La grande vecchiezza

Le conseguenze dell’amore è fra i miei film preferiti di sempre, ma dopo Il Divo io Sorrentino non lo reggo proprio. La mia opinione conta uno, o forse zero, ma almeno non l’ho cambiata stanotte. C’è da scommettere che lo faranno in molti, visto che in Italia alla critica il film non piacque affatto.

Sorrentino degli ultimi due film mi fa pensare a Battiato: chiedere a un suo fan che c’azzeccano la giraffa e i fenicotteri o perché muore la Ferilli è come farsi spiegare che cazzo mi simboleggiano i gesuiti euclidei / vestiti-come-dei-bonzi-per-entrare-a-corte-degli-imperatori / della dinastia dei Ming.

Vieni guardato come si guarda un idiota: non c’è niente da capire, lui è un genio (che rimanga fra noi ma io, i fan di Battiato li manderei a raccogliere ortiche per le strade di Pechino, ma sul serio).

Il genio italico diventa sempre carisma esente da qualsiasi dialettica, leadership taumaturgica, investitura messianica. In Italia è genio innanzitutto chi è profondamente convinto di esserlo.

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Ma al di là delle opinioni e dei gusti, è più importante chiedersi cosa significa questo Oscar. Perché proprio l’inevitabile paragone con il fascino de La dolce vita di Fellini (a cui Sorrentino non si è certo sottratto) ci fa capire quale è o quale sarà il posto dell’Italia nell’immaginario collettivo di questi anni.

Quello di un paese vecchio, raccontato da un regista che, per sua stessa ammissione, non è mai stato giovane. E quando scrivo vecchio non intendo dire che i Fori Imperiali e il Colosseo hanno duemila anni o che Gambardella inizia a intravedere i settanta. La vecchiaia non è una questione anagrafica. Noam Chomsky e Clint Eastwood, per dire, a me non sembrano vecchi. La vecchiaia è quando non si ha più la forza e la voglia di mettersi in discussione, di intraprendere un viaggio, di innamorarsi. Lo cantava in maniera lancinante Leo Ferré: Le coeur, quand ça bat plus,
 c’est pas la pein’ d’aller chercher plus loin. Quando il cuore non batte più, non vale più la pena di cercare più lontano. Avec le temps on n’aime plus. Con il tempo, si smette di amare.

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La vera vecchiaia, ecco, è quando niente vale più la pena. Il cuore batte ma è un banale accessorio idraulico. La decomposizione è rimandata, i batteri non lavorano e non c’è fetore, ma la vita è già finita. Il film di Sorrentino, nella sua assoluta mancanza di amori, di rabbie, di disperazioni, di gioie e di tristezze raffigura per due ore e mezzo questo limbo di pre-morte.

Il cinema hollywoodiano è imperniato sulla figura dell’eroe che lotta e forgia il proprio destino, sul mito della strada e della frontiera, quindi del movimento e della trasformazione. Visti da laggiù, noi europei, e in particolare noi italiani, dobbiamo sembrare tutto l’opposto. Siamo gli eredi esotici e improduttivi, un po’ dandy e un po’ freak, di qualcosa che sta a metà fra un luccicante rigor mortis e una mollezza imbelle che nessun botox riesce a camuffare. E, quel che è peggio, abbiamo ormai perso la capacità di soffrirne.

L’Italia de La Grande Bellezza sarà la location ideale per il brivido esotico di una vacanza coolturale. Un luogo in cui non viene voglia di sprecare più di una settimana della propria esistenza.

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10 pensieri su “La grande vecchiezza

  1. Credo che le parole di Simi, meglio di chiunque altro letto fin’ora, oggi che la notizia è fresca, riflettano alla perfezione anche il mio pensiero. Per altro, Giampaolo, sei la prima persona assennata che conosco che spara a zero contro Battiato. Non sei solo e condivido con te questa ripugnanza. per lui e il suo lavoro. Sorrentino è un buon regista ma dannazione, un Oscar e qualcosa che davvero mi pare troppo. Adesso c’è d’aspettarsi quindi che lo diano pure a Virzì?

