Quello che ci ha insegnato Faletti

Giorgio Faletti al Premio Camaiore del 2003.

Giorgio Faletti al Premio Camaiore del 2003.

Per quanto possa contare in questo momento, premetto due cose. La prima: ho conosciuto Giorgio Faletti alla prima edizione del Premio Camaiore e ho il bel ricordo di un uomo empatico, intuitivo e che non se la tirava tanto. La seconda: come scrittore non mi ha mai convinto appieno.
Oggi trovo assai deprimente il solito, italico dividersi in detrattori di lunga data e fanatici dell’ultima ora. Giorgio Faletti è scomparso proprio nel momento in cui il circo barnum dell’editoria italiana si autocelebrava con il Premio Strega. Mi pare una di quelle coincidenze utili a mettere in fila qualche considerazione.

L’irruzione di Giorgio Faletti nel mercato editoriale ha segnato come irreversibile la trasformazione dell’editoria italiana, anche di quella che si occupava specificatamente di romanzi, in qualcosa che ricorda la defunta industria della musica pop. Limitarsi a notare il fastidio con cui la ”casta” di critici seri ha accolto i suoi libri è un doppio errore. Significa sopravvalutare (e di molto) l’influenza degli intellettuali in Italia e limitarsi a vedere solo la parte meno rilevante della vicenda.
L’altra, molto più importante, riguarda i suoi tantissimi lettori, perché il successo di Faletti è stato impietoso soprattutto con loro. Ha rivelato infatti l’infantile senso di inferiorità di chi è entrato in libreria per la prima volta a comprare Io uccido perché lui era quello di Vito Catozzo. Come a dire che se lo aveva scritto uno che faceva Drive in, be’, allora forse non era una roba pallosa e difficile, tipo da intellettuali.
Tantissimi italiani non avevano quindi ancora letto autori di mass market come Michael Connelly, Thomas Harris, Jeffery Deaver, Denis Lehane. Altrimenti non avrebbero trovato niente di così nuovo e originale nei thriller del poliedrico astigiano.
Le sue storie e il suo modo di scrivere erano un omaggio a quegli autori talmente ingenuo e spudorato da risplendere di sincerità. Leggendo Io uccido sentii nettamente che Faletti si stava divertendo con l’entusiasmo di un diciottenne che emula i suoi campioni preferiti. Io, che mi ero divorato negli anni ’90 il ciclo di Red Dragon, mi divertivo assai meno, ma in definitiva non era un problema né mio né di Faletti. Era casomai di tutti i boriosi ignoranti che in pizzeria avevano disprezzato la lettura come intrattenimento, ma senza averla mai neppure provata. Faletti li aveva smascherati e soltanto per questo mi trovavo a fare il tifo per lui.
Il successo dei suoi libri ci ha posto davanti una domanda non più rimandabile: in quale modo l’editoria italiana intendeva sopravvivere accettando la sfida dell’intrattenimento? Se la trasformazione in “industria” era infine completa, in che modo l’avremmo potuta ancora definire un’industria “culturale”, capace cioè di produrre non solo profitto ma anche senso, nuove intepretazioni e ipotesi sul mondo?
Da parte sua, Faletti è stato chiaro. La sua è stata la risposta di un animale da palcoscenico che intuisce perfettamente l’umore del pubblico e lo asseconda. Ha adottato formule già sperimentate con successo altrove e ha individuato i luoghi comuni come terreno di conquista del lettore/spettatore. Figure non a caso ormai coincidenti se, mentre Faletti saliva sulle spalle di Deaver o Connelly, Luttazzi riproponeva paro paro la formula del David Letterman Show.
Ma l’intrattenitore di talento fa esattamente questo. Ogni sera, quando esce sotto i riflettori, capisce in dieci secondi qual è il common ground che farà rimbalzare le sue parole in una risata, anziché farle precipitare nel vuoto del silenzio. E se quaranta anni fa Woody Allen arrivava alla fama anche in Italia permettendosi battute su Kierkegaard, oggi si sa che il dominio pubblico è popolato solo da Scilipoti, Belen Rodiguez e Lapo Elkann.

