Italian Beauty

Il capitale umano di Paolo Virzì è un film molto bello. È l’unico vero noir che si sia visto in Italia dai tempi de Le conseguenze dell’amore del fresco candidato all’Oscar Paolo Sorrentino. Ma tu pensa, delle volte, le coincidenze. Mentre Sorrentino sbanca con La Grande Bellezza, il cineasta toscano si impone con una sorta di Italian Beauty.

Il capitale umano affonda nelle radici più profonde del genere, radici che solo gli ignoranti possono confondere con fiotti di sangue, grandinate di proiettili e procaci ragazzotte oggetto di ogni sevizia.

La nascita del noir (sia letterario che cinematografico) segnò soprattutto la fine dell’oggettività narrativa e l’ingresso nella narrazione soggettiva, e quindi nel regno di verità limitate, incerte e confutabili. Anche nel caso in cui queste visioni parziali ci restituiscano un mosaico di verità abbastanza solido (come avviene alla fine di questo film), concetti come “innocenza” e “giustizia” sono definitivamente andati in frantumi.
Una sensazione non rassicurante che Paolo Virzì mitiga solo a un minuto scarso dalla fine del film. Una sola scena senza la quale sarebbe persino difficile attribuirgli questo film, se non per la sua capacità di dirigere gli attori – una virtù quasi soprannaturale: ti pare che con lui anche un attaccapanni possa aspirare a impersonare un dignitoso Re Lear. Se quando ci faceva ridere e sorridere ci lavorava ai fianchi con l’amarezza della grande commedia italiana del dopoguerra, stavolta che invece non si ride mai, ma proprio mai, Virzì non se la sente di mandarci a casa senza una speranza. Come un noirista duro e puro avrebbe sicuramente fatto.

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Questo film un difetto ce l’ha, ma vi avverto che sto per entrare mani e piedi nel paradossale.
Il difetto è che un film così, in Italia, lo abbia dovuto (e potuto) fare Paolo Virzì, nel 2013. Lasciamo pure da parte i capisaldi illustri della narrazione scomposta in punti di vista (Kurosawa di Rashomon e Kubrick di Rapina a mano armata). Rimaniamo ai nostri anni. Il capitale umano è un libro di Joseph Amidon, uscito in America nel 2004. Ma, per esempio, American Beauty è del 1999, Amores Perros del 2000. Nel frattempo abbiamo visto pellicole come Onora il padre e la madre di Sydney Lumet (2007) e abbiamo letto libri come La cena di Herman Koch (2010). Tutte opere che hanno analizzato nel microcosmo delle relazioni personali la caduta libera (morale) della classe dirigente e la fine ingloriosa (economica e quindi morale) del ceto medio. Tutte opere che hanno proposto strutture narrative non convenzionali.
Tutte opere che, però, in Italia non si sono sapute scrivere e non si sono volute produrre (invertendo la relazione causa-effetto, il prodotto finale non cambia). Perché? Perché “poi la ggente nun capisce”, e perché “ahò, ma nun se ride”.

Il capitale umano è un film molto bello.
E la gente sembra capirlo e apprezzarlo anche se “nun se ride”.
Difficile al momento dire se e come influenzerà il nostro prossimo orizzonte di storie. Non so se rappresenti una salutare sirena d’allarme quasi fuori tempo massimo, o se rischi di essere solo la certificazione, impeccabile ma non meno umiliante, del ritardo abissale che l’Italia ha accumulato in questi venti anni. Come nell’innovazione tecnologica o nelle ormai mitologiche “riforme”, così nel racconto adulto di se stessa.

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