Da Antonio Gramsci a Frank Underwood. E perché no?

Ieri ho letto che Renzi inserirà alcune fiction tv americane nel percorso di formazione dei nuovi dirigenti del PD. Giuro che per la prima volta stavo per applaudirlo. Mi sono detto: “Questo ha capito tutto, ecco perché ha vinto.” Renzi ha detto infatti una cosa fondamentale (sento già i soliti borbottare che gliel’avrà suggerita Baricco: vabbè, e allora?): ha detto che non c’è idea né ideale senza una storia che li racconti. House of Cards o Homeland sono grandi perché veicolano delle idee, dei punti di vista. Il Berlusconismo invece altro non è stato che un lungo buio senza racconto e, di conseguenza, senza idee. Berlusconi non è stato fascista, non è stato liberale, non è razzista ma non è nemmeno democratico, è stato l’operaio-presidente, il vecchio che ringiovanisce, la vittima del sistema giudiziario che trascorre la pena a pontificare in televisione, il mostro proteiforme che ha il diritto divino di smentire se stesso a giorni alterni. La forza devastante del Berlusconismo è stata proprio questa: essere di fatto inenarrabile e disintegrare l’idea stessa di racconto come successione logica di eventi. In qualsiasi storia degna di questo nome se Cappuccetto Rosso si inoltra nel bosco o Pinocchio non ascolta il Grillo Parlante, il fatto ha delle conseguenze e introduce dei cambiamenti irreversibili. Non è che poi Pinocchio può dire al Gatto e la Volpe “scusate, sono stato frainteso” né Cappuccetto Rosso può trasformarsi di colpo in un draghetto e arrostire il lupo con un ruttino fiammeggiante. Nel racconto l’identità di un personaggio si forma e quindi cambia, ma non così-a-gratis, non diramando un comunicato stampa ogni sei minuti, non a sprezzo della memoria a breve termine e di qualsiasi logica.

renzi spacey

 

Un politico e un buon narratore sanno che il racconto si fonda ancora oggi sull’arte oratoria del mondo classico, quella retorica che è innanzitutto arte della persuasione. Un’arte che, come la magia o come i segreti dell’atomo, può essere bianca o nera, può curare le malattie o essere asservita alla distruzione. Per dirvi: a me da piccolo colpiva l’oratoria di Giorgio Almirante, molto più raffinata di quella del fascista medio. Il diavolo si sa scegliere i migliori avvocati, si sa. Peccato che, proprio mentre Matteo Renzi diceva questa cosa fondamentale, alcuni sceneggiatori si vedevano sottoporre dalla RAI una clausola a dir poco agghiacciante. Qua trovate il dettaglio della notizia. In breve, in omaggio a una sorta di par condicio, bisognerebbe evitare che i personaggi di una fiction esprimano, in modo più o meno esplicito, idee in grado di influenzare le opinioni politiche e quindi il voto dello spettatore. Per non violare il pluralismo delle idee, insomma, meglio non esprimerne alcuna, così avremo il pluralismo di una cosa che non esiste più. Un roba talmente folle da suscitare interrogativi surreali: dovendo fare una fiction su Togliatti, quanti minuti devo dedicare a De Gasperi per non turbare il pluralismo? E volendo farne una su Galeazzo Ciano, mi è permesso rappresentarlo come fascista convinto che propugna le sue idee? La clausola è stata rigettata ma, attenzione, si trattava di mettere nero su bianco una prassi che di fatto ha già devastato gran parte della fiction italiana, contribuendo a scavare un abisso fra la media della nostra produzione e quella anglo-americana (e non solo, Israele e i paesi nordici stanno facendo cose egregie). Non a caso Matteo Renzi pensava giustamente a Frank Underwood, non certo al suo omonimo prete ficcanaso in bicicletta. Renzi ha ricordato ai suoi che, senza un racconto, una forma affabulatoria, le idee non passano, non prendono concretezza e non fanno breccia nel cuore e nel cervello. Renzi è un politico e il suo richiamo non fa una grinza. Spero che però sappia anche capovolgere la prospettiva: senza le idee, senza il coraggio di un punto di vista e una ricerca di identità, una fiction o un romanzo sono del tutto inutili, non possiedono alcun fascino e, in definitiva, non hanno alcuna onestà.

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