Quanta fretta, ma dove corri?

emigrationIeri ho preso due voli. Stessa compagnia – Ryan Air–, stesso tipo di aereo, stesso numero di persone a bordo.
Da Cork a Londra ho fatto la fila per l’imbarco, ho trovato posto al mio bagaglio in cabina come tutti gli altri passeggeri, ho sistemato le mie cose, mi sono seduto e l’aereo è partito in orario. All’atterraggio, si sono alzati prima quelli delle file vicine alle uscite e via via tutti gli altri. È molto semplice: aspetti che si alzi quello davanti o dietro di te, poi ti alzi tu, trovi il corridoio sgombro ed esci. Chi aveva un posto nella parte centrale ha dovuto aspettare circa sette minuti e mezzo per scendere dall’aereo. Non è un lasso di tempo in cui si possano apprezzare neppure i primi segni della mummificazione.
Secondo volo, da Londra a Pisa.  Gli italiani sono la maggioranza. All’imbarco ci sono tre o quattro scalmanate che pretendono di essere nella fila “priority”, mentre sventolano il loro foglio stampato con scritto chiaramente “Other Q”. Si sono sbagliate a prenotare, ma quasi minacciano di chiamare l’Ambasciata. Poi ecco i soliti furbi, quelli che arrivano a un passo dal desk e fanno: “Oddio, ma è tutta questa la fila dell’imbarco per Pisa?” No, Ciccio, stavamo tutti qui, uno dietro l’altro, a giocare alle belle formichine.
Imbarcati i passeggeri con la Priority, tocca alla nostra fila. A quel punto arriva un sessantenne vestito come Lapo Elkann che esige di imbarcarsi subito perché lui ha la famosa Priority. Lo steward gli fa presente che purtroppo è arrivato tardi. La Priority vuol dire che ti presenti al gate all’apertura come tutti gli altri, fai la fila più corta ed entri in aereo prima, non che arrivi all’ultimo minuto perché stavi a cazzeggiare al duty free e  ora il Mar Rosso degli altri fessi si apre davanti a te per farti passare.
Old Lapo schiuma rabbia e, nello spazio fra il gate e il velivolo risale posizioni neppure fosse Alonso con la carretta rossa che gli è toccata quest’anno. Me lo ritrovo alle spalle mentre impiego una trentina di secondi a mettere la mia giacca in maniera che non porti via inutilmente posto. Quello sbuffa come un facocero e passa di forza, arandomi una caviglia con il trolley. Mi calmo solo pensando ai titoli dei tabloid inglesi del giorno dopo: “Mamma mia! Ignobile rissa a Stansted fra i soliti italiani”.
In pochi secondi si scatena comunque il caos. Gli stipetti sono ricolmi, il corridoio è intasato di trolley, la gente è immobilizzata, i bambini strillano, padri e madri si urlano da una distanza di due metri e mezzo come se fossero sul ponte ormai inclinato del Titanic. Le hostess si prestano a portare i bagagli in eccesso nella stiva, ma ricevono risposte del tipo “io non mi fido mica a lasciarvi la mia valigia così” (giuro).
La ragione del caos è quantomai semplice. Molti hanno portato in cabina zaini da montagna, altri hanno usato gli stipetti come loro guardaroba personale, ripiegandoci con cura il proprio piumino Moncler (e siamo alla fine di aprile), senza parlare di qualche signora che ha imbuzzato la propria borsa a mano con tre chili di biancheria sporca. Ora non ha certo voglia di tenersela in grembo. E si rifiuta anche di infilarla sotto il sedile, perché poi non può muovere le gambe. Ecco.
Il volo parte in ritardo di venti minuti. All’atterraggio, tutti si alzano che l’aereo non è ancora fermo. Scatta l’assalto all’apertura degli stipetti, la corsa a chi accende per primo il cellulare e trova campo, neppure fossimo a bordo dell’Apollo 11 e dovessimo comunicare di aver toccato il suolo lunare.
Il corridoio si intasa di gente in piedi, aggrappata alla maniglia del trolley, con il collo reclinato e le braccia scomposte. I minuti che precedono lo sbarco diventano interminabili perché la carlinga del 737 si trasforma nel 64 che va da Piazza Venezia alla Stazione Termini. Sembra che tutti debbano saltare giù alla prossima e abbiano paura che il mezzo riparta prima che siano scesi.
Considerando che è in gran parte un volo di vacanzieri per il ponte del 25 aprile, mi domando cosa sia tutta questa fretta, tutta questa ansia. Uscire, arrivare prima degli altri. Ma poi dove? Sforare di un qualcosina, piegare una regola ai propri capricci, farla in barba a qualcuno. Ma perché, alla fine? A suon di assecondare questa inutile smania, quale risultato abbiamo ottenuto? Essere in ritardo. E forse non solo di venti minuti.

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