Ribelli, sognatori e miliardari

John_Lennon_Working_Class_Hero_Logoshirt_t-shirt_M_SUn giorno qualcuno calcolò quanti soldi  guadagnava John Lennon al minuto (al minuto!) soltanto in diritti d’autore. Non mi ricordo, ma era spaventoso. In pratica, John Lennon era un uomo che, ascoltando ogni singolo battito del proprio cuore, poteva immaginarsi un registratore di cassa che trillava. Eppure nessuno ha mai pensato a lui in questo modo ascoltando Working Class Hero, Give peace a chance e Imagine. Per tutti Lennon era un ribelle, un sognatore, un idealista.
E anche Springsteen, quando si presentò sul palco a cantare di gente che vive intorno a un falò sotto i viadotti, aveva già accumulato una fortuna stratosferica. Qualcuno forse si chiese quale diritto avesse a scrivere quella canzone? Qualcuno gli ha mai rimproverato il suo impegno a fianco dei democratici dicendogli: “si fa presto a essere progressista, quando si è ricchi sfondati”.
Sento già l’obiezione: Lennon e Springsteen, Vasco Rossi e i Clash non sono figli di papà. Non sono nati ricchi e ricordano ancora come si vive con uno stipendio base. Vero, ma non sempre e non del tutto. Joe Strummer era figlio di un funzionario del Ministero dell’Interno di Sua Maestà, Damon Albarn di una nota artista e di un designer. Il padre di James Taylor era ben più che agiato, mentre i genitori di Adam Clayton si trasferirono a Dublino andando ad abitare nel sobborgo più chic. Venendo in Italia, uno come De André la fame in vita sua non l’avrebbe sicuramente mai fatta. E poi fra l’essere agiati e guadagnare come una popstar c’è sempre un salto enorme.
La verità è che non se ne esce. Il discorso è fasullo.
Se una volta i ricchi avevano sempre ragione perché erano ricchi, è assurdo dire che aver guadagnato molto inficia alla base un’opinione. L’argomentazione che “se sei davvero di sinistra non puoi essere ricco” (e viceversa) è un vecchio, detestabile pseudo-argomento tanto caro alla destra più rancorosa e qualunquista. E non solo. Screditare il personaggio Piero Pelù, invece di replicargli nel merito, ricorda la discutibile dialettica della Pravda dei tempi d’oro.
È deludente sentirla usare dal PD nei confronti del cantante dei Litfiba.
Ed è molto bizzarro che l’accusa più inquietante rivolta a Renzi (essere il boy scout di Licio Gelli) sia stata subito oscurata dalla faccenda dei famosi ottanta euro. Con risultati, fra l’altro, sgradevoli quanto le dichiarazioni di Pelù dal palco. Ho sentito candidate del PD ricordare, in sostanza, che certa gente è messa così male che ottanta euro in più al mese possono essere un buon argomento elettorale (perché, ricordiamocelo, ci si fa la spesa per due settimane).
Bastava dire che restituire anche solo ottanta euro a chi le tasse le ha sempre pagate è innanzitutto un atto di giustizia sociale, non un’elemosina.
Bastava dire che Pelù, come qualsiasi altro rocker, la forma di politica più alta non la fa sbandierando opinioni legittime o intenzioni di voto da una ribalta tv che ai comuni cittadini è preclusa. Non c’è niente di meritorio in questo.
La bella politica, come Lennon e Springsteen insegnano, un rocker la fa con la bellezza, l’onestà e la forza delle canzoni che scrive.
Se, e fin quando, gli riesce.

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