Discutere ancora, da detrattori o da fanatici, sullo stile o sul livello letterario di Faletti è dunque una fatica inutile per una questione del tutto superata.
Innanzitutto perché dopo Faletti ciò che scrivi nei tuoi libri nessuno lo leggerà se non risulti simpatico e divertente negli incontri pubblici o in tv. E questo, diciamolo sinceramente, vale per tutti. Vale per chi va ai grandi festival e per chi batte una a una le librerie indipendenti, vale per l’ex soubrette che si vanta di aver scritto un romanzo così, come mi veniva, e per quegli intellettuali dal fiero cipiglio che si considerano “autori letterari”, ambiscono a vincere lo Strega e naturalmente non disdegnano qualsiasi canapé televisivo gli venga offerto.

A me pare che la domanda vera e necessaria sia un’altra: può oggi un romanzo d’intrattenimento accettare i limiti della cultura pop, prenderne i pochi ingredienti comprensibili a tutti, rimescolarli, farli andare in corto circuito e costruirci sopra qualcosa di nuovo e inedito? Al momento non sembra un rischio che valga la pena di correre. Molti editori lo cercano, ma non sembrano disposti a investirci. Quanto al lettore odierno, farà anche la coda per una foto con il romanziere famoso, ma alla lettura della sua brava copia autografata non attribuisce più alcun potere miracoloso, come quello di provocargli anche solo un piccolo dubbio, un’intima rivoluzione di sguardo sulle cose della vita.

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10 pensieri su “Quello che ci ha insegnato Faletti

  1. Una sola domanda, signora coleichelegge. E cosa mai avrebbero a che fare queste fondamentali informazioni sul sottoscritto rispetto al merito dell’articolo (che certo non parla di me)?

    • Signor Simi, mi sono molto irritata leggendo questa sua frase :”Tantissimi italiani non avevano quindi ancora letto autori di mass market come Michael Connelly, Thomas Harris, Jeffery Deaver, Denis Lehane. Altrimenti non avrebbero trovato niente di così nuovo e originale nei thriller del poliedrico astigiano” mi sono sentita giudicata, considerata una cretina, perché io li avevo letti tutti ben prima di leggere Faletti e non ci ho visto né un maggio né un plagio, ricorda cosa dicevano Gaber e Luporini? In generale poi il tono del suo articolo mi ha infastidita davvero molto, si permette fra le righe di dare dei cretini ai lettori, e si permette di descrivere quello che sarebbe stato il Faletti pensiero/intenzione pur premettendo che lo ha incontrato una sola volta. Ben nascosto io ci ho visto del rosicamento o invidia, lo chiami come vuole, per un cabarettista che ha dimostrato a suon di copie vendute di essere ben altro. Ovviamente la mia era una domanda provocatoria, e se preferisce far finta di non averlo capito va bene lo stesso, ma la prego non insultiamo a vicenda le reciproche intelligenze facendo gli gnorri. Cordialmente Carla

