Perché il film di Pif è una buona notizia (ma un po’ anche no)

Erano anni che non sentivo la sala applaudire alla fine di un film (festival esclusi, ovvio). È successo per La mafia uccide solo d’estate, il film di Pif. Sono curioso di sapere da chi legge questo blog se è capitato anche altrove.

È una buona notizia.

arturo-pif-giulio-andrettiL’altra buona notizia è che in Italia ci può essere gusto anche a essere intelligenti. Il film di Pif infatti se l’è giocata bene anche al box office, e per giunta in un periodo natalizio che offriva la consueta desolazione indegna per l’intrattenimento di un Paese sviluppato. Da commedie di Natale con battute già usurate quando ancora circolavano le Prinz NSU (a quando la improcrastinabile rivalutazione del Fantasma Formaggino, mi chiedo) ad arroganti burocrati dello sghignazzo che addirittura si bullano di “raccontare l’Italia” mettendo in scena la moglie acida che sventola in faccia al marito le mutande dell’amante. L’unica cosa che questi raccontano è l’incapacità del 70% degli italiani a capire una frase più lunga di due righe. Il che non solo taglia fuori tutti quegli italiani dalla lettura di Proust (e poco male, ne menano anzi gran vanto), ma li obbliga anche a votare per candidati che abbiano un programma di non più di una riga, tipo “togliere l’IMU”. Tanto, quando arriverà la nuova cartella di pagamento con tutte quelle righe scritte piccole, mica perderanno due minuti per leggere e capire che al posto dell’IMU ci sono tre tasse nuove, ancora più alte.

Una terza buona notizia è che il film di Pif è fresco e contiene un’idea di fondo che funziona molto bene. Almeno per tutta la prima metà.

Nella seconda metà invece arriva la cattiva notizia.

Nella seconda metà Pif sembra infatti pentirsi di aver riso della e sulla mafia. Nel frattempo abbiamo infatti visto morire Boris Giuliano, Rocco Chinnici, il generale Dalla Chiesa. Teme allora di essere stato troppo giocoso, anche perché è chiaro che la storia marcia ineluttabile verso le bombe di Capaci e di Via D’Amelio. Inizia così un uso sempre più ingombrante del materiale di repertorio. A storia finita, Pif conduce il figlio in una specie di visita guidata alle lapidi di tutti quelli che abbiamo visto morire. Pretesto fragilissimo: cosa può capire un bambino di pochi anni da quella sfilza cimiteriale? Poco o niente. Ma non è a suo figlio che il protagonista sta parlando. Quell’appendice è per lo spettatore. Ricordatevi che io ho scherzato ma la mafia no, vuol dirci Pif. Ce n’era bisogno?Aldilà del guadagnarsi esplicitamente il salvacondotto di un corretto impegno civico, la successione di lapidi strappa comunque un applauso di commozione.

Eppure quell’appendice è una tardiva dichiarazione di poca fiducia verso quello che Pif stesso ci ha raccontato. Volete un esempio pratico? Immaginatevi Benigni e Cerami mettere alla fine de La vita è bella una sequenza di repertorio con i campi di sterminio. Avrebbero automaticamente screditato e affossato tutte le emozioni appena suscitate con il loro film. E noi ci saremmo alzati dalla poltrona pensando “ehi, non sono ignorante, ho ben presente cos’era Auschwitz e non dubito che sia successo davvero”.

Forse Pif dubita che la sua storia sia stata capace di commuoverci e di farci riflettere camminando solo sulle gambe dell’invenzione. Forse teme invece che noi non l’abbiamo inquadrata correttamente per quello che è: una favola brillante su una memoria collettiva dolorosa. In sostanza, o non si fida di se stesso, o non si fida del pubblico. E se il primo può essere un problema suo, la seconda è una brutta notizia per chi, in Italia, crede che una storia debba provocare emozioni, e non tirarle fuori da un archivio in caso di bisogno.

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4 pensieri su “Perché il film di Pif è una buona notizia (ma un po’ anche no)

  1. Io l’ho visto prima di Natale, a Firenze: nessun applauso. Per me è un film con un’ottima idea di fondo (raccontare il tragico passando dal comico, con visione dal basso), alcune idee acute (Andreotti, l’intervista a Dalla Chiesa), ma con una sceneggiatura a volte incerta (alcune scene in famiglia o a scuola troppo telefonate) e una direzione degli attori un po’ approssimativa. Però ce ne fossero di film così, che tentano di portare con intelligenza e acume la nostra storia al grande pubblico. Sull’eccesso finale di materiale di repertorio e lapidi sono d’accordo con te.

  2. io l’ho visto a Palermo e sono palermitana
    nessun applauso
    condivido l’analisi, ed ho trovato tutto questo inquietante a Palermo, in cui c’e’ un’antimafia di moda nel medio-pensiero che rischia di fare molti danni perche’ blocca il pensiero
    altro dato inquietantissimo e’ che il film si fermi prevedilbimente al’92, mentre in un silenzio d’acciaio le cose continuano, in forma diversa, ma letali e feroci: quel povero bimbo si trovera’ a dover ricominciare tutto da capo, persino le lapidi non basteranno a futura memoria se, come diceva Sciascia, la meoria ha un futuro

  3. Sono d’accordo con ciò che sostieni sul finale che in pratica dà la zappa sui piedi alla pellicola. Quando la narrativa si riduce al mero documento qualcosa muore. E quella cosa la possiamo chiamare poesia o in altre maniere ma di fronte al documento morirà sempre, a mio modo di vedere.

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