Yalla, yalla!

haifa all togetherQuando ci arrivò l’invito ad andare a giocare la Writers’ League a Haifa, in Israele, nella squadra si accese un dibattito via mail. Civilissime, colte, argomentate mail, come ti aspetti in un gruppo dove si sbagliano i rinvii, ma mai i congiuntivi, voglio dire. Era l’anno scorso, giusto all’inizio dell’estate.
Eravamo ospiti del governo israeliano? Non proprio, a organizzare l’iniziativa era il municipio di Haifa, una città che fa della convivenza una bandiera. Sì, ma era comunque un invito istituzionale.
Gli inglesi avevano declinato. I turchi avevano posto delle condizioni che però Roi Shani e Assaf Gavron, capitano e fondatore della squadra israeliana, non erano riusciti a soddisfare per difficoltà organizzative e questioni di tempo.
Perché, insomma, laggiù è tutto un po’ più complicato. In generale.
Ce ne accorgiamo il giorno di prima estate in cui partiamo. All’aeroporto ci mettono in fila, ci chiamano uno per uno e ci fanno un sacco di domande. Siamo una squadra di calcio di scrittori? Ma dài. E chi è il portiere? Chi è il capitano? Poi si passa a qualcosa di più sostanziale: conosco dei Palestinesi? E poi: ho delle ragioni di risentimento verso Israele? Non mi piace affatto quello che fa il governo di Israele ai Palestinesi, ma se dovessi andare a visitare San Pietroburgo pensando che in Russia comanda uno come Putin, non so se tutto l’Hermitage mi consolerebbe. Il finale è surreale: ho delle armi in valigia? Certo, ma mica ve lo dico. Immagino che anche gli attentatori del’11 settembre NON abbiano mai spuntato le caselle “Nutro, e non da ieri, un sentito e motivato rancore nei confronti degli Stati Uniti”e “Sì, faccio attivamente parte di organizzazioni terroristiche”.
Le uniche armi che ho nel borsone sono, da un punto di vista chimico e batteriologico, i plantari che mi permettono ancora di scorrazzare in braghette su un campo d’erba. Le uniche sostanze sospette sono dei bibitoni di aminoacidi, vitamine e sali minerali perché laggiù farà un caldo boia e giocare tre partite in tre giorni non sarà uno scherzo. E insomma, davvero, stiamo solo andando a giocare a pallone, vorrei dire al gentile funzionario in giacca e cravatta.
Stiamo solo andando a giocare a pallone. Con tutti i casini che ci sono là. Mentre la mia borsa viene sottoposta per la terza volta a una specie di TAC, mi chiedo che senso abbia. In quel momento, infatti, sono sicuro solo di una cosa: annunciare “la squadra di calcio degli scrittori italiani boicotta il torneo in Israele” si sarebbe meritato il più sacrosanto, roboante e incontrovertibile esticazzi.
Dopo tre ore e mezzo di operazioni di imbarco, un anno fa, abbiamo decollato. A Haifa abbiamo ritrovato i vecchi amici delle squadre di scrittori tedeschi e svedesi. Abbiamo giocato a pallone. Prima del match, ci stringevamo tutti la mano dicendo “Yalla Yalla!” per dire “forza e buona fortuna” senza certo preoccuparci che sia un’invocazione araba a Allah.
Siamo andati nella città vecchia di Gerusalemme, sacra a tre religioni monoteistiche su tre, dove persone di tre religioni monoteistiche diverse vendono gli stessi gelati, le stesse magliette di Messi e persino souvenir a forma di corona di spine. Giusto quella mattina, vicino al Muro del Pianto, un uomo aveva gridato “morte ai nemici di Allah” o qualcosa del genere ed era stato immediatamente falciato dai colpi di un soldato israeliano. Non era imbottito di plastico, era solo uno psicolabile, ma vai te a sapere.
Siamo andati allo Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto, dove ci siamo irritati quando la nostra guida sembrava sottolineare che, in fondo, tanti italiani avevano salvato gli ebrei dalla deportazione e che, sempre in fondo, Mussolini fino alle Leggi Razziali si era comportato bene con gli ebrei come a dire che, in fondo in fondo in fondo, noi italiani siamo brava gente. Solo noi italiani sappiamo quanto discorsi del genere ci stiano trascinando sempre più in fondo.
Fra un match e l’altro abbiamo bevuto, abbiamo guardato gli svedesi andare al mare sotto il sole delle due di pomeriggio (ah, ah, stasera in campo saranno belli cotti), abbiamo visto documentari sui matti che giocano a pallone (ehi, ma ci somigliano!), abbiamo letto in pubblico racconti sulle nostre passioni calcistiche. Squadre, partite, giocatori.
Yonatan Barg, il numero 4 degli israeliani, ha raccontato che lui, i suoi giocatori preferiti, non li ha mai visti. Non sa neppure che facce avessero. Li ascoltava soltanto. Li sentiva giocare al di là del muro, gli sembrava che si divertissero e non desiderava altro che andarci anche lui. Ma quei ragazzini erano palestinesi e lui era figlio di coloni ebrei.
Pochi giorni fa i raid israeliani hanno maciullato anche quattro ragazzini palestinesi che giocavano a pallone. Quando ho sentito la notizia, mi sono sentito in colpa. Ma non certo per essere andato a Haifa, a giocare a pallone, a conoscere e ad ascoltare gente come Yonatan.
Mi sono sentito in colpa per non aver fatto quello che ci eravamo ripromessi dopo le giornate trascorse  in Israele. E cioè invitare Roi, Assaf e Yonatan e tutti gli altri in Italia, a parlare di calcio, di tutto quello che sta succedendo e a sfidare su un campo d’erba una rappresentativa palestinese. E giocare finalmente quella partita che il muro degli insediamenti impediva. Sarà una cosa piccola, risibile, al limite anche patetica, ma vi assicuro che costa più fatica di un bel post su Facebook in cui dal divano lanciamo le nostre comode, turgide certezze contro il governo israeliano o contro Hamas. È quello che possiamo fare, prima che il muro diventi invalicabile e dall’altra parte non si senta più giocare nessuno. Yalla, yalla!

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