Anni di pongo

Mentre su Rete4 si concludeva in tutta la sua magnificenza di scrittura, recitazione e regia l’acclamata serie inglese Downton Abbey, l’ammiraglia del servizio pubblico Raiuno proponeva la prima miniserie della trilogia Gli anni spezzati, incentrata sulla figura del commissario Calabresi.

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Be’, ci sono serate in cui la programmazione televisiva ti sbatte in faccia confronti davvero impietosi.

La fiction targata Albatross si è meritata tanto le mazzate di Christian Raimo su Minima&moralia quanto la impietosa stroncatura di Aldo Grasso sul Corriere. Nessuno, dagli scolastici sceneggiatori a un Solfrizzi sempre ingrugnito sotto un’orribile capigliatura di pongo, è dotato di capacità e conoscenze necessarie a raccontare un periodo così complesso o a tratteggiare in poche scene autentici giganti come Giangiacomo Feltrinelli.

Persino i dettagli lo rivelano: come si fa notare qui, in una scena compare un manifesto contro Casapound. In una fiction fortemente caldeggiata da Maurizio Gasparri ti aspetti certamente che i comunisti siano per definizione creature diaboliche capaci di tutto, ma affiggere agli albori degli anni Settanta un manifesto contro un’organizzazione di destra che sarebbe nata nel 2003 presuppone una preveggenza che, la Storia ce lo ha amaramente insegnato, la sinistra non ha mai avuto.

Agli anni spezzati-2ldilà di piccoli e grandi sfondoni, Gli anni spezzati fallisce nella sua goffa mission di riscrivere la Storia essenzialmente perché è girata male e recitata, se possibile, ancora peggio.

Pensateci bene: la grande epopea del West è storicamente disonesta, Salieri non ha mai assistito Mozart sul letto di morte e La Corazzata Potemkin è un’opera di propaganda piena di fregnacce. Ma John Ford, Milos Forman e Sergej Eisenstein possedevano quella cosa chiamata talento. Quella cosa che non ci fa domandare se “è successo davvero?” perché fa succedere qualcosa in noi spettatori. È quella la sua verità indiscutibile.

Se Gli anni spezzati è impresentabile come arma culturale sofisticata, fa comunque il suo sporco lavoro nel cannoneggiare alla grossa il bersaglio vero: gli anni Settanta. La cupa raffigurazione degli anni di piombo rimane ancora un pilastro irrinunciabile dell’egemonia culturale affermatasi in Italia dopo la marcia dei quarantamila e con il potere mediatico di Berlusconi. È una rappresentazione impressa a ferro e fuoco nell’immaginario comune alla stregua dei secoli bui del Medioevo e fa da pendant ideale con la gloriosa mummificazione dei mitici Ottanta in salsa Vanzina.

Ma negli anni Settanta utopie e generiche “liberazioni” si trasformarono in emancipazioni e diritti concreti. Cambiò la scuola e cambiò la famiglia. Negli anni Settanta nacquero libere le radio e le tv che negli Ottanta sarebbero divenute private e quindi commerciali. Si registrò un’esplosione di creatività mai più avvenuta e, dal design alla moda, dalla musica al cinema, gli anni Settanta sono ancora oggi un serbatoio inesauribile di idee e di ispirazione, sia per uno come Quentin Tarantino, sia quando i Daft Punk piazzano una hit come Get Lucky nelle top charts del 2013. Molti oggetti concepiti in quegli anni tendono ostinatamente a non apparire datati. Anzi. Sono molto più moderni dell’ovatta con cui gli anni Ottanta finsero di avere spalle larghe e robuste.

Tutto questo successe anche perché furono, è indiscutibile, anni di scontro e di conflitto. Ed è proprio questa parola oggi temuta e impronunciabile, conflitto, che li rende bersaglio ossessivo di questi esorcismi di bassa lega.

◊ ◊ ◊ ◊

P.S.: Aggiornamento del 12 gennaio. Altre gustose perle di sciatteria quasi comica. Dal sito il megafonoquotidiano, ecco un fotogramma in cui compare una sigla sindacale a dir poco surreale. FIOM CISL. FIOM CISL?

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Ma l’ignoranza di questo manipolo di valorosi mandati allo sbaraglio in prima serata non risparmia nulla. Nemmeno i Rolling Stones. Dalla pagina Facebook di Alessandro Menabue, ecco apparire su una parete la copertina di Some Girls, risucchiata indietro dal 1978 al 1969 grazie a una tana di verme spazio-temporale. Andiamo, chi non ne ha una in tinello?

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4 pensieri su “Anni di pongo

    • Sedizione e sedazione? Si, certo, ma non solo. Gli anni ’70 erano gli anni della gioventù: eravamo una nazione giovane, piena di giovani e di voglia di cambiare. Gli anni recenti sono gli anni della vecchiaia: siamo una nazione vecchia, i giovani sono pochi e fuggono e gli immigrati non ci trovano attraenti. Le rivoluzioni le fanno i ventenni, non i sessantenni. Dove non possono l’ideologia e la politica, riesce la brutale demografia.

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