Il giallo italiano e la sindrome Fouché

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Joseph Fouché, fondatore della Sûreté.

In un recente articolo apparso su Officine Masterpiece di Corriere.it, Stefano Piedimonte si chiede come mai i giallisti italiani non siano significativamente presenti al Premio Strega. Innanzitutto diciamo che, solo per limitarci alle ultime edizioni, ci sono stati nella cinquina finale autori come Gianrico Carofiglio, thriller come “La colpa” di Lorenza Ghinelli, fino al secondo posto di Alessandro Perissinotto nel 2013 con “Le colpe dei padri”. Se poi estendiamo l’indagine alle dozzine del prescelti, troviamo qualcosa di più di nuances noires nei romanzi di Ugo Barbàra, Raul Montanari, Massimo Lugli, Bruno Arpaia.
Diciamo anche che un Premio si dà a uno scrittore e non a un genere. E poi compilare statistiche sulla base di un genere, in un momento in cui tutto è ibrido, mi pare difficile e sterile. Ma in ogni caso, credo che dovremmo ribaltare del tutto l’interrogativo. Perché mai il giallo italiano dovrebbe entrare di prepotenza al Premio Strega? Che tipo di riconoscimento, che tipo di legittimazione ne dovrebbe ottenere?
A mio avviso nessuna.
Il cosiddetto giallo italiano nasce proprio per smantellare l’annosa divisione fra letteratura alta e letteratura bassa di cui i premi in Italia sono spesso stati la massima espressione. Per raggiungere questo obiettivo, fa una cosa molto seria e importante: interviene sul linguaggio, rimescolando le carte fra italiano medio e dialetto, fra gerghi e lingua corrente. Da un punto di vista strutturale investe nella trama, e quindi nell’attenzione non passiva del lettore, creando con lui una sorta di “gioco alla pari” anche grazie alle regole della detection.
Un’operazione così nobile poteva ottenere senso e legittimità soltanto nei freddi e spietati numeri del venduto in libreria. E a partire dalla fine degli anni ’90 li ha ottenuti. Il successo commerciale è senz’altro la ragione per cui Camilleri o De Cataldo non sono mai nemmeno entrati in cinquina allo Strega, ma non per volontà dei critici o di un establishment culturale che non vuole ammettere il giallo nel salotto buono onde gratificare invece l’autore raffinato che vende poco. Ma come si può credere, nel 2014, che un Premio come lo Strega sia deciso da critici letterari? A parte il fatto che un establishment di critici in grado di indirizzare tendenze non esiste più, il Premio Strega è un grande risiko di uffici stampa, cordate e alleanze, patti di desistenza e grandi elettori che detengono pacchetti di voti. Immaginate di essere Mondadori, Rizzoli o Feltrinelli: spendereste mesi di lavoro per far vincere un autore di gialli che già stravende? Oppure utilizzereste il Premio Strega per promuovere un autore su cui avete investito molto, ma che ha bisogno di una grande ribalta per allargare il suo pubblico? Bene ha fatto Rizzoli a puntare sul romanzo di Walter Siti, portando un testo di valore a superare le novantamila copie (e quindi in questo caso devo anche correggere l’amico De Giovanni sullo spread fra le tirature di chi vince il Premio Strega e di chi sta in classifica, ricordando che oggi quattro-cinquemila copie in una settimana sono sufficienti a mandarti in top ten).
Nel momento in cui il giallo italiano riveste una grande importanza nella produzione libraria, invocarne una sorta di incoronazione ufficiale significa ragionare con gli stilemi dello status quo ante. Porta con sé anche il rischio paradossale di dar ragione a chi denuncia una sorta di “dittatura del giallo”. Un’interpretazione debole nelle sue premesse storiche, ma che ci deve mettere in guardia da un fenomeno già in atto e molto preoccupante. Il giallo italiano ha rivoluzionato il panorama editoriale, ma abbiamo imparato tutti che il destino di molte rivoluzioni è dare pieno e beffardo significato alla parola in senso astronomico: un movimento che si dice completo solo quando il pianeta è tornato esattamente alla sua posizione di partenza. Le rivoluzioni nascono utopistiche e muoiono di cinico realismo, scoppiano per il popolo e creano nuove élite, restaurano in altre forme la sostanza che avevano smantellato. Non augurerei proprio al giallo italiano quella che potremmo definire la sindrome di Fouché, il fondatore del primo corpo di polizia della storia (tanto per finire in tema). Nato moderato, diventò giacobino e poi tradì Robespierre, fu uomo forte di Napoleone e alla sua caduta tentò persino di risalire sul carro della monarchia con Luigi XVIII. Ma quest’ultima piroetta non gli riuscì. Morì in miseria e senza lasciare grandi rimpianti.

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