  2. Quello che ho scritto deriva dalle cifre. Faletti ha letteralmente scoperto un nuovo bacino di lettori italiani, perché le sue cifre sono state molto più alte degli autori americani citati (che già vendevano bene). Se lei non ha notato quanto Faletti deve a quegli autori, significa che l’ha letto con la stessa attenzione con cui ha letto il mio post.
    A differenza di lei, che si irrita su questioni del tutto superate, io leggo le cifre per capire cosa mi succede intorno e i gusti dei miei simili, non per dare giudizi di qualità su un testo sulla base di quanto vende. La sua domanda non era affatto provocatoria, era il classico attacco dozzinale e stizzito alla persona di chi scrive per mancanza di argomenti nel merito. Il 98% degli scrittori italiani, credo, vende meno di Faletti e io sono fra quelli. Quindi siamo tutti rosiconi che devono solo tacere e applaudire. Oppure lei mi concederà il permesso di avere delle perplessità, ma solo su chi vende meno di me. La sua è un’idea autoritaria che fa orrore. E in più è insensata. Vorrei ricordarle che alcuni dei libri per cui lei va in sollucchero oggi non ebbero alcun successo quando furono pubblicati, così come ignora molti nomi che furono amatissimi dai loro contemporanei. Non azzardi quindi profezie certe su cosa ha dimostrato uno come Faletti. Le ricordo anche che uno capace di far bene il cabarettista non deve dimostrare di essere “ben altro” perché almeno nella mia opinione è un lavoro difficile e serio come quello dello scrittore. Proprio lei, infine, mi tira in ballo uno che temeva sempre di essere d’accordo con troppi suoi simili. Bene, allora seguirò il suo ragionamento e affermerò che Gigi D’Alessio, Toto Cutugno e Laura Pausini hanno dimostrato incontestabilmente, a suon di copie vendute, di essere meglio di Giorgio Gaber. Contenta?

  3. Non so se le persone come lei mi fanno più tenerezza o pena, lei parla di cifre dice, a me sembra che lei parli di persone, e a differenza sua io parlo delle persone solo quando le conosco. Riconosco perfettamente le influenze quando ci sono, e ammiro chi riesce a scrivere usando quello che ha imparato e non scopiazzando. .Se le questioni fossero superate lei non ne avrebbe scritto e io non avrei risposto. Se mi ritiene persona dozzinale che l’ha attaccata senza motivo, non vedo ragioni per continuare a rispondermi. Molti scrittori che vendono meno di quanto vendesse Giorgio si sono limitati a qualche frase (più o meno sentita) lei ha sentito il bisogno di scriverci un’analisi psicosociologica, un motivo ci sarà. Come lei possa sapere per cosa io vada in sollucchero e cosa io ignori lo mettiamo fra i misteri gloriosi eh. Ancora una volta si permette di parlare di qualcuno che non conosceva, e non ha capito a quale precisa frase di Gaber io mi riferissi. Per quanto riguarda il mio ragionamento, è evidente che lei lo ha capito come un bimbo dell’asilo potrebbe capire la teoria della relatività, quindi soprassiedo e la lascio a macerarsi nella sua sciocca e insensata rabbia. Scriva e non si curi di chi pensa, non è cosa per tutti il discernimento.

    • Le ho risposto come rispondo a tutti quelli che passano da qui, persino a chi lo fa con la sua maleducazione (“non so se le persone come lei mi fanno più tenerezza o pena”, wow, ragazzi, è appena arrivato fra noi Marcellus Wallace!). Centinaia di persone hanno letto e diffuso in questi giorni il mio post e soltanto lei non ha capito la cosa fondamentale (che sta scritta anche bella chiara, fin dal titolo): il mio non è (e non poteva essere) un articolo pro o contro Faletti. Se le cifre hanno sempre ragione, posso ben dire che questo è un problema suo.

  4. Secondo il criterio delle copie vendute, Vanzina è molto meglio di Petri, e a Mac Donald si mangia molto meglio che a El Bulli. Fate voi…

  5. Per concludere mi complimento con lei e un paio di amici che abbiamo in comune per la furbata di avere continuato la polemica da solo (supportato dal suo fanclub) sulla sua pagina facebook, e per aver continuato ad insultarmi senza darmi la possibilità di replica. Sì se dovessi avere altro tempo da perdere sarà mia cura spargere il veleno sul mio blog, giusto per essere coerente 😉

  6. io so che in olandese e’ tradotta Britney Spears ma non e’ tradotta Alda Merini, e nemmeno Eduardo. Eros Ramazzotti ha venduto milioni di dischi in tutto il mondo, mentre In fila per tre di Bennato non la conoscono nemmeno in Italia. Se tutti gli intellettuali pensano che quelli di Faletti sono libri- spazzatura un motivo ci sara’. Non credo che gli intellettuali sono scemi tutti.

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