pensi tu, o almeno ne sono rimasti molti pochi a garantire quelle che, giustamente, chiami «le professionalità […del] mestiere dell’editore»: redattori, curatori, grafici, illustratori, traduttori, uffici stampa, agenti, addetti alla distribuzione e al magazzino ecc. Tutti questi ruoli sono in via di smantellamento, ridimensionamento, schiacciamento ecc. Parlo per esperienza personale, dato che sono nel mondo editoriale dalla fine degli anni Ottanta, e ti assicuro che diventa sempre più difficile, angusto viverci. In breve: non ci si campa, rimangono solo i posti al vertice. Forse anche per questo si vanno diffondendo queste che paiono aberrazioni: anticipo zero, autopubblicazioni ecc. Probabilmente sono una reazione a una difficoltà che è sempre stata latente nel comparto complessivo, ma risulta assai accentuata dalla crisi attuale!

  10. […] Il post sui CAZ (Contratti ad Anticipo Zero) ha avuto molta risonanza in rete. Soprattutto fra blogger, editor, giornalisti, operatori culturali, librai, lettori forti. Pochissimi invece gli scrittori, Mondadori o meno, che hanno sentito propria la questione. Tutti gli altri sono quindi d’accordo. Oppure pensano che saranno sempre CAZ degli altri, o ancora temono di esporsi. Non mi interessa sindacare timori o opinioni individuali. È un fatto che questa somma di silenzi collettivi significhi una cosa sola: la Mondadori fa bene. […]

  11. Salve Giampaolo, secondo la mia esperienza il contratto ad anticipo zero, che per i colossi come Mondadori era l’eccezione, nel mondo della piccola e media editoria è sempre stato la regola. Concordi anche tu che il giudizio negativo su questa pratica vada proporzionato alle dimensioni dell’editore in questione?

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