Il romanzo è morto, l’editoria è in crisi (ma anche il ministro è un po’ a corto di idee)

«Il segno distintivo della cultura contemporanea è un rifiuto attivo della difficoltà in tutte le sue manifestazioni estetiche, accompagnato da un risentimento che identifica in quella difficoltà una forma di elitarismo politico.»

Chiedo perdono per la (mia) traduzione, ma l’articolo dello scrittore inglese Will Self su The Guardian mi ha colpito così tanto che spero di invogliarvi alla sua lettura. È in inglese, lo trovate tutto qui.

Will Self scrive che la fine del romanzo questa volta è arrivata sul serio. Non la fine di una certa forma di romanzo, ma dell’idea stessa di un’opera narrativa che abbia grande respiro, certe ambizioni e soprattutto quel ruolo di pietra miliare nel dibattito culturale che siamo stati abituati a riconoscergli.
L’articolo mi ha colpito anche perché è stato pubblicato pochi giorni prima del Salone di Torino in cui libro, lettura, romanzo, scrittura e narrazione sembrano entrare in una gigantesca centrifuga.

© Salone del Libro di Torino

© Salone del Libro di Torino

Quando ti aggiri per i padiglioni del Lingotto tutto sembra fondersi in un continuo e indistinto rumore di fondo, in un unico lamento sulle tristi sorti del libro, dell’editoria, della lettura. Ma così non è. Se l’industria editoriale ha come scopo la vendita di libri, ciò non significa che questi libri, una volta comperati, vengano poi letti. Inoltre questa industria può sopravvivere, come di fatto sta facendo, alla fine del romanzo come forma di narrazione articolata e alla lettura intesa come attività che ci pone qualche sfida di comprensione rapendoci dall’ora e qui portandoci altrove. Will Self lo dice esplicitamente: il cervello dei nativi digitali non è strutturato per questo.
Per i nativi digitali il tempo è sempre ora e il loro modo di essere qui ma anche altrove si chiama clic o link. Da una parte potremmo dire che non sono più capaci di leggere un romanzo, dall’altra che non ne hanno più bisogno. Non è detto che una diagnosi escluda l’altra.

Self teorizza che siamo in mezzo a uno snodo epocale, alla fine definitiva di un’idea di lettura che è stata consacrata dalla stampa a caratteri mobili di Gutenberg.
Di fronte a questo turning point, il Ministro Franceschini apre il Salone sostenendo che le colpe della crisi dell’editoria sarebbero anche della tv, e che la tv dovrebbe risarcire il libro dei danni che ha provocato. La sua idea fulminante è che le le fiction italiane dovrebbero mostrare più spesso personaggi che leggono. Immaginatevi Don Matteo che sfoglia Susanna Tamaro o Gabriel Garko che cita Fenoglio. Fatto? Ecco, andiamo avanti. Non so poi come Franceschini possa sostenere che la tv non promuove i libri. Non c’è un peone di ospite tv che non sguaini la sua fresca uscita editoriale, che si tratti di pamphlet, memoir, romanzo di cappa e spada, florilegio di scritte nei cessi o poema erotico in endecasillabi scazònti.
Da Maurizio Costanzo a Fabio Fazio, la tv ha costruito la fortuna di molti libri e di diversi autori. Di quei libri e di quegli autori però che fossero compatibili con l’evolversi dei format, con la necessità di bucare lo schermo, con il tema del momento. Proprio perché la tv aveva occupato il centro della galassia culturale, ha attratto i libri (alcuni) nel proprio campo di gravità. Alcuni di questi libri erano anche buoni romanzi, tanti altri non lo volevano nemmeno essere. Con il tempo è stata poi l’editoria a vampirizzare la fama dei personaggi televisivi, pubblicando praticamente qualsiasi capriccio di qualsiasi volto avesse presentato almeno due puntate di A come Agricoltura. 

Oggi tutti sanno che né il personaggio famoso né lo scrittore lanciato in televisione assicurano più il boom di vendite. Forse la colpa è della fine del romanzo e dell’estinzione dei lettori che  Will Self definisce i Gutenbergers. Ma di certo c’è che la tv ha perso la centralità nella formazione dei gusti e delle opinioni. Se l’editoria è in crisi (ma quando mai non lo è stata, in Italia?) e se il romanzo (come sostiene Will Self) è già sopravvissuto a se stesso, andare a reclamare aiuto a una tv italiana ormai in stato pre-agonico mi sembra davvero la grande idea del secolo. Scorso.

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Un pensiero su “Il romanzo è morto, l’editoria è in crisi (ma anche il ministro è un po’ a corto di idee)

  1. Sono d’accordo, mi sembra davvero un’idea da quattro soldi… Bisognerebbe ripensare la promozione della lettura non tanto sul versante economico, quanto su quello ludico. La lettura dovrebbe essere innanzitutto un piacere, no? Personalmente sono un lettore che trova sempre più difficoltà a leggere, ma non tanto perché non escano libri scritti bene, anzi, ci sono molte scritture interessanti, ma piuttosto le storie si somigliano tutte, parlano delle stesse cose, insomma c’è molto conformismo e omologazione verso canoni vetero-realisti e di impianto moralistico/pedagogico e per me (ma forse solo per me, eh) diventa difficile trovare qualcosa di veramente interessante e che valga la pena di scegliere da leggere nel tempo libero. Bisognerebbe, ripeto, recupera la prima istanza della lettura che è il piacere, e solo in un secondo momento puntare sull’aspetto “utile” semmai.

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