Senza Luigi

Il mio primo Salone del Libro è stato quello del 1999. Un giorno solo. Avevo una camicia a quadri da grunge ortodosso e uno zaino. Il mio Direttissimi altrove stava per uscire per Vox di DeriveApprodi, la collana diretta da Luigi Bernardi che aveva appena sfornato i primi titoli. Ci avevo lavorato durante tutto l’inverno assieme a lui. E per la prima volta qualcuno aveva visto in un mio romanzo delle potenzialità che nemmeno io avevo colto.
Ci fu una specie di presentazione collettiva, in cui vennero lette alcune pagine di Bassotuba non c’è di Paolo Nori. Non c’era neppure Nori, a dire il vero, era all’ospedale dopo uno spaventoso incidente d’auto. Le pagine erano fantastiche ed esilaranti e, anche se all’inizio pareva brutto esser tutti lì a ridere mentre l’autore di tanto spasso languiva in un letto d’ospedale, alla fine ridevamo tutti e in fondo, se ridevamo, voleva dire che Paolo Nori era bravo. Lo era e lo è. Non a caso lo ha scoperto Luigi Bernardi.

luigiPer quasi quindici anni, lungo i corridoi del Lingotto, prima o poi Luigi lo vedevo sempre spuntare. Camminava senza fretta a piedi divaricati, sorvegliando tutto da sotto le sopracciglia sornione. In genere era dotato di Mac ultimo modello. Scalpitava per uscire a fumare o tornarsene in albergo, però c’era. C’era l’anno in cui mi disse che stava rileggendo le bozze di un libro importante (Romanzo Criminale), c’era quando parlammo per la prima volta di un mio noir per Einaudi, c’era anche quell’anno in cui la Juve perse lo scudetto nell’acquitrino di Perugia e quando poi l’Inter glielo spedì in regalo da Roma a Udine.
Certe volte smettevamo di dirci delle cose e rimanevamo in silenzio, perché quando finisci un argomento è come quando finisci un capitolo: non devi arrivare per forza fino a fondo pagina. Lasci il bianco, il vuoto. Rifiati. Anche quello serve.
Luigi c’era anche quando a un certo punto sentì di aver dato tutto, come editore, traduttore e curatore. C’era anche se osservava l’ambiente editoriale trasformarsi in una cesta sempre più stretta e sempre più affollata di granchi che tentano disperatamente di raggiungere il bordo, senza più alcun progetto che non sia sopravvivere un altro po’.
C’era anche quando smise di essere ottimista. E vi posso assicurare che ha saputo essere una delle persone più ottimiste che abbia mai conosciuto. Ma chi ama le sfumature più ruvide del noir sa anche riconoscere quando la deriva è arrivata a un punto di non ritorno, sa decifrare un destino anche quando non ha alcuna voglia di rassegnarcisi.
Domani, al Salone del Libro, parleremo di un romanzo collettivo (Verità Imperfette, Del Vecchio) a cui Luigi Bernardi non ha fatto in tempo a partecipare. Per quanto mi riguarda, anche se Bernardi, come Bassotuba, non c’è, io ne parlerò come se lui ci fosse. Proprio lì, accanto. A guardarmi da sotto le sopracciglia sornione per farmi capire che devo stringere, sennò rischio di diventare troppo melenso.

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2 pensieri su “Senza Luigi

  1. Ho avuto modo di incontrare qualche volta Bernardi, di lui avevo letto molta più roba di quanto pensassi tra cose sue e cose che aveva curato. Una volta gli spedii pure un mio racconto e, con mia grande sorpresa, gli piacque e mi diede pure qualche consiglio. Per me quel che diceva era sempre uno stimolo continuo per rimettere in discussione quelle tre/quattro certezze che ritenevo di avere. Senza saperlo mi ha insegnato molte cose, gli ho invidiato la sua lucidità e onestà intellettuale, il modo che aveva di guardare lontano. Una figura come la sua manca davvero. Per me c’è come un vuoto.

  2. Luigi c’è ancora, ci sarà sempre, ci fa compagnia anche quando non ce ne accorgiamo, è lì, dietro le nostre spalle, con la sigaretta stretta tra le dita, a fumare controvoglia, ma rabbiosamente, è lì a controllare quello che scriviamo. Ci vuole bene, Luigi, e non può lasciarci da soli. Mai. Per il nostro bene e quello dell’editoria.

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