  2. Ciao Giampaolo. Condivido appieno con te il giudizio sulle Conseguenze dell’amore. Io su La grande bellezza, come te, mi ero espresso prima dell’Oscar. Mi dispiace che l’abbia vinto, ma per le ragioni opposte alle tue. Suppongo però che sia dovuto soprattutto alla fascinazione che Servillo mi suscita. Servillo per me è una poesia che si muove, quindi mi secca un po’ che abbia vinto un premio sciocco, per come lo reputo io ovviamente. A volte un libro lo ami per un passaggio incredibile che oscura, per fortuna dello scrittore, tutto il resto delle inutili parole. Quindi sì, dopo Il Divo.., e La grande bellezza forse non è tutto questo gran film (Sorrentino e Servillo durante un’intervista – prima dell’Oscar, – non accettavano assolutamente il paragone con La dolce vita) ma Servillo sulla terrazza che spegne a parole l’Italia, o durante la sua camminata lungo il Tevere per me sono una cosa memorabile. Del resto una vita non la getti in blocco perché ha qualche difettuccio… (dal film Seabiscuit).

  3. Servillo è un grande attore, Paolo Sorrentino un signor regista. Non voglio buttare niente, non voglio nemmeno giudicare quanto ha deciso l’Academy. Voglio solo capire cosa significa.

    • Cosa significa per te o per chi? A me bastano le emozioni che mi ha suscitato il film. Cosa significhi poi per il cinema italiano.., spero serva al cinema italiano. O spero servi a Sorrentino a fare meglio, e non come è stato per Benigni, a fare peggio… 🙂

  4. Concordo con le considerazioni sul film di Sorrentino ma per Battiato è diverso: c’è un conflitto frontale tra la parola (suono + significato) e la musica (suono e basta). In qualche modo in una canzone o soffre la musica o soffre la parola che per farsi musica deve sottomettersi ad un flusso che la porta fuori significato. Anche le canzoni dei Beatles sono fallaci da un punto di vista dei testi mentre quelle di Dylan ad esempio lo sono dal punto di vista musicale, Come quasi tutte quella cantautorali in cui il testo ha una prolissità necessaria al racconto di un qualcosa. Poi è esistito Mozart d’accordo.

  5. Cosa significa per il cinema italiano, certo, e per l’immagine del Paese nel suo complesso. Ma attenzione, quello che mi preoccupa non è il raffigurare la decadenza o l’immobilismo. Perché allora, che facciamo, contestiamo Il Gattopardo per questo? O Gente di Dublino? No di certo. È che qui, per me, manca il soffio vitale. È un film morto. Cosa che fra l’altro adombra anche Sorrentino stesso in una sua intervista.

    • Io non lo so cosa è per te il soffio vitale, non posso saperlo, quindi non posso sapere cosa manca a questo film per te. Quando sono davanti ai resti dell’antichità non c’è soffio vitale se non il mio attraverso il quale quelle macerie in qualche maniera rivivono. Forse è proprio questo il parametro. Davanti al film di Sorrentino mi sono annoiato, meravigliato, goduto, incazzato, esattamente come nel complesso del mio quotidiano. Il soffio vitale io l’ho avvertito, e accetto che tu non lo abbia avvertito (sempre che lo si percepisca alla stessa maniera). Mi immagino così che sia non tanto la scelta linguistica in discussione quanto ciò che questa porta alla luce. Una natura morta che non si rassegna e che non ha consapevolezza di sé. Una sagra degli zombi. – Abbiamo visto un film dell’horror e non ce ne siamo accorti? – E questo film non è il racconto lucido di uno spaccato della nostra società italiana? Può non piacere e siamo d’accordo, ma questo ha rappresentato Sorrentino, e per gli americani dell’Academy, i quali hanno un rapporto più vivo di noi con questa rappresentazione, non gli è parso vero forse premiare chi si è fatto beffa di sé stesso. Ora però mi piacerebbe sapere, se posso, come ti fa sentire giudicare La grande bellezza un film morto